UCRAINA: La porta si sta chiudendo, di nuovo

E’ difficile credere che, quattro anni dopo il sanguinoso epilogo di Maidan, la situazione in Ucraina possa essere tornata più o meno al punto di partenza. No, non si tratta dell’imminenza di una nuova ‘rivoluzione’ – per quella non c’è la forza e la società rimane divisa – ma delle dinamiche politiche che continuano a soffocare il paese. L’Ucraina non cambia mai e continua sempre a stupire i pessimisti e a deludere gli ottimisti, quelli che nei fatti del 2013 – 2014 avevano visto il definitivo addio al passato fatto di oligarchia e corruzione.

Ovviamente per trasformare un sistema come quello dell’Ucraina post-sovietica non possono bastare quattro anni. Quattro anni in cui, tra l’altro, il paese è stato depredato di una fetta del proprio territorio e ha visto scoppiare una guerra intestina gestita da curatori esterni. Il sistema oligarchico e cleptocratico che continua ad affondare i propri denti nelle viscere del paese ha radici profonde, eredità del passato sovietico e dei difficilissimi anni di transizione. Anni in cui, complice una privatizzazione selvaggia, sono nati i vari clan di oligarchi che, come nella vicina Russia di El’cin, oltre al sistema economico hanno iniziato a spartirsi e contendersi anche quello politico. Kučma è stato il primo vero padre del sistema oligarchico ucraino, rappresentando per due mandati presidenziali l’anello di congiunzione tra clan e politica. Il resto è storia più recente. Due ‘rivoluzioni’ in 10 anni, la guerra nel Donbass e la terribile sensazione che i clan continuano ancora a spartirsi l’economia e, soprattutto, la vita politica del paese.

È una provocazione, ma guardando agli avvenimenti delle ultime settimane, il dubbio viene quasi spontaneo. È per caso tornato Yanukovich e nessuno se n’è accorto? Cos’è cambiato, oltre al regime visa free e a un ideologico, che negli ultimi giorni suona ancora più retorico, avvicinamento alla grande famiglia europea?

Il problema qui non è nelle singole personalità. Poco importa, infatti, se Poroshenko in fondo non è altro che un oligarca, sostenuto da altri oligarchi. Quello che più preoccupa è la mentalità, la cultura politica e la radicata convinzione che le trame sotterranee siano il miglior modo per mantenere il potere. L’accentramento del potere, che piaccia o no ai sostenitori internazionali dell’Ucraina post-Maidan, è stato infatti il principale risultato ottenuto dal presidente. Il lento ma progressivo smantellamento dello stato di diritto ne è la principale conseguenza. Certo, ci sono state riforme positive e passi avanti, ma i tre principali poteri dello Stato rimangono, come ai tempi di Yanukovich, sotto fermo controllo del presidente. Dopo un primo periodo d’instabilità, il parlamento è stato praticamente addomesticato con l’ascesa al posto di Primo Ministro di Volodymyr Groysman – uomo fidato di Poroshenko – e con la cooptazione di forze politiche in teoria all’opposizione ma che in parlamento votano esclusivamente insieme alla maggioranza (come il Blocco d’opposizione, erede del Partito delle Regioni di Yanukovich). La guida dei Servizi di Sicurezza (SBU) dopo una lunga diatriba politica è stata affidata a Vasyl Hrytsak ex-capo della scorta personale di Poroshenko (2010 – 2014). Nel settore giudiziario, invece, la nomina a procuratore generale di Yuri Lutsenko, uomo senza nessun tipo di esperienza nel settore (fattore che aveva richiesto modifiche alla legislazione) e capo della fazione parlamentare del partito presidenziale, ha segnato la definitiva centralizzazione del potere e, non sorprendentemente, il lento sgretolamento degli istituti impegnati nella lotta alla corruzione nati sull’onda di Maidan.

