SERBIA: Nuovo governo, vecchio programma

Da BELGRADO – Lo scorso 11 agosto il parlamento serbo ha nominato il nuovo governo, sulla base dei risultati delle elezioni anticipate tenutesi il 25 aprile. Questa lunga attesa era stata giustificata da diversi fattori, sia di politica interna che estera, ma alla fine il mandatario Aleksandar Vučić, già primo ministro e capo del partito di maggioranza, ha scelto la nuova formazione dell’esecutivo di Belgrado.

Il nuovo governo conserva l’alleanza strategica con i socialisti del SPS di Ivica Dačić, che resta al ministero degli Esteri, e presenta qualche nome nuovo, tra cui Ana Brnabić, al ministero dell’Amministrazione pubblica – prima donna dichiaratamente lesbica a ricoprire la carica di ministro nella storia del paese. Rispetto al governo precedente, sono otto i nuovi componenti dell’esecutivo di Belgrado.

Tuttavia, il nuovo governo è il risultato di elezioni anticipate indette senza che esistesse altro motivo che non fosse il rafforzamento del programma della coalizione guidata da Vučić. Quella del primo ministro è stata quindi una mossa per indebolire l’opposizione e consolidarsi al comando, potendo ora governare per altri 4 anni di mandato.
L’intenzione politica è quella di mantenere fede al programma di riforme così come già concordato negli ultimi anni con le principali istituzioni finanziarie internazionali.

Pochi giorni dopo la formazione del governo, infatti, l’esecutivo ha adottato la risoluzione circa gli impegni presi con il Fondo Monetario Internazionale nel febbraio 2015. In particolare, si tratta di un accordo triennale della portata finanziaria di 1,2 miliardi di euro con il quale la Serbia si impegna per la riduzione del deficit, le riforme del settore pubblico e la ristrutturazione di imprese pubbliche. Ovvero, il piano che prevede licenziamenti di massa per le imprese pubbliche, nonché un aggiustamento dei loro bilanci, danneggiati da enormi debiti.
Il governo di Aleksandar Vučić è inoltre impegnato nel processo di privatizzazione di diverse imprese pubbliche e nel piano di incentivi agli investimenti di capitale provenienti dall’estero.

Tra i principali investitori troviamo le monarchie del golfo, Emirati Arabi in primis, forti di sovvenzioni statali a dir poco accomodanti per progetti edilizi tra cui spicca “Belgrado sull’acqua”; diverse compagnie cinesi, già autori di progetti infrastrutturali di grossa importanza; nonché molte compagnie italiane, considerato che l’Italia è il primo partner commerciale della Serbia, soprattutto nei settori automobilistico e calzaturiero.

Dal punto di vista della politica estera, invece, il governo di Vučić molto probabilmente continuerà a portare avanti la politica del tenere il piede in due scarpe, ovvero continuerà ad oscillare tra Russia ed Unione Europea. Inoltre, il suo governo dovrà portare avanti il dialogo con la NATO, con la quale 10 anni fa ha siglato il programma di Partnerariato per la Pace. Non è un caso che pochi giorni dopo la formazione del governo, il vice-presidente degli Stati Uniti, Joe Biden – già conoscitore della realtà balcanica sin dalle guerre jugoslave e forte sostenitore dell’intervento NATO – si sia recato in visita prima a Belgrado e poi a Pristina.
In tal senso gli Stati Uniti vorrebbero farsi da garante nel processo di stabilizzazione tra Serbia e Kosovo, fortemente ostacolato a causa del boicottaggio esercitato dal partito nazionalista kosovaro “Vetevendosje” in merito alla costituzione della Associazione/Comunità delle Municipalità Serbe del nord.

La questione del Kosovo resta dunque nell’agenda dell’esecutivo di Belgrado, che dovrà essere in grado di giocarsi la carta della normalizzazione dei rapporti con Pristina, senza sbilanciarsi in un suo ufficiale riconoscimento, di modo da guadagnarsi da un lato la stima di Bruxelles e dall’altro continuare a sembrare di tutelare l’interesse nazionale.

Foto: Corax

Chi è Giorgio Fruscione

Giorgio Fruscione è Research Fellow e publications editor presso ISPI. Ha collaborato con EastWest, Balkan Insight, Il Venerdì di Repubblica, Domani, il Tascabile occupandosi di Balcani, dove ha vissuto per anni lavorando come giornalista freelance. È tra gli autori di “Capire i Balcani occidentali” (Bottega Errante Editore, 2021) e ha firmato due studi, “Pandemic in the Balkans” e “The Balkans. Old, new instabilities”, pubblicati per ISPI. È presidente dell’Associazione Most-East Journal.

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