L’ultimo congresso della Lega dei comunisti, il giorno in cui morì il partito di Tito

“Dopo eccessi di litigiosità balcanica, la platea appariva immobile, silenziosa. Un gruppetto se ne stava andando e voltava le spalle al fotografo. Chi si è girato ancora una volta, come ha fatto una donna, piangeva. Lacrime scendevano anche su molte facce di coloro che erano rimasti seduti.” Così Nicole Janigro descrisse quello psicodramma che fu l’ultimo congresso della Lega dei comunisti jugoslava di 25 anni fa. Fu infatti durante la gelida notte tra il 22 ed il 23 gennaio 1990, nella immensa sala blu del Sava Centar di Novi Beograd, che la delegazione slovena guidata da Milan Kucan abbandonava i lavori e se ne ritornava a Lubiana.

Così finiva il partito che Tito guidò fin dal 1937 e che reggeva il paese dal 1945. Ma la Lega entrò in crisi fin dagli anni ottanta, quando l’emorragia delle iscrizioni crebbe a tal punto da bloccare la divulgazione del numero dei membri. Inoltre – come testimoniano le prime ricerche sociologiche condotte dal professor Ivan Siber di Zagabria – il partito viveva una mutazione profonda data dall’abbandono degli operai e dal proliferare di iscritti provenienti dalle classi medio-alte inseriti spesso nei centri di potere e negli arzigogolati meccanismi autogestionari. Si scoprì anche che la geografia dell’adesione era molto diversificata: se un adulto ogni sei aveva la tessera in Montenegro ed in Bosnia, in Slovenia si arrivava ad uno ogni tredici. E nel Kosovo la proporzione era ancora più bassa. Per cui croati, sloveni, albanesi e magiari erano relativamente meno coinvolti nella militanza comunista mentre serbi e montenegrini (oltre a quanti si dichiaravano jugoslavi) credevano di più nella tessera rossa.

In realtà la Lega aveva già cominciato a morire istituzionalmente nel dicembre dell’89, quando a Lubiana l’ultimo congresso dei comunisti sloveni (senza più stella rossa e suono dell’Internazionale) rinunciò al monopolio politico ed accettò pluralismo ed elezioni democratiche. A maggio del 1990 la Lega jugoslava si riunì ancora ma dimezzata, data l’assenza di sloveni, croati e macedoni. Ormai gli eventi correvano su strade diverse: in tutte le repubbliche si svolgevano le prime elezioni politiche ed il partito comunista – non più federale ma segmentato per repubblica, mutato di nome e riciclato nei suoi dirigenti – conosceva sorti diversissime. Come l’irrilevanza in Slovenia, Bosnia, Macedonia e nella Croazia di Tudjman o il potere per i ribattezzati partiti socialisti in Serbia ed in Montenegro. Ci fu anche il tentativo, alla fine del 1990, di rilanciare la Lega dei comunisti-Movimento per la Jugoslavia, tentativo sostenuto dai quadri più ortodossi delle forze armate. Quattro anni dopo la Lega confluì nella cosiddetta Sinistra jugoslava (JUL, in realtà solo serba) guidata da Mirjana Markovic, moglie di Milosevic, che a sua volta si dissolse poco dopo la caduta di Milosevic stesso.

Rimane interessante il fin troppo veloce passaggio dal comunismo al nazionalismo, un passaggio – secondo il politologo belgradese Vladimir Goati – facilitato dal fatto che entrambe sono ideologie collettivistiche, mentre la democrazia si basa sull’individuo. Per cui facile è stata la transizione dai concetti di classe, interesse di classe, nemico di classe a quelli di nazione, interesse nazionale, nemico della nazione.

Oggi, un quarto di secolo dopo, ci si può chiedere cosa rimane dell’eredità ideale di un partito che con il carisma di Tito guidò la Jugoslavia per quasi mezzo secolo, dei suoi due milioni di iscritti e delle sue originali elaborazioni dottrinali che produssero l’autogestione sul piano pratico e gli arditismi “eretici” di Praxis sul piano del pensiero teorico. Pesa, su tale eredità, il crollo dell’esperienza sovietica (che vi coincise temporalmente), il discredito che ebbe a soffrire la stessa idea comunista, le guerre degli anni novanta e la rimozione rapida di tutto ciò che fu jugoslavo, titoismo compreso. A parte il folclore della jugonostalgija e dei raduni a Kumrovec (dove nacque Tito) o al mausoleo della Casa dei fiori di Belgrado, non esiste certo alcuna forza politica di sinistra che rivendichi seriamente il capitale ideologico della defunta Lega. E’ vero che, accanto ai vari partiti socialisti o socialdemocratici che in modo molto pallido ed annacquato derivano dalle vecchie Leghe repubblicane, sono nati movimenti di sinistra radicale come la vivace Sinistra unita (Zdruzena levica) slovena di Luka Mesec o i Militanti di sinistra (Lijevi) di cui ai plenum di Tuzla. Ma anche se questa sinistra dovesse crescere nei Balcani (per trascinamento della vicina Syriza o per protesta contro uno status quo a dir poco avvilente), l’esperienza politica e ideale che si chiuse un quarto di secolo fa al Sava Centar appare comunque oggi irripetibile quanto lontana.

 

Chi è Vittorio Filippi

Sociologo, docente Università Ca’Foscari e Università di Verona, si occupa di ricerca sociale, soprattutto nel campo della famiglia, della demografia, dei consumi. Collabora nel campo delle ricerche territoriali con la SWG di Trieste, è consulente di Unindustria Treviso e di Confcommercio. Insegna sociologia all’Università di Venezia e di Verona ed all’ISRE di Mestre. E’ autore di pubblicazioni e saggi sulla sociologia della famiglia e dei consumi.

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