BOSNIA: Ricordando la bellezza del ponte di Mostar

A vedere quelle immagini, oggi, vengono ancora i brividi. Il filmato è sfocato, evidentemente girato con mezzi di fortuna da un dilettante che non s’è nemmeno premurato di settare la data giusta sul display. Sono indicate le 15 e 53 dell’8 novembre 1993, ma il giorno giusto è quello successivo, il nove. Ciò che mostrano quei fotogrammi è la distruzione del ponte di Mostar, lo Stari Most, quella sì eseguita con estrema professionalità: le prime esplosioni si concentrano sul culmine del ponte ma il colpo di grazia arriva dalle cariche poste sulla spalla orientale, quella del lato a maggioranza musulmana. A tuffarsi nella Neretva, questa volta, con un polverone che per un istante copre lo scempio, non sono i giovani locali come da tradizione centenaria, ma i blocchi di tenelija, il calcare bianchissimo con cui il ponte è costruito.

Dalla distruzione alla condanna

Sono trascorsi venticinque anni giusti da quell’episodio. A Mostar la schizofrenia delle alleanze variabili durante la guerra d’inizio anni ’90 trovava allora il suo culmine: croato-bosniaci e musulmani, inizialmente alleati contro i serbo-bosniaci, iniziano a scannarsi tra loro una volta che il nemico comune è respinto e in palio c’è il controllo della città spaccata in due. E’ l’inizio del 1993 e pochi mesi dopo sono le bombe croate a minare il ponte vecchio, dopo che per mesi la città era stata sottoposta a continui bombardamenti e dopo che Mostar e i villaggi tutt’intorno avevano vissuto, sulla propria pelle, il campionario completo delle bestialità che sempre si associano alle guerre.

A dare l’ordine fu Slobodan Praljak, già ingegnere, diventato poi sociologo, filosofo e, ancora, artista. E che mise infine la sua connaturata poliedricità al servizio dell’esercito dell’autoproclamata Repubblica Croata dell’Herceg-Bosna, venendo promosso sul campo a generale, e assumendo anche ruoli politici di primo piano negli anni del conflitto. Condannato dal Tribunale penale internazionale per l’ex-Jugoslavia a 20 anni di galera per crimini di guerra e contro l’umanità, Praljak non attese nemmeno di sentir leggere la sentenza che, con un gesto plateale, mandò giù la sua personale cicuta in diretta televisiva. Era il 27 novembre del 2017, appena pochi giorni dopo il ventiquattresimo anniversario di quell’atto che lo consegnò tristemente alla storia.

Mostar oggi

La ricostruzione del ponte di Mostar è stata completata nel 2004 usando le stesse pietre con cui era stato costruito: oggi è patrimonio UNESCO. I negozi di souvenir sono tornati a vendere la propria merce e i turisti ad affollare il dedalo delle stradine acciottolate che lo circondano.

Ma quel ponte, di fatto, non unisce nulla: il censimento del 2013 ha confermato che la città è quasi perfettamente divisa in due, e quella spaccatura attraversa profondamente l’intera società civile cittadina. L’inconciliabilità tra croati e bosgnacchi trova la sua rappresentazione plastica nell’impossibilità di darsi regole condivise persino per quanto riguarda le modalità con cui svolgere le elezioni amministrative.

A Mostar non si vota dal 2008. A restare in carica ad interim è Ljubo Bešlić, sindaco del partito nazionalista croato HDZ BiH eletto ormai 10 anni fa, che spartisce il potere con un vicesindaco espressione del partito nazionalista bosgnacco SDA, a cui è assegnato l’ufficio di bilancio.

Il timore della bellezza

La morte del generale Praljak ha chiuso in modo tragicamente farsesco la vicenda umana di colui che ha avuto la responsabilità militare (e in parte politica) della pulizia etnica portata avanti dalle milizie croato-bosniache nell’area di Mostar nel 1993.

In un contesto in cui i morti ammazzati furono migliaia, l’essere stato colui che ha anche concretamente dato l’ordine di abbattere il cinquecentesco ponte ottomano sulla Neretva può apparire un dettaglio marginale. Non è così, invece. Praljak diede quell’ordine non solo perché il ponte era la rappresentazione fisica, concreta, tangibile, della convivenza pacifica tra oriente e occidente, tra cristiani e musulmani e incarnava, anche simbolicamente, un mondo possibile, fatto di tolleranza, rispetto e civiltà. Ma anche perché esso era un miracolo architettonico, una sfida tecnica, una sfida splendidamente vinta: quel ponte era indiscutibilmente magnifico, oggettivamente bello. E nulla più della bellezza disturba la mediocrità, i totalitarismi lontani, e quelli vicini.

Chi è Pietro Aleotti

Milanese per caso, svariati articoli su temi ambientali, pubblicati in tutto il mondo. Collabora con East Journal da Ottobre 2018 per la redazione Balcani ma di Bosnia ha scritto anche per Limes e l’Espresso. E’ anche autore per il teatro: il suo monologo “Bosnia e il rinoceronte di pezza” ha vinto il premio l’Edizione 2018 ed è arrivato. secondo nella XVI edizione del Premio Letterario Internazionale Lago Gerundo. Il suo racconto "La colazione di Alima" è stato finalista e menzione speciale al "Premio Internazionale Quasimodo".

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2 commenti

  1. “E nulla più della bellezza disturba la mediocrità, i totalitarismi lontani, e quelli vicini.”

    Niente di più vero. Grazie per questa riflessione.

  2. Ci sono dalla mia esperienza molte cose da vedere a Mostar, per esempio la casa museo turca ove si capisce che a Mostar convivevano cristiani, musulmani, ed ebrei, anche se si differenziavano nel colore che li distingueva. giallo per gli ebrei, rosso per i turchi, bianco per i cristiani. Inoltre si dovrebbero vedere le lapidi del cimitero che ricorda i morti nella guerra fratricida degli anni ’90 e quelle con gli elenchi cumulativi, per rendersi conto di quante giovani vite furono sacrificate invano. Ora il ponte di Mostar è ricostruito, ma mi pare che si debba ricostruire il significato che aveva. In compenso prospera la vicina Medjugorje, che sorge in un terreno assolato e per nulla attraente, centro di una operazione commerciale di non poco conto, su cui ho già scritto sul mio http://www.nonsolocarnia.info un articolo intitolato: Su Medjugoje, i veggenti, Ania, e la testimonianza cristiana.

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