BOSNIA: Zdravko Grebo, l’89 mancato e la resistenza di Sarajevo

“Di solito è abbastanza disponibile, ma anche burbero. Fai conto di avere di fronte il Doctor House. Tra l’altro la somiglianza, anche fisica, è notevole”. Fu così che un amico mi presentò il professor Zdravko Grebo, scomparso lunedì a 72 anni. Attivista instancabile, intellettuale di riferimento, dissidente eterno: sono definizioni inevitabili, persino insufficienti per descrivere una delle figure pubbliche più note, discusse e rispettate della Bosnia Erzegovina odierna, anche se Grebo li avrebbe probabilmente liquidati con qualche battuta cinica e disincantata delle sue.

Centinaia di commenti di ex-studenti, accademici e attivisti stanno ricordando l’impegno del professor Grebo. Circola soprattutto un video che testimonia il suo intervento in una delle manifestazioni anti-nazionaliste dell’aprile 1992 a Sarajevo. Grebo, all’epoca uno dei leader di quella disperata mobilitazione che cercò di fermare la guerra, citava il famoso sermone di Martin Niemöller sull’ascesa del nazifascismo (“Prima vengono a prendere i comunisti, poi gli ebrei, e a voi non importa perché non lo siete, poi vengono a prendere voi e non è rimasto nessuno a preoccuparsene”). Il video si conclude con Grebo che fuma sconsolato, muto nel proprio appartamento appena sventrato da una granata durante l’assedio. E’ un immagine straziante per i sarajevesi e per chiunque conosca la figura di un intellettuale sempre incline a parlare, spiegare, dissentire. E restituisce ancora più importanza e dignità all’esperienza di Radio Zid (Radio Muro), l’emittente fondata proprio da Grebo nell’inverno 1992, che resterà in onda per tutta la durata dell’assedio di Sarajevo, 24 ore al giorno per raccontare la vita quotidiana, la resistenza culturale e politica al terrore, determinante per mantenere i legami, il morale, l’umanità.

È bene fare qualche salto temporale per cogliere la profondità del profilo di Grebo. Questo si forgia in due anni chiave del secondo Novecento europeo, 1968 e 1989. Nel ‘68, Grebo era tra i leader degli studenti di Sarajevo che, come nelle altre città della Jugoslavia, manifestavano per chiedere più giustizia sociale, denunciavano le storture dell’autogestione socialista, l’autoritarismo e i privilegi della cosiddetta “borghesia rossa”. Cinquant’anni più tardi, in un’intervista televisiva spiegherà: “Credo ancora in quell’energia, ma dobbiamo evitare la glorificazione romantica. Cercavamo più giustizia sociale, ma abbiamo fallito perché i lavoratori non ci seguirono”.

Mentre proseguiva la sua carriera accademica – diventò docente alla facoltà di giurisprudenza di Sarajevo, cattedra mantenuta fino alla scomparsa – alla fine degli anni Ottanta Zdravko Grebo scalava prima i vertici bosniaci, poi quelli jugoslavi della Lega dei Comunisti, un partito imbevuto di cultura gerarchica e travolto da scandali interni. E lo faceva a modo suo, con interventi senza compromessi in cui invocava piena democrazia, avvertiva sui pericoli del crescente nazionalismo identitario e dell’assolutismo della maggioranza  – accusando in particolare l’ancora emergente Slobodan Milošević – . Esigeva maggiore protagonismo alla leadership di Sarajevo, immobile di fronte alla crisi che coinvolgeva Belgrado, Zagabria e Lubiana.

Proprio quando era all’apice della popolarità, nel luglio 1989 Grebo improvvisamente lasciò il comitato centrale del partito, chiamandolo “il principale fattore di disgregazione del paese” di cui non voleva risultare complice. Ma fece ancora in tempo a guidare un’iniziativa clamorosa. Nel famoso 14. Congresso della Lega dei Comunisti Jugoslavi del gennaio 1990, quello della rottura tra la sezione slovena e quella serba che fu anticamera della dissoluzione, Grebo lanciò in extremis una proposta che già allora appariva tardiva e irrealizzabile: quella di separare il partito in due linee ideologiche anziché in sei linee nazionali, dunque tra socialisti riformisti – nei quali egli stesso si sarebbe riconosciuto – e comunisti dogmatici invece che tra sloveni, serbi, croati eccetera. La mozione fu rigettata in massa dai delegati, con soli 58 voti a favore e circa mille contrari, alcuni dei quali si lasciano andare a fischi e insulti contro Grebo e il suo piccolo gruppo di seguaci.