Gli attriti di lunga data tra la Procura ed i Servizi di Sicurezza da una parte e il NABU (National Anti-Corruption Bureau of Ukraine), organo teoricamente indipendente e sostenuto da finanziamenti occidentali, dall’altra, hanno portato ad un epilogo tragicomico. Anche chi aveva minimizzato l’entità delle pressioni dell’amministrazione presidenziale sull’organismo anti-corruzione negli ultimi mesi, riesce difficilmente a tenere gli occhi chiusi dopo che la Procura Generale ha deliberatamente sabotato una complessa indagine del NABU (in cooperazione con l’FBI) sulla corruzione nei Servizi di Migrazione. Il colpo finale, però, è arrivato con il voto del Parlamento che ha deciso di sollevare dall’incarico, Yegor Soboliev, il capo del Comitato Anti-Corruzione, organo parlamentare che coordina le attività proprio con il NABU. A nulla possono servire le note di preoccupazione provenienti da Bruxelles o da Washington. La strada è ormai tracciata.

Il campanello d’allarme suona ormai da alcuni anni anche per quanto riguarda la libertà dei media. Una prima percezione la si può avere guardando, ad esempio, a quanto poco spazio è stato dedicato dai principali canali televisivi alle nuove rivelazione legate ai conti off-shore del presidente. Ma è solo la superficie. Nelle ultime settimane, mentre alcuni ‘attivisti’ bloccavano l’accesso al canale televisivo News One e il suo proprietario veniva accusato di separatismo per aver definito la ‘rivoluzione di Maidan’ un colpo di stato, non possono non tornare alla mente l’incendio nella sede del tele canale Inter, le perquisizione di Radio Vesti e del quotidiano Strana o le storie di giornalisti detenuti con accuse di separatismo. Poroshenko, intanto, dalle tribune internazionali che ancora lo accolgono come un riformatore progressista, continua a parlare dei progressi nella libertà di espressione in Ucraina. Sarebbe solo comico se non si considerasse il fatto che c’è ancora qualcuno che ci crede (o semplicemente finge di farlo), nelle illuminate cancellerie europee.

Il teatrino di Saakashvili, così, non arriva come un fulmine a ciel sereno, ma rappresenta probabilmente solo l’ennesimo atto nella lotta politica intestina e la cartina di tornasole di un sistema che sembra aver definitivamente perso ogni contatto con la realtà. E anche se si fatica ancora ad ammettere, la storia in Ucraina sembra ripetersi, ancora una volta. La porta che si era aperta nel febbraio 2014 si sta inesorabilmente chiudendo. No, Yanukovich non è tornato, è semplicemente Poroshenko che sta consolidando il proprio regime. A meno che non si voglia credere che sia sempre e solo colpa di Mosca.

Foto: G. Garanich / Reuters

Chi è Oleksiy Bondarenko

Nato a Kiev nel 1987. Laureato in Scienze Internazionali e Diplomatiche presso l'Università di Bologna (sede di Forlì), si interessa di Ucraina, Russia, Asia Centrale e dello spazio post-sovietico più in generale. Attualmente sta svolgendo un dottorato di ricerca in politiche comparate presso la University of Kent (UK) dove svolge anche il ruolo di Assistant lecturer. Il focus della sua ricerca è l’interazione tra federalismo e regionalismo in Russia. Per East Journal si occupa di Ucraina e Russia. Collabora anche con Osservatorio Balcani e Caucaso.

Leggi anche

Chiesa ortodossa d’Ucraina: equilibri precari

Nel dicembre scorso da un concilio di unificazione tra due chiese ortodosse scismatiche e non canoniche nasceva la Chiesa ortodossa d'Ucraina. Ora - dopo le recenti elezioni presidenziali - è al centro di nuove lotte di potere.

