SERBIA: Vučić vince le elezioni. I radicali terza forza del paese

Da BELGRADO – Il primo ministro serbo Aleksandar Vučić ha vinto le elezioni parlamentari anticipate che si sono tenute nella giornata di ieri, 24 aprile. Il suo Partito Progressista Serbo (SNS), al governo dal 2012, ha ottenuto il 48,25% dei voti, ovvero 131 seggi. Segue il Partito Socialista Serbo (SPS) di Ivica Dačić, alleato di governo, con l’11,02% e 30 seggi. Il Partito Radicale Serbo (SRS) di Vojislav Šešelj si attesta come terza forza del paese, avende conquistato l’8,05% dei voti, ovvero 21 seggi nel parlamento serbo.

Il Partito Democratico (DS) di Bojan Pajtić ha ottenuto il 6,05% (16 seggi); il movimento di Saša Radulović “Dosta je bilo” il 5,99% (16 seggi); seguono la coalizione tra socialdemocratici (SDS) di Boris Tadić e i liberali (LDP) di Čedo Jovanović con il 5,03% (13 seggi); ed infine la coalizione di destra tra il Partito Democratico Serbo (DSS) e il movimento Dveri che conquista il 5% delle preferenze (13 seggi).

L’affluenza si è attestata al 57% degli aventi diritto, mentre alle ultime elezioni aveva votato il 53% degli elettori.

Oltre che per il parlamento della repubblica, si votava anche per il rinnovo del parlamento della Vojvodina, regione a statuto autonomo nel nord del paese, e in diversi comuni. Il partito di Vučić ottiene la maggioranza sia in Vojvodina, governata fino ad oggi dal Partito Democratico, che in molti comuni, incluse 14 delle 17 municipalità di Belgrado, oltre alle città di Novi Sad, Kragujevac, Niš e Čačak.

Poche sorprese

Per quanto abbia conquistato qualche seggio in meno rispetto alle elezioni del 2014, la vittoria del SNS di Vučić era un risultato scontato, soprattutto alla luce della campagna elettorale condotta in modo sproporzionato a favore del partito di governo. La vera sorpresa riguarda invece il superamento dello sbarramento del 5% da parte dei radicali e dei movimenti Dosta je bilo e Dveri.

Come detto, il partito radicale, dopo l’assenza nell’emiciclo serbo degli ultimi 4 anni, si presenta ora come terza forza del paese, grazie soprattutto all’esito positivo del caso giudiziario a carico del suo leader, Vojislav Šešelj, conclusosi a fine marzo con la sentenza di assoluzione da parte del tribunale dell’Aia.

I movimenti Dveri e Dosta je bilo, entrambi all’esordio in parlamento, devono il loro successo ad una buona campagna elettorale condotta sul territorio, caratterizzata da un’aperta condanna dell’operato di governo e che ha quindi saputo offrire a molti elettori la possibilità di un voto di protesta, specialmente per quanto riguarda il movimento centrista fondato dall’ex ministro dell’economia Saša Radulović.

Accuse di brogli

La Commissione Elettorale della Repubblica è stata accusata dall’opposizione di non fare il proprio dovere in quanto non è riuscita a fornire i primi dati fino alle prime ore del mattino. I leader dei partiti dell’opposizione si sono riuniti presso la Commissione fino a notte fonda per seguire l’esito del voto. Infine, in una conferenza stampa hanno rivendicato il diritto al riconteggio delle preferenze, denunciando diverse fattispecie di brogli elettorali.

Tra le varie accuse di brogli rientrano anche la compravendita di voti, la presenza di attivisti di partito davanti ai seggi con schede elettorali già compilate e l’iscrizione ai seggi elettorali di persone defunte. Il leader dei democratici Bojan Pajtić ha affermato che il suo partito non rinuncerà ad un singolo voto.

Verso una deriva autoritaria?

In attesa di conoscere la nuova formazione di governo e quindi di sapere se il SNS continuerà ad avvalersi dell’alleanza coi socialisti o se preferirà governare in autonomia, sorge il dubbio circa la natura monopartitica della democrazia in Serbia.

Ciò che ha caratterizzato queste elezioni è stata senz’altro l’attenzione che tutti i partiti hanno dedicato alla figura dei propri leader. La campagna elettorale è stata quindi focalizzata per lo più sul carisma e prestigio dei candidati, in primis Aleksandar Vučić, piuttosto che sui singoli programmi politici dei partiti, che de facto avevano ben poco da offrire.

Questa caratteristica non giova alla salute della democrazia serba, incapace di mettere l’accento su un pluralismo autentico piuttosto che sulla figura dei leader. Ciò che ne consegue è una probabile deriva autoritaria del paese, il cui governo rimane concentrato nelle mani di una persona sola, nonché l’aumento della distanza tra la classe politica e il resto della popolazione.

Chi è Giorgio Fruscione

Classe 1987, politologo di formazione. E' un analista dell'ISPI esperto di Balcani, dove ha vissuto per anni lavorando come giornalista freelance. Per East Journal si occupa dell'area jugoslava. Parla correntemente serbo-croato, inglese e francese. Twitter: @Gio_Fruscione

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