BALCANI: Contro il mito della “violenza innata”

Il 15 luglio scorso, i ricercatori Enika Albazi e Alber Doja hanno pubblicato online la loro ultima ricerca, intitolata The past in the present: time and narrative of Balkan wars in media industry and international politics. Questo lavoro gravita attorno ad una questione spinosa: come si parla dei Balcani in Occidente. Ovvero, quali stereotipi e quali categorie mentali viene più facile usare, al rischio di perdersi la complessità, di rinchiudere un crogiolo di storie possibili, di popolazioni, di culture dentro una sola rassicurante etichetta. Nel caso dei Balcani, questa etichetta è quella di una terra retrograda, incline ad una violenza fratricida troppo innata per poter fare qualcosa di più che contenerla e limitarla.

L’articolo ha due punti di forza. In primis, connette la narrazione delle guerre degli anni ’90 con quella delle guerre balcaniche del periodo 1912-1913, mostrando come l’idea di una violenza intrinseca e consustanziale agli abitanti della penisola si sia generata già negli anni ’20, per poi cristallizzarsi in un serbatoio di stereotipi utili ad interpretare rozzamente i conflitti seguenti. In secundis, questo pamphlet ribadisce come le narrazioni create dalla letteratura di viaggio, dai celeberrimi “reportage sul posto” e dai resoconti di guerra non si siano limitate ad influenzare le percezioni popolari riguardo ai Balcani, ma abbiano giocato un ruolo determinante anche nel giustificare “attitudini e pratiche internazionali” verso quest’area. Leggasi, gli interventi militari ed umanitari.

“La violenza era, in fondo, tutto ciò che sapevo dei Balcani”*

A partire dai resoconti dei cronisti sul posto durante le guerre balcaniche del 1912 e 1913, tra cui figurava anche Lev Trockij come inviato del quotidiano Kievskaja Mysl’, il refrain è sempre quella di una violenza gratuita, eccessivamente esasperata perché radicata in atavici odi etnici. Altri elementi, politici, economici e sociali, solitamente chiamati in causa per spiegare i più civili conflitti dell’Europa Occidentale, nei Balcani vengono evocati con minore frequenza. Assolvendo, o perlomeno minimizzando, il ruolo degli attori politici che questi “odi atavici” li hanno creati e sfruttati per l’attuazione dei propri piani egemonici. Ma, come sintetizza qualcuno, “perché il mondo dovrebbe fare il gioco di questi imprenditori della paura e accusare la Storia per disastri dovute a decisioni umana?”.

Non è, naturalmente, un’eccezione, quella di dipingere guerre non europee come più barbare e sanguinarie di quelle occidentali, attitudine di cui il documentario sulla decolonizzazione africana Africa Addio (1966) fornisce un buon exemplum. Ora come allora, la continua ricerca del sensazionalismo, dell’iper-emotività, dell’aneddoto sanguinolento da parte dei giornalisti contribuisce a non variare mai la narrazione, continuando a ripetere e a propagare gli stessi stereotipi. Storie che confermano, che piacciono, che soddisfano un certo voyeurismo occidentale che, nella barbarità dell’Altro, cerca la conferma della bontà delle proprie buone maniere, del proprio savoir faire, della propria humanitas.

violenza

À la guerre, comme à la guerre?

Nell’analizzare le cause scatenanti dei conflitti dei Balcani, non c’è bisogno di spendere troppo tempo ad analizzare fattori economici, sociali e politici. Non tutti, ma buona parte dei perché delle guerre balcaniche si spiegano con gli “atavici odi etnici” che tormentano questa parte del mondo. Una violenza che non è vista come effetto, come extrema ratio, come reazione, ma come causa e fato ineludibile. Sillogismo di facile consumo: la violenza nei Balcani scatta perché i balcanici sono violenti. Tra gli altri, un araldo di questa visione è Robert Kaplan, che nel suo Balkan ghosts (1993) parla delle guerre in Jugoslavia come di “nuovo barbarismo”. In Italia, invece, l’espressione più gettonata è l’immagine evocativa della “polveriera dei Balcani”, una terra perennemente sull’orlo di una crisi di identità nazionale pronta a scoperchiare un vaso di Pandora sempre pieno.

Narrazioni alternative faticano a trovare spazio, in quanto desacralizzano il postulato della violenza innata e offrono interpretazioni diverse. In Imagined Communities and Real Victims: Self-Determination and Ethnic Cleansing Yugoslavia (1996), per esempio, l’antropologo Robert Hayden sostiene che l’escalation della violenza sia scaturita dal tentativo, da parte delle autorità centrali, di spezzare e violentare il regime di convivenza comune inter-etnica (il buon vicinato bosniaco, il komšiluk) che vigeva nella maggior parte del paese. Nelle zone miste, quindi, la violenza sfrenata è stata lo strumento necessario per compiere una separazione forzata tra autoctoni abituati a non dare peso ai background nazionali. Non è eruttata come raptus dettato da un odio mai sopito per il vicino di sempre, ma esattamente il contrario.

Una posa post-coloniale

Come abbiamo già scritto riguardo all’Europa Orientale, anche nel caso dei Balcani la loro caratteristica principale è l’essere Altro da noi, ovvero dall’Europa occidentale, l’unica entità legittimata a stabilire i confini, geografici e concettuali. In questa visione, gli Altri, più barbari, più bestiali, devono essere guidati ed educati, spinti nella civiltà. Come Albazi e Doja, noi crediamo, invece, che, specialmente con lo sguardo verso l’integrazione nella UE, “l’Europa Sudorientale dovrebbe essere considerata una parte integrante della storia e della politica europea“. Non una sorella minore psicopatica, dalle insondabili tendenze omicide.

*Citazione da Black Lamb and Grey Falcon (1941) di Rebecca West

Foto: Bergamo Post

Chi è Simone Benazzo

Triennale in Comunicazione, magistrale in Scienze Internazionali, ora studia al Collegio d'Europa, a Varsavia.

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