5 commenti

  1. Sembra che anche il giornalismo accesamente antirusso cominci ad aprire finalmente gli occhi sulla realtà dell’ucraina. Speriamo che col tempo anche qui in occidente si alzerà finalmente il sipario sui fatti reali che hanno caratterizzato il terribile colpo di stato (non rivoluzione, ma colpo di stato a tutti gli effetti; quando si depone un presidente senza seguire le procedure costituzionali, facendolo per di più scappare per salvarsi la vita, è colpo di stato): chi ha ucciso più di 100 persone il 21 febbraio 2014 in piazza Maidan? Chi ha massacrato più di 50 persone ad Odessa il 2 Maggio 2014? Chi ha abbattuto l’aereo malese il 21 Luglio dello stesso anno? La procura ucraina ha eseguito un’indagine sulla telefonata tra la Nuland e l’ambasciatore Usa a Kiev? Coloro che hanno illegalmente occupato i palazzi governativi (sic!) sono stati processati e puniti?

    Come può mai sorgere uno stato di diritto, mi domando, quando fatti del genere vengono elusi e non perseguiti. Non è assolutamente accettabile che l’occidente perda completamente la faccia per una nazione che non vuole percorrere la strada del diritto. Oggi non è come ieri. La gente usa internet e non si ferma alle informazioni unilaterali della stampa mainstream.

    l’Ucraina sta andando dritta dritta verso la catastrofe, anche economica. Pare che il Nord Stream 2 si farà proprio. E dal 2020 l’ucraina perderà il 10 % dei propri introiti, perché i russi sono decisi a non farvi più passare il gas. Come finira?

  2. Sottoscrivo l’intervento di Paolo riga per riga. Mi chiedo se anche in EastJournal qualcuno non ha peccato di ideologismo e superficialità a suo tempo nel seguire il caso ucraino… Le ultime parole di Bondarenko dovrebbero far riflettere molti: “A meno che non si voglia credere che sia sempre e solo colpa di Mosca”.

    • Benché a volte vanamente, conduco da sempre un’opera di sensibilizzazione sull’importanza delle parole. La critica di chi legge a chi scrive è necessaria e, da noi, benvenuta. Tale critica, per essere presa in considerazione, deve tuttavia essere saldamente ancorata al rispetto dell’interlocutore (i media, i giornalisti, in questo caso noi). Da persone adulte sappiamo che l’offesa e l’insulto sono cose diverse, la prima può esistere senza il secondo. Un dialogo costruttivo tra chi legge e chi scrive si realizza solo in assenza di offesa. Ebbene, dire che il nostro lavoro è “superficiale” non è una critica, è un’offesa. Si immagini lei, qualunque sia il suo lavoro, se le dicono che lo compie con superficialità. Certo reagirebbe stizzita, e ne avrebbe ragione, del suo impegno e del suo lavoro si parla, ovvero della persona che è lei: superficiale nelle cose che fa.
      Non mi è mai capitato, a dire il vero, di ricevere simili considerazioni di persona: il rispetto del prossimo e l’educazione ci vietano di offendere apertamente il prossimo. Più frequente è l’offesa online, come se dall’altra parte non ci fossero comunque persone che lavorano, con una propria dignità. Ma anche chi le manda, le offese, è spesso una persona rispettabile che allenta un poco i freni coperto dall’impersonalità della rete, o dal suo anonimato. E’ difficile far passare il messaggio che il primo a uscirne delegittimato è che offende e non chi riceve l’offesa (l’accusa). Tuttavia occorre esserne consapevoli se non vogliamo che questo meraviglioso strumento di dialogo che è la rete diventi un vano berciare tra sordi. Cordiali saluti

