BOSNIA: Non è un Paese per donne

di Giacomo Corticelli

Si è svolta martedì, presso il parlamento nazionale, la conferenza per la presentazione del rapporto “Prendersi cura della nostra sicurezza: genere e riforma del settore della sicurezza in Bosnia-Erzegovina”. L’incontro è stato organizzato dal Centro ginevrino per il controllo democratico delle forze armate (DCAD), da Iniziativa Atlantica per la Bosnia Erzegovina e dall’Ong per i diritti umani delle donne, Žene Ženama.
L’obiettivo principale della tavola rotonda è stato quello di discutere i risultati delle ricerche sull’integrazione delle questioni di genere in materia di sicurezza in Bosnia-Erzegovina. I nove mesi di ricerca sono stati effettuati tramite interviste presso le istituzioni, le comunità locali interessate e rappresentanti di varie Ong.

La presentazione ha coperto i temi quali la partecipazione delle donne nelle istituzioni, in particolare nel settore della sicurezza, le politiche riguardanti il genere, i servizi di sicurezza e di giustizia destinati alle donne, le pratiche correnti e in particolare quelle riguardanti le discriminazioni di genere e le molestie sessuali. Si è anche parlato di cooperazione e coordinamento tra polizia e magistratura sul tema della violenza di genere e sulla necessità di garantire la pena, sopratutto ai recidivi. Il dibattito voleva inoltre rafforzare la coscienza di genere nel settore della sicurezza e fornire una serie di raccomandazioni alle istituzioni, in merito alle politiche di integrazione di genere da inserire nella riforma del settore della sicurezza, che è in corso nel Paese.

La presenza di rappresentanti delle alte cariche istituzionali ha contribuito a dare un maggior tono d’importanza all’incontro. Hanno anche partecipato, tra gli altri, Adisa Zahiragić dell’associazione Donne Giudici Bosniache, Boško Šiljegović, commissario militare parlamentare e Marina Zović della rete di agenti donne di polizia del sud est europeo.

Nella bozza di 32 pagine del rapporto, sono esplicitate una serie di raccomandazioni verso presidenti e ministri della complessa e polarizzata amministrazione “daytoniana” del paese. Altre raccomandazioni sono dirette a parlamentari, giudici e procuratori a tutti i livelli, funzionari del settore della sicurezza e dei penitenziari. Vengono infine consigliate le agenzie per l’uguaglianza di genere, le organizzazioni della società civile e i media, sia della Federazione e che della Republika Srpska.

Le buone intenzioni non si traducono però sempre nella realtà di fatto. In Bosnia continua a prevalere una cultura patriarcale, maschilista e macista in moltissimi settori della società. Molti lavori, in particolare nelle forze armate e di sicurezza, sono “percepiti unicamente per uomini” e “lo sviluppo di pratiche inclusive verso le donne non viene considerato prioritario” dati anche gli enormi problemi economici e sociali. In un paese prettamente rurale, un problema rilevante riguarda lo scarso accesso all’informazione delle donne e la capacità di riconoscere e denunciare gli abusi.

Si è anche constatato come sia scarsa la presenza di donne inviate nelle coalizioni internazionali, in Afghanistan per esempio. In questo caso sarebbe quantomeno lecito domandarsi se la Bosnia debba sacrificare le proprie donne, ma anche i propri uomini, a servizio di guerre lontane, decise da altri Stati e unicamente per poter far parte del “club dei grandi” che bombardano altri paesi in nome della libertà e della democrazia.

Altro quesito interessante è come garantire la certezza della pena e come reinserire nella società i colpevoli di violazioni dei diritti delle donne. Si legge a pagina 13 che “le prigioni sono sovraffollate e sono assenti strutture separate per donne, minori, tossicodipendenti e malati psichiatrici”. Viene chiesto il miglioramento del sistema carcerario “in accordo con le regole penitenziarie europee”, ma non si capisce con quali mezzi e in quali tempi. E senza considerare lo stato pietoso delle carceri in diversi stati europei, come Italia o Belgio, che non dovrebbero sicuramente rappresentare un modello per la Bosnia.

 A pagina 16 si considera l’importanza del ruolo dei media nella sensibilizzazione del grande pubblico, in particolare sulla violenza di genere. Non si tiene presente però, che ogni grande media bosniaco fa riferimento ad una certa fazione politica, che s’ispira a sua volta ad una diversa etnia e religione. Ogni confessione ha poi una considerazione disuguale della donna, che si esprime in maniera ancora disomogenea nelle diverse zone del paese. Tutto questo rende giustificabile ogni distorsione nell’informazione, pur partendo dai migliori intenti, manca fondamentalmente la libertà d’informare in maniera oggettiva.

 Concludendo, non viene fatta alcuna allusione o considerazione in merito agli orientamenti sessuali di donne e uomini. Cosa succederebbe infatti se una doganiera o una parlamentare ammettessero pubblicamente di essere lesbiche? La domanda resta aperta e la Bosnia resta, per il momento, “un paese per maschi”.

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