CINEMA: Il western ucraino ispirato al libro “La strada del Donbas”

Da KIEV – Lo scorso 8 novembre è uscito in più di 170 sale cinematografiche ucraine Dike Pole (nella traduzione inglese The Wild Fields), film diretto da Jaroslav Lodygin e tratto dal romanzo Voroshylovhrad dello scrittore Serhij Žadan, tradotto in lingua italiana dalla casa editrice Voland con il titolo La strada del Donbas.

Un’opera cinematrografica che si è fatta attendere per anni, ma che è riuscita a soddisfare il palato di moltissimi affezionati al romanzo e al noto autore ucraino. Finanziato parzialmente (quasi 50 mila euro) dall’agenzia cinematografica statale ucraina ha registrato ottimi incassi fin dalla sua première sui grandi schermi.

Il campo selvaggio del Donbass

La storia uscita dalla penna di Žadan, ambientata nel 2010, narra l’avventura del giovane Herman (Oleh Moskalenko), un agente pubblicitario di Charkiv, che torna nella provincia natia di Luhans’k per occuparsi della stazione di servizio del fratello, inaspettatamente volatilizzatosi. L’improvviso ritorno nei luoghi dove ha vissuto fino all’adolescenza (il campo selvaggio, appunto) viene subito arricchito da vicende bizzarre e da personaggi che a prima vista potrebbero sembrare strampalati, specie per chi non conosce bene questa regione dell’Ucraina orientale, oggi territorio occupato militarmente dai separatisti filorussi.

Il protagonista si rituffa quindi in un passato senza tempo, quello mostrante un Donbas che sembra essersi paralizzato all’inizio degli anni ’90, nel primo periodo post-sovietico. Accompagnato dai suoi amici di infanzia Koča (Volodymyr Jamnenko) e Travma (Georgij Povoloc’kyj) e dalla mafia locale, si ritrova costretto a prendere delle decisioni importanti per proteggere non solo i suoi affari, ma anche la sua stessa vita e quella dei suoi cari. “Difendi il tuo campo selvaggio”, recita lo slogan che accompagna il trailer della pellicola di Lodygin.

Dal romanzo al film

Libro e film sono indiscutibilmente simili, nonostante i tagli di alcune scene presenti nel romanzo, da cui Žadan ha dovuto separarsi a malincuore. Anche il titolo è stato cambiato: dopo numerose discussioni, scrittore e regista si sono accordati per intitolare la pellicola Il campo selvaggio e non Voroshylovhrad, come il romanzo, nome che porta con sé diverse allusioni. Infatti, Voroshylovhrad è la denominazione ufficiale della città di Luhans’k durante il periodo staliniano e dal 1970 al 1990, parola quindi che a molti ricorda un capitolo della storia non troppo allegro, legato al comunismo e alla sovietizzazione del paese.

Il “campo selvaggio” a cui si fa riferimento, allude non solo al territorio che Herman e i suoi amici devono proteggere, un territorio fuorilegge, ma anche ai quei luoghi conosciuti come “liberi” della regione. Infatti, il termine indica la zona selvaggia che si estende tra il fiume Don e i Carpazi, la porta d’accesso verso l’Europa, dove da sempre i suoi abitanti hanno dovuto imparare a proteggersi. E probabilmente è stato in primis il titolo a spingere diversi critici a considerare la pellicola di Lodygin “un film western all’ucraina”, un “eastern”, dove non mancano inseguimenti e sparatorie imprevedibili.

Dike Pole, tuttavia, non rientra in alcun genere classico cinematografico e ciò in quanto film ibrido, dove la filosofia si mescola alla dura realtà ucraina e l’ironia si impregna di stereotipi e situazioni assurde, senza però cadere in basso. Un’opera decisamente ben riuscita al giovane Jaroslav Lodygin che è riuscito a realizzare una scenografia dai dialoghi lodevoli (merito anche di un cast eccellente, che vede una breve comparsa di Serhij Žadan) e dalle notevoli inquadrature, il tutto accompagnato da una colonna sonora che spazia dal jazz di Fima Čupakin (Acoustic Quartet) al folk ucraino delle Dakh Daughters (la cui cantante Ruslana Chasipova è una delle attrice protagoniste), con un tocco italiano firmato Ricchi e Poveri (Piccolo Amore).

Le riprese si sono tenute nella regione di Luhans’k, a Starobil’s’k, la città natale di Serhij Žadan; tuttavia, come già raccontato dall’autore al festival letterario Pordenonelegge nel 2016, per ragioni tecniche (“mancanza di vagoni”) alcune scene sono state girate nella regione di Kiev.

Tra ucraino, russo e suržik: un linguaggio intraducibile

La pellicola di Voroshylovhrad racchiude una sottigliezza linguistica che, inevitabilmente, andrà persa in qualsiasi traduzione, a partire da quella inglese già ufficiale (il film uscirà presto anche in Europa). Ogni personaggio parla la propria lingua: Herman parla ucraino, la contabile Olja e il capo del clan mafioso russo, mentre gli altri mescolano a tratti i due idiomi, esprimendosi in quel mélange chiamato suržik. Un esempio, per coloro che capiscono almeno una delle due lingue, viene espresso molto bene dal secondo trailer ufficiale del film dove la frase “Beh, cos’hai deciso?” viene pronunciata tre volte nelle tre varianti possibili, con un’inflessione diversa a seconda dell’interlocutore. Rendere questa diversità linguistica, ricca di significati, al di fuori del paese è praticamente impossibile.

Immagine: BBC UA

Chi è Claudia Bettiol

Laureatasi in Traduzione e Mediazione Culturale a Udine con una tesi sulla diatriba tra slavofili e occidentalisti, e grande appassionnata di architettura sovietica, per East Journal si occupa dell'area russofona. Le sue esperienze oltreconfine finiscono sempre per essere rivolte verso Est, forse perché nata nel 1986 e lo stesso giorno di Michail Gorbačëv. Dopo un anno di studio alla pari ad Astrakhan, un Erasmus a Tartu e un volontariato a Sumy, ha lasciato definitivamente l'Italia per Kiev, dove attualmente abita e lavora.

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2 commenti

  1. Mi perdonerete, spero, per una annotazione.
    Quello che viene indicato come il “… territorio occupato militarmente dai separatisti russi”, in realtà è presidiato militarmente da ucraini filo-russi. Sapete bene che non è una differenza da poco perché se si parla di russi si pensa ad invasori, se invece si dice – come effettivamente è – che sono militari e cittadini ucraini, allora possiamo parlare di partigiani, ribelli, insorti, di quel che si vuole, ma di ucraini. Di lingua russa, certo.
    Grazie comunque per l’informazione ed il bell’articolo.

    • Caro Davide

      ha ragione, avremmo dovuto scrivere “filorussi” e correggiamo subito. Tuttavia credo che lei convenga che non si tratta solo di cittadini ucraini del Donbass e che larga parte degli uomini e degli armamenti arrivi dalla Russia. Questo non per giustificare l’errore, s’intende. Solo per amor di chiacchiera.
      M.Z.

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