      Matteo

      • Gentile dr. Zola, constato che c’è una certa ipersensibilità sul tema Ucraina. Superficiale non è un’offesa; per farla breve, è una comunissima e tradizionale parola della lingua italiana, per consuetudine estesa ai domini della valutazione politologica e storiografica. Offesa poteva esser definire il vostro lavoro ideologico/fasullo/strumentale/vuoto/ecc. ecc., senza portare alcuna prova. Mi spiace ne abbia avuto tanto a male. In EastJournal ci sono interventi approfonditi e da ammirare per l’abile sintesi; altri meno; alcuni frettolosi, ed altri ancora – nella cornice giornalistica – di sorprendente acribia e utilità per comprendere il mondo orientale. Forse è stato un po’ trascinato dal mainstream relativo alle offese in rete, per cui la predica finale francamente stona tanto la mia mail si allontata da tutto ciò. Se non è in grado di accettare un giudizio quale “superficiale”, mi chiedo che tipo di dialogo intellettuale – proficuo e non di facciata – preveda lei con i suoi lettori/studenti/docenti. Con un invito alla maggior modestia, ribadisco il concetto, tornando al vero problema posto dalla mia precedente comunicazione (e spero di non essere censurata): non c’è qualcuno in EastJournal che dovrebbe con onestà intellettuale svolgere una seria autocritica rispetto alle vicende recenti dell’Ucraina?

        • Gent. Barbara

          abbiamo punti di vista diversi sull’uso delle parole e sul loro significato in contesti come questo.
          Per venire alle sue osservazioni, la linea editoriale di EJ sull’Ucraina è la stessa da otto anni e ricalca completamente la nostra linea editoriale generale: rifiuto e condanna del nazionalismo, dell’autoritarismo, dell’estremismo di destra e di sinistra, della guerra come strumento di risoluzione dei conflitti politici, dell’abuso e della violazione del diritto internazionale, della corruzione politica. L’approccio alle questioni geopolitiche oscilla tra l’idealistico/liberale e il realista, a seconda della sensibilità di chi scrive. I nostri riferimenti politici stanno nella tradizione social-liberale e azionista ma tra i nostri autori ci sono persone dei più disparati orientamenti. La crisi Ucraina è stata affrontata a partire da questi presupposti e ci ha portato a condannare l’aggressione russa, a sostenere le richieste della protesta del 2014 ma anche a preoccuparci per le sue conseguenze, a condannare i vari neofascismi emergenti nel paese, a criticare l’oligarchia al potere, a lamentare le condizioni relative alle libertà individuali nel paese, a invocare la tutela delle minoranze tra cui, su tutte, i Tatari di Crimea.
          Già nel 2014 pubblicammo diversi articoli in cui criticavamo la nuova élite di governo a Kiev esattamente come condannavamo le politiche aggressive del Cremlino. Le cose che diciamo oggi le dicevamo già nel 2014.

          In questi anni siamo stati oggetto di diverse “critiche”: ci hanno dato degli atlantisti e dei putinisti, dei nazionalisti ucraini e dei filorussi, dei fascisti e dei comunisti. E questo perché abbiamo sempre cercato di affrontare la questione ucraina da vari punti di vista, senza sventolare bandiere di parte. C’è ancora qualcuno in questo paese che è libero, e noi siamo tra quelli.

          Quindi, al di là dell’autocritica che ogni attività lavorativa porta con sé, e che quotidianamente esercitiamo, non capisco a cosa si riferisce. Non abbiamo mai mutato opinione né atteggiamento nei confronti della questione ucraina. Se invece si riferisce ad altro, la ascolto volentieri, c’è sempre da imparare nel confronto con i lettori.
          Forse non è il suo caso, ma spesso si giudica da singoli, limitati aspetti, un lavoro ampio e collettivo. Ci sono otto anni di archivio che testimoniano cambiamenti di opinioni, correzioni di rotta, divergenze interne, maturazione personale (eravamo, e molti sono ancora, assai giovani), ma sempre nel rispetto della linea editoriale, e a quegli otto anni di archivio rimando tutti coloro che pensano di sapere chi siamo dopo aver letto due o tre articoli. Un giornale – se lo siamo, un progetto editoriale in ogni caso – si giudica dalla sua storia e dall’insieme della sua produzione, altrimenti le critiche lasciano abbastanza il tempo che trovano.
          Grazie per la sua risposta, un saluto cordiale

          Matteo