TURCHIA: Istanbul, bombe allo stadio. È strage di poliziotti

È di almeno 38 morti e 155 feriti il bilancio del doppio attentato che ha colpito Istanbul nella notte di sabato 11 dicembre. Attorno alle 22,30 locali una forte esplosione è avvenuta all’esterno della Vodafone Arena, lo stadio di Besiktas, seguita da una seconda nel vicino parco Maçka. Lo ha annunciato il ministro dell’Interno Süleyman Soylu in una conferenza stampa domenica mattina.

Doppio attentato

Secondo Soylu, l’attentato allo stadio è stato condotto con un’autobomba detonata a distanza, mentre l’esplosione nel parco, non lontano da piazza Taksim, sarebbe opera di un attentatore suicida. Sebbene nessun gruppo abbia fino a questo momento rivendicato le azioni, le autorità turche hanno arrestato almeno 13 persone e lo stesso ministro dell’Interno ha esplicitamente accusato i militanti del movimento separatista curdo PKK.

L’autobomba allo stadio ha causato tutte e 38 i morti accertati finora. Tra questi si contano 30 poliziotti e 7 civili, mentre l’ultimo corpo non sarebbe ancora stato identificato. Proprio le forze dell’ordine erano il bersaglio degli attentatori di Istanbul. L’esplosione è avvenuta nel momento in cui una camionetta della polizia, di servizio allo stadio, stava lasciando l’area.

La pista del PKK

Una modalità che in effetti fa pensare al modo di operare tipico del PKK: colpire esercito e polizia e evitare il più possibile vittime tra i civili. Nonostante il presidente Erdogan, già nella serata di sabato, abbia affermato che l’attacco era pensato per “massimizzare il numero delle vittime”, la realtà sembra proprio l’esatto opposto. Alla Vodafone Arena si giocava ieri sera Besiktas – Bursaspor e l’impianto era colmo di tifosi. L’autobomba però è stata fatta saltare molto tempo dopo la fine della partita, quando i tifosi erano già defluiti. Restavano appunto soltanto alcune camionette della polizia e qualche decina di agenti a fine turno.

Non è diversa la modalità del secondo attentato, quello suicida avvenuto 45 secondi dopo lo scoppio allo stadio. Secondo la ricostruzione fornita dal vice premier Numan Kurtulmus, l’attentatore suicida, che probabilmente indossava una cintura esplosiva, si è fatto saltare in aria nel parco mentre si trovava accerchiato da poliziotti.

Altri aspetti invece assomigliano alle azioni compiute dall’Isis: soprattutto il fatto che si tratti di un doppio attentato. L’Isis poi fa largo uso di attentatori suicidi, ma questa non è una sua prerogativa in Turchia: è una caratteristica in comune con altri gruppi come il TAK (Falchi della Libertà), organizzazione curda nata da una costola del PKK, attiva soprattutto tra Istanbul e Ankara, e il gruppo marxista-leninista DHKP-C.

Qual è il messaggio?

Solo nel 2016 la Turchia è stata colpita da più di 10 attentati, in cui hanno perso la vita oltre 300 persone. Una stagione di sangue che è iniziata in sordina già nei primi mesi del 2015, per poi arrivare all’attentato di Ankara del 10 ottobre dove erano morte più di 100 persone. Portati a termine sia da militanti filo-curdi o della galassia di estrema sinistra, sia da affiliati all’Isis di base nel paese, questi attacchi hanno accompagnato la fine del processo di pace tra Ankara e il PKK e l’avvio di una pesantissima repressione dei separatisti e delle autorità curde condotta dall’esercito in tutto il sud-est. L’Isis, sebbene non abbia rivendicato nessun attentato in Turchia (eccetto l’autobomba scoppiata a inizio novembre a Diyarbakir all’indomani degli arresti dei deputati del HDP), è certamente responsabile di alcuni degli attacchi. Di questa strategia della tensione si è saputo avvantaggiare il presidente Erdogan, che ha trovato il modo per giustificare il giro di vite contro media e autorità curde, nonché l’intervento militare in Siria.

Qual è il messaggio di quest’ultimo attentato a Istanbul? In assenza di rivendicazioni ufficiali, due sono le coincidenze che potrebbero spiegare l’attacco. Proprio il 10 dicembre è stata presentata in parlamento la proposta di riforma della Costituzione che introduce il presidenzialismo e garantisce a Erdogan poteri più vasti di quelli attuali. Una riforma osteggiata dall’opposizione filo-curda, e che certo non va giù facilmente nemmeno al PKK.

Lo stesso giorno l’esercito turco ha lanciato l’attacco finale ad al-Bab, cittadina nel nord della Siria occupata dall’Isis. Se è vero che lo Stato Islamico potrebbe avere in ciò il suo movente, è altrettanto vero che se la Turchia occupa al-Bab tramonta definitivamente la speranza dei curdi siriani di unire tutti i cantoni che controllano, nello specifico collegare Kobane con Efrin.

Chi è Lorenzo Marinone

Giornalista, è caporedattore area Medio Oriente di East Journal. Collabora su Medio Oriente e Nord Africa con il Centro Studi Internazionali e con Osservatorio di Politica Internazionale. Master in Peacekeeping and Security Studies a RomaTre. Su ciò di cui non si può parlare, si deve tacere.

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