SERBIA: Quale opposizione dopo le proteste?

Proteste a Belgrado

Eterogenea e trasversale: due aggettivi che descrivono la natura sociale delle ultime proteste in Serbia. I manifestanti non si riconoscono in una specifica classe sociale o determinata ideologia politica e gli stessi leader di opposizione non hanno avuto la possibilità di guidare la protesta.

Tutti contro Vučić 

Lo scorso due aprile il premier in carica Aleksandar Vučić veniva annunciato vincitore delle elezioni presidenziali con il 55% dei suffragi. Un plebiscito, ma che non sembrava convincere migliaia di cittadini serbi, che a partire da lunedì 3 aprile sono scesi in piazza, prima a Belgrado e poi nelle altre principali città della Serbia, per denunciare la mancanza di legittimità delle elezioni e l’erosione della democrazia. Le proteste sono proseguite per dodici giorni di fila, per poi progressivamente scemare.

In piazza “contro la dittatura” sono scese persone di tutte le estrazioni sociali e politiche: giovani liberali ed europeisti come veterani nazionalisti e filorussi. E i partiti politici sono stati tenuti a debita distanza – segno dello scontento verso la classe politica, inclusa quella all’opposizione – anche se vari leader hanno espresso il proprio sostegno alle proteste.

Nonostante l’eterogeneità della protesta, il bersaglio conclamato è stato il primo ministro, e futuro presidente, Vučić. Sotto accusa sono finiti anche i direttori dei media pubblici, RTS e RTV, così come i membri della commissione elettorale centrale, di cui i dimostranti hanno chiesto le dimissioni. Lo stretto controllo del governo sui media e sul processo elettorale è tra le ragioni principali della sfiducia dei cittadini verso le elezioni.

Nel complesso, le manifestazioni non hanno minato la credibilità internazionale del premier e nemmeno il suo illimitato potere interno; da questo punto di vista, Vučić pare aver avuto ragione nell’ignorare il movimento, nell’attesa che si sgonfiasse naturalmente.

Un’opposizione debole 

La critica pacifica e forte delle proteste non è stata rivolta solo contro Vučić, ma anche contro l’opposizione parlamentare, che ha ottenuto pessimi risultati, dovuti anche allo spazio sottrattole dal candidato satirico Preletačević Beli. L’opposizione non è stata in grado di sintetizzare e rappresentare le richieste di una vasta fetta di pubblico, che chiede in primo luogo la garanzia dello stato di diritto e la contendibilità delle istituzioni, e rischia ora una progressiva emarginazione dalla scena politica.

Le proteste mostrano, al contempo, la possibilità di uno spazio di opposizione vivo e attivo, capace di organizzarsi e di manifestare autonomamente senza legittimazioni partitiche, e capace di seguire una direzione non violenta pur senza perdere la forza delle proprie istanze.

Quale ruolo per Janković?

Saša Janković, ex difensore civico con alle spalle vari contrasti con Vučić, ha presentato una candidatura per sua stessa ammissione, “pre – politica”, proponendosi come “il candidato dei cittadini” ad un ruolo di garanzia super partes delle istituzioni, pur con l’appoggio di una forza politica rilevante come il Partito Democratico.

Una candidatura estranea alla politica tradizionale come quella di Janković si è dimostrata capace di inserirsi in un coerente discorso di opposizione, diretta contro Vučić ma capace di coinvolgere tutta la politica e le istituzioni serbe, tanto da conquistare circa il 16% dei voti. Non è un caso che Janković abbia sostenuto le proteste, pur accettando il verdetto delle urne.

Davanti a queste manifestazioni è spontaneo chiedersi quale ruolo politico l’ex difensore civico saprà ritagliarsi nella Serbia di Vučić, e se avrà il carisma necessario per guidare un’opposizione popolare al neo-presidente.

Foto Credit: Emil Vas for Beta 

Chi è Pietro Dalmazzo

Studente di scienze storiche presso l'Università di Bologna

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