RUSSIA: Il caso Magnitsky. La morte di un avvocato dietro il blocco delle adozioni

Decine di migliaia di persone sono scese in piazza recentemente a Mosca per protestare contro la controversa legge che proibisce a cittadini americani di adottare bambini russi.

La legge “anti-adozioni” è l’ultima mossa di politica internazionale del Premier Vladimir Putin contro gli Stati Uniti. Per approvare la normativa mancava infatti solo la sua firma, arrivata puntuale il 29 Dicembre. Ma cosa si cela dietro una legge che di fatto impedirebbe a 1000 bambini ogni anno di sperare in una vita migliore? Il provvedimento è considerato da molti una “ripicca politica” contro il Magnitsky Act, una legge approvata di recente dal Senato americano che impone severe sanzioni ai funzionari russi sospettati di essere coinvolti in violazioni di diritti umani, tra cui il divieto di entrare negli Stati Uniti e il sequestro dei beni che giaciono su suolo americano. Il Magnitsky Act prende il nome dall’avvocato russo Sergei Magnitsky, morto nel Novembre 2009 nel carcere moscovita di Butyrka in circostanze sospette, dopo aver denunciato uno dei più grandi casi di corruzione all’interno del Ministero degli Interni russo.

Due anni prima l’avvocato russo fu incaricato dall’azienda per cui lavorava di fare luce sulle accuse di evasione fiscale mosse dal Ministero degli Interni contro la società Hermitage Capital Management. Sposato, padre di due figli e tra i migliori giuristi di tutto il paese, Magnitsky impiegò un anno a scoprire che non solo la Hermitage era stata accusata ingiustamente ma che tre delle sue controllate furono acquistate illegalmente da un noto criminale russo e poi utilizzate per richiedere un rimborso esariale allo Stato di 230 mln di dollari. Rimborso approvato dal Ministero degli Interni in meno di 24 ore. Magnitsky dimostrò che la richiesta di risarcimento era illegale, così come illegale era stata l’acquisizione delle controllate della Hermitage. Consegnò le prove alla polizia di Mosca ma le autorità si dimostrarono sorde alla denuncia dell’avvocato. Magnitsky andò oltre. Scoprì che il gruppo dietro la frode che denuciava era costituito da funzionari del Ministero degli Interni, impiegati dell’ufficio imposte di Mosca, poliziotti, banchieri e membri della mafia russa. Tutti destinatari di quei 230 mln di dollari oggetto della denuncia.

«Mentre sei dei nostri sette avvocati accettarono la mia proposta di lasciare la Russia per le pressioni ricevute – ha scritto in una lettera al Sunday Times il fondatore della Hermitage, William Browder – Sergei decise di rimanere. Mi disse che queste persone avevano rubato al suo paese enormi somme di denaro e che era intenzionato a rimanere, a proseguire le indagini e ad assicurarsi che fosse fatta giustizia».

L’arresto per Magnitsky arrivò poco dopo la deposizione delle sue prove. E a muovere le accuse contro l’avvocato russo furono proprio gli stessi funzionari che lui aveva denunciato. Fu arrestato per evasione fiscale e nel giro di poche settimane fu trasferito nel carcere di massima sicurezza di Butyrka. Dalle testimonianze riportate sul suo diario, l’avvocato descriveva la sua cella come “fetida e ributtante, condivisa con altri tre detenuti in uno spazio di circa 8 m², dovevamo stendere un lenzuolo per separare i letti dal buco che fungeva da toilet, dal quale spesso fuorisciva il liquido delle fogne”. Nel giro di pochi mesi la salute di Magnitsky deteriorò gravemente. Le sue richieste di assistenza medica furono costantemente rigettate. Gli fu inoltre negato di vedere sua moglie e la sua famiglia durante tutto il periodo di reclusione. Magnitsky fu trovato morto nella sua cella, riverso in una pozzanghera della sua stessa urina e con il corpo ricoperto di lividi, a pochi giorni dalla sua scarcerazione. Era in prigione da quasi dodici mesi, secondo la legge russa termine massimo di reclusione prima di un processo. Da lì a pochi giorni avrebbe dovuto affrontare la prima udienza, ma in aula non ci è mai arrivato.

In una lettera inviata al Procuratore Generale di Mosca, la presidente dell’Helsinki Committee Ludmila Alekseeva ha fatto esplicito riferimento a torture e maltrattamenti quali cause della morte di Magnitsky. L’intento dei suoi carcerieri era quello di convincerlo a ritirare le sue accuse. Pressioni a cui l’avvocato non ha mai ceduto. L’unico finora a sedere sul banco degli imputati per la morte di Sergei Magnitsky è il dott. Dmitry Kratov, responsabile del servizio medico del carcere di Butyrka e accusato di negligenza. Pochi giorni prima della sentenza, Vladimir Putin ha dichiarato che l’avvocato non fu vittima di torture e che morì per cause naturali. Puntuale, l’assoluzione piena per Kratov è arrivata il 28 Dicembre scorso, il giorno prima dell’avallo di Putin alla legge anti-adozioni.

Ma cosa ne è stato dei 230 milioni di dollari dei contribuenti russi? In un’inchiesta transnazionale, la Novaya Gazeta e il network OCCRP sono riusciti a rintracciarne due, utilizzati per acquistare beni di lusso e proprietà a Dubai.

Un interessante sevizio di Hermitage TV qui

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2 commenti

  1. Preoccupante soprattutto che sia riporti soltanto la versione del Hermitage Capital Management, fondo di investimento americano che è parte in causa nel contenzioso e che chiede milioni di dollari di risarcimento (per questo gli USA se la prendono tanto calda, non certo per il povero Magnitsky). Questa non è una ricostruzione giornalistica ma l’arringa degli avvocati del fondo, c’è anche la versione della procura che è alquanto diversa. La notizia delle torture non ha trovato alcun riscontro, sembra certo invece che Magnitsky sia morto per una pancreatite per la quale non ha ricevuto le cure dovute, una specie di caso Cucchi. Affermazioni come “la Hermitage era stata accusata ingiustamente ” o “Magnitsky dimostrò che la richiesta di risarcimento era illegale, così come illegale era stata l’acquisizione delle controllate della Hermitage” sono tutte da dimostrare, è solo la versione della Hermitage.

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