Nelle centinaia di pagine che resoconti e libri di storia hanno dedicato a quel fatidico congresso, questo episodio non trova mai spazio. È una delle tante disfatte silenziose e silenziate che subirono le opzioni alternative, democratiche e jugoslave alla dissoluzione violenta. È uno dei tanti what if di quella fase, che cristallizzerà per sempre la reputazione di Zdravko Grebo come la giovane promessa incompiuta, il protagonista mancato del 1989 che non avvenne, la transizione jugoslava così diversa dagli altri paesi che si affacciavano al post-comunismo.

Quando durante un’intervista domandai a Grebo del 14. Congresso, mi rispose minimizzando e con il solito humor cinico. “Sì, vista con gli occhi di oggi è una proposta naif. Quella mozione la presentai di fretta, due ore dopo averla scritta, insieme a delegati giovani e inesperti. Avranno avuto la tua età…”. Lo diceva con un tono dimesso ma fiero, quello di chi riconosce una sconfitta materiale, di chi ha scelto e ancora rivendica di mettere i principi e l’integrità davanti alla strategia e ai fini. Verso la fine dell’intervista, Grebo fece capire che rifletteva ancora su quegli eventi apparentemente così lontani e dimenticati, in quell’atteggiamento tipico da chi è tormentato dall’intreccio tra passione civile e riflessione accademica. E mostrò quanto fosse importante per lui il confronto delle idee. Nel salutarci mi disse, quasi con rimprovero, che la volta successiva non avrei dovuto più fare le domande, ma offrirgli la mia interpretazione degli eventi. Purtroppo una volta successiva non ci sarà più, ma quell’invito al confronto reciproco e alla presa di responsabilità nei confronti della storia è stato senz’altro recepito.

Quegli stessi principi avrebbero animato Zdravko Grebo, dagli anni Novanta a oggi, a compiere innumerevoli iniziative per la pace, i diritti umani e la cooperazione internazionale, tante legate all’Italia – uno tra tutti, il Master ERMA in Diritti Umani co-organizzato dalle Università di Bologna e Sarajevo -. Come scrive Nicole Corritore su OBCT, Grebo è stato un vero punto di riferimento dell’opposizione ai nazionalismi in Bosnia Erzegovina, instancabile sostenitore di un modello civico per il paese, libero da segregazioni e clericalismi. Quest’opposizione si è mantenuta in modo genuino e non sempre convenzionale. Nel maggio 2012 Grebo fu coinvolto in una rissa con gli ultras nazionalisti croati dello Široki Brijeg (club calcistico dell’Erzegovina tra i più vincenti del paese nel dopoguerra), dopo averli “sfidati” affermando che era del Velež, la squadra di Mostar immersa nella tradizione operaia e antifascista. Per l’umanista Grebo, nativo di Mostar, il tifo per il Velež era “una parte fondamentale della mia identità, una fede in certi valori […] sulla base dei principi della Rivoluzione Francese”. Nel febbraio 2014, durante le proteste improvvise e con strascichi violenti di Tuzla e Sarajevo, appoggiò i manifestanti e scese più volte in piazza con loro, una posizione che all’epoca fece discutere. “È la rivolta degli affamati, dei disoccupati, dei pensionati che rovistano nei bidoni dell’immondizia. E’ la rivoluzione degli stomaci”, disse allora il professor Grebo. Le prossime resistenze in Bosnia Erzegovina dovranno fare a meno del suo attivismo concreto, ma difficilmente potranno rinunciare alle sue idee, all’importanza della parola e del confronto, a quel repertorio di rivoluzioni compiute e mancate.

Chi è Alfredo Sasso

Dottore di ricerca in storia contemporanea dei Balcani all'Università Autonoma di Barcellona (UAB); assegnista all'Università di Rijeka (CAS-UNIRI), è redattore di East Journal dal 2011 e collabora con Osservatorio Balcani e Caucaso. Attualmente è presidente dell'Associazione Most attraverso cui coordina e promuove le attività off-line del progetto East Journal.

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