Il senso dei serbi per l’idiozia

Il nazionalismo è l’ultimo rifugio delle canaglie, diceva Samuel Johnson, e di canaglie pare siano pieni i Balcani: dai croati che hanno recentemente piazzato una bella placca a Jasenovac, campo di di concentramento ustascia, con sopra scritto “pronti per la patria”, proprio per commemorare i fascisti che uccisero serbi, ebrei e musulmani – come se si mettesse una bella patacca ad Auschwitz con il motto “heil Hitler” – fino ai kosovari che discutono in parlamento a colpi di fumogeni, e inneggiano al loro signore della guerra, Rasmush Haradinaj, con eroici cartelloni che campeggiano sulla miseria di uno stato fallito anche per colpa di una classe politica rapace e corrotta. Tuttavia nelle ultime settimane – spiace dirlo, poiché pare di sparare sulla croce rossa – i farabutti politici sembrano abbondare nelle élites serbe. Alcuni recenti casi, clamorosi o meno, sollevano più di un interrogativo sulla classe politica di Belgrado e dintorni.

“Sull’orlo della guerra”

Non possiamo infatti credere che il primo ministro serbo, Aleksandar Vučić, non fosse consapevole delle conseguenze quando ha deciso di mandare un treno, tutto bardato coi colori nazionali serbi, e la scritta “il Kosovo è Serbia“, verso Mitrovica, cittadina a maggioranza serba nel nord del Kosovo. Una provocazione bell’e buona, di bassa lega a ben vedere – ma che aspettarsi dal genio politico serbo? – che ha trovato la pronta reazione del presidente kosovaro, Hasim Tachi, rapido nello schierare forze speciali al confine affinché quel treno non avesse da passare. Certe provocazioni, se non ci fossero, bisognerebbe inventarle. E così lo scambio di accuse ha preso il via, arrivando a dichiarazioni parossistiche – quanto ridicole – secondo cui il solito Vučić accusava i kosovari di voler far saltare il treno, e il presidente serbo Nikolić affermava che i due paesi erano “sull’orlo della guerra“.

“La Grande Serbia, un sogno irrealizzato”

Parlare di guerra con questa leggerezza, in quella regione, è degno dei peggiori farabutti, e certo il presidente Nikolić ha un pedigree di tutto rispetto in tal senso: negli anni ’90 fondò il partito radicale ultranazionalista con Vojislav Seselj, noto alle galere dell’Aja per i suoi crimini di guerra nella ex Jugoslavia. E fu proprio Seselj – nel delirio nazionalista di quegli anni oscuri – a nominare “vojvoda” il vecchio “Toma”: duce dei cetnici, capitano di battaglia durante la guerra. Dopo il conflitto, lo ritroviamo a fare il vice primo ministro di Slobodan Milosevic. Correva l’anno 1999 e la guerra in Kosovo volgeva al termine. Quel Kosovo al quale Nikolić ha dichiarato che non rinuncerà mai. “La grande Serbia – ha dichiarato – resta il mio sogno irrealizzato”: il treno dei desideri, nei pensieri di Toma va di sicuro all’incontrario. Ma non basta, il “duce dei cetnici” Nikolić è persino giunto ad affermare che Vukovar è una città serba, dimenticando le stragi compiute dai paramilitari serbi proprio sulla popolazione serba della città.

“Per ogni serbo ucciso”

Tuttavia Nikolić , da buon paraculo, si è convertito al verbo europeista – fondando un nuovo partito, quello “progressista” – per legittimarsi agli occhi delle cancellerie europee che hanno così fatto finta di non vedere che razza di cani abbaiavano a Belgrado. Stessa storia per Vučić, anche lui benedetto da Bruxelles in cambio della rinuncia al Kosovo, rinuncia mai davvero compiuta. Il nazionalismo, per l’attuale leadership serba, è certo uno strumento politico buono quando si avvicinano le elezioni – le prossime saranno ad aprile – ma c’è dell’altro: c’è un passato, ci sono parole che pesano come macigni sulla credibilità degli uomini, e non potrebbe essere diverso.

E così, quando leggiamo sui giornali nostrani che Vučić sarebbe uno statista di livello, europeista e liberal, vale la pena ricordarci che si tratta pur sempre dello stesso uomo che dichiarò: “per ogni serbo ucciso, ammazzeremo cento musulmani“. Parole d’hitleriana memoria, assai più tremende ascoltate oggi, con la mente che volge a Srebrenica, macello per ottomila musulmani uccisi dalla bestialità serba. Poi non ci si stupisca per le accoglienze a sassate, almeno.

