BOSNIA: Un referendum sulla “Giornata della Republika Srpska” divide il paese

Mancano ormai pochi giorni allo svolgimento di un referendum nella Republika Srpska (RS), una delle due entità di cui è composta la Bosnia Erzegovina, che da mesi agita il paese e la comunità internazionale. Domenica 25 i cittadini dell’entità a maggioranza serba saranno chiamati a pronunciarsi in merito alla “giornata della Republika Srpska”, che verrebbe festeggiata il 9 gennaio. Tale ricorrenza è stata dichiarata incostituzionale dalla Corte Costituzionale della Bosnia Erzegovina qualche mese fa: in risposta a tale decisione, il Presidente della RS, Milorad Dodik, ha deciso di sottoporre la questione al voto dei cittadini. La sfida lanciata da Dodik rischia di avere pesanti conseguenze sulla già debole stabilità del paese.

La data della ricorrenza rimanda al 9 gennaio 1992, giorno in cui l’Assemblea del popolo serbo in Bosnia Erzegovina, nata dalla contrarietà dei serbi verso la proclamazione d’indipendenza fatta da Sarajevo, proclamò la nascita della Republika Srpska. Da lì a poco gli eventi sarebbero precipitati in un conflitto sanguinoso durato fino a fine 1995. Al termine della guerra, la stessa Republika Srpska divenne una delle due entità della Bosnia Erzegovina, come previsto dagli Accordi di Dayton. Nel novembre del 2015 la Corte Costituzionale ha dichiarato tale festività incostituzionale poiché contraria al principio di eguaglianza tra i tre popoli costitutivi del paese (bosgnacchi, serbi e croati). Il motivo, oltre alla data controversa, è la concomitanza con la festa ortodossa di Santo Stefano; le due cose insieme, secondo la Corte, rappresentano un discrimine verso i cittadini non serbi dell’entità, che costituiscono più del 15% della popolazione della RS.

La decisione della Corte è stata accolta negativamente dalle parti di Banja Luka. Il presidente Dodik, al potere da oltre un decennio, ha deciso di indire il referendum, per far scegliere ai cittadini se mantenere il 9 gennaio come “giornata della Republika Srpska”. La sfida lanciata dall’uomo forte della RS ad un organo statale ha messo in allarme i rappresentanti degli altri due popoli costitutivi della Bosnia Erzegovina e buona parte della comunità internazionale, che vede nel voto una minaccia al sistema di Dayton.

Le pressioni di Washington e delle cancellerie europee, però, non hanno avuto effetto su Dodik, così come la decisione della Serbia di non appoggiare il referendum. Solo la Russia si è detta favorevole alla consultazione popolare. L’Alto Rappresentante per la Bosnia Erzegovina, l’autorità istituita dalla comunità internazionale per la supervisione dell’implementazione degli Accordi del ‘95, ha minacciato conseguenze in caso di svolgimento del referendum, ma non ha esercitato i propri poteri per bloccarlo. Anche l’ultima azione della Corte Costituzionale, che sabato scorso ha sospeso e proibito il referendum, non è servita a fermare Dodik.

L’attesa, ora, non è tanto per il risultato del voto, che appare segnato a favore del mantenimento della “giornata della RS”. La preoccupazione è relativa al precedente che si rischia di creare: se un’entità può svolgere un referendum andando contro la decisione di un organo statale, l’autorità centrale ne esce indebolita. Soprattutto, si apre la strada per future consultazioni popolari, magari per sancire la secessione della RS dalla Bosnia Erzegovina, più volte minacciata da Banja Luka. Gli effetti per la stabilità regionale sarebbero devastanti.

Per ora, la mossa di Dodik sembra più di breve periodo: il 2 ottobre in Bosnia Erzegovina si svolgono le elezioni locali e il presidente della RS vuole sfruttare l’onda lunga del referendum per sconfiggere l’opposizione. Sarebbe l’ennesima conferma che in Bosnia Erzegovina la carta vincente resta quella del nazionalismo.

Chi è Riccardo Celeghini

Laureato in Relazioni Internazionali presso la facoltà di Scienze Politiche dell'Università Roma Tre, con una tesi sui conflitti etnici e i processi di democratizzazione nei Balcani occidentali. Ha avuto esperienze lavorative in Albania, in Croazia e in Kosovo, dove attualmente vive e lavora. E' nato nel 1989 a Roma. Parla inglese, serbo-croato e albanese.

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