Haradinaj tra nazionalismo e giustizia

Anche nella questione legata all’arresto a Parigi di Haradinaj, signore della guerra kosovaro, accusato e assolto per crimini di guerra (certo, i testimoni contro di lui sono tutti misteriosamente morti) di cui Belgrado ha chiesto l’estradizione al fine di processarlo in Serbia, solleva più di un dubbio. La richiesta di estradizione serba – che risale al 2004 – non può avere alcun seguito oggi, essendo Haradinaj già stato processato due volte per lo stesso capo d’imputazione in tribunali internazionali. La questione diventa quindi occasione per dare altro fiato alle trombe del nazionalismo, e i tromboni non perdono occasione per suonare le usate marcette dell’orgoglio nazionale, alimentando retoriche utili solo ad accrescere la tensione tra le cancellerie balcaniche.

La secessione dei serbi di Bosnia

In generale a Belgrado non tira una buona aria. Il presidente Nikolić – ancora lui – ha dapprima partecipato alla celebrazione della Giornata della Republika Srpska, ritenuta incostituzionale dal governo di Sarajevo, avvelenando così le relazioni con la Bosnia Erzegovina, e poi ha incontrato Momcilo Krajisnik, criminale di guerra serbo che ha scontato 20 anni di prigione per crimini contro l’umanità, inclusi deportazione, pulizia etnica, e altre belle cosette. Rilasciato dopo aver scontato due terzi della pena, Krajisnik è ritornato a Banja Luka per fondare un’associazione chiamata “I fondatori della Republika Srpska”. Inutile sottolineare che si tratta di una repubblica fondata sul crimine di guerra. In questa veste Krajisnik ha incontrato Nikolić discutendo – udite udite – di una “ridefinizione” dei confini serbi. Una ridefinizione che passa dalla Republica Srpska il cui presidente, Milorad Dodik, non manca occasione per parlare di “secessione” dalla Bosnia Erzegovina, di cui la Srpska è un’entità. Dodik lo ha fatto anche durante l’ultima visita ufficiale di Nikolić, il 9 gennaio scorso, senza che il presidente serbo commentasse o smentisse.

Nazional-idiotismo

Quella di Dodik è forse la faccia peggiore di questo nazionalismo da operetta che i serbi stanno riproponendo, ma più che di nazionalismo sarebbe corretto parlare di idiozia. Pura e semplice idiozia di una classe politica che usa gli strumenti del revanscismo e dell’irredentismo per manipolare l’opinione pubblica e mantenere le proprie posizioni di potere, a Belgrado come Banja Luka. Questo non è tuttavia meno grave, anche perché giocare col nazionalismo è sempre pericoloso e può portare a situazioni non previste dagli acuti strateghi di Belgrado. Secondo Vuk Draskovic, esponente politico di lungo corso, già ministro degli Esteri serbo, “ci sono molti nei circoli nazionalisti di Belgrado che vedono di buon occhio le mosse di Dodik, sia nell’università che nel mondo della cultura e nelle gerarchie della chiesa ortodossa. Gli stessi che appoggiarono le politiche di Milosevic”.

Binario morto

Lo scenario non è dei migliori, lo abbiamo visto. Tuttavia non ci si deve unire ai pifferai che parlano di un prossimo conflitto bellico. Venti di guerra non ne soffiano né potranno soffiare, essendo la Serbia un paese a sovranità limitata, che ancora porta i segni delle sconfitte nelle ultime guerre jugoslave, e che si trova in condizioni politiche decisamente diverse da quelle degli anni Novanta. Così tutto questo teatrino di bandiere e fanfare serve solo ad animare un folklore nel quale i cittadini serbi credono sempre meno, e l’affluenza alle urne sempre più bassa è lì a dimostrarlo. Tuttavia ancora una volta Belgrado agita i Balcani ed è forse questa la cosa più triste: quella che fu la locomotiva dei Balcani, centro di aggregazione della regione e culla dello jugoslavismo, è diventato un becero trenino agghindato di bandiere che procede su un binario morto.

Chi è Matteo Zola

Giornalista professionista e professore di lettere, classe 1981, è direttore responsabile del quotidiano online East Journal. Collabora con Osservatorio Balcani e Caucaso e EastWest. E' stato redattore a Narcomafie, mensile di mafia e crimine organizzato internazionale, e ha scritto per numerose riviste e giornali (Nigrizia, Il Tascabile, il Giornale, Il Reportage). Ha realizzato reportage dai Balcani e dal Caucaso, occupandosi di estremismo islamico e conflitti etnici. E' autore di "Congo, maschere per una guerra", Quintadicopertina editore, Genova, 2015; e di "Revolyutsiya - La crisi ucraina da Maidan alla guerra civile" (curatela) Quintadicopertina editore, Genova, 2015.

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