ALBANIA: E’ possibile conciliare energia e protezione dell’ambiente?

Forse non tutti sanno che l’Albania gode di un non comune primato. Il 95% dell’energia prodotta nel paese delle aquile è completamente rinnovabile, derivando dalle dighe che sbarrano i fiumi che scendono dalle Alpi Dinariche. L’idroelettrico era una scelta obbligata, per un paese costretto per quarant’anni alla totale autarchia, e che non possiede rilevanti risorse di petrolio, gas, o carbone. Ancora oggi, l’Albania importa dall’estero il 45% dell’energia che le serve. Il passaggio dall’Albania del gasdotto TANAP/TAP, destinato a portare in Italia e in Europa il gas azero entro il 2020, permetterà anche all’Albania di diversificare il suo mix energetico aggiungendo una quota di gas.

Il rischio di uno sfruttamento troppo intensivo del settore idroelettrico in Albania

Ma la costruzione di dighe in Albania non si è fermata agli anni ’80: lo sfruttamento è continuato anche negli anni ’90 e 2000. Sotto l’ultimo governo Berisha, tra il 2008 e il 2013, è stata autorizzata la costruzione di più di 450 piccoli e medi impianti idroelettrici – di vari dei quali l’approvazione è venuta a solo un mese dalle elezioni, con ampi sospetti di corruzione. E se il troppo stroppia, anche lo sfruttamento dell’idroelettrico in Albania rischia di esagerare. Se l’energia generata dalle turbine è infatti pulita, la costruzione di dighe ed impianti e lo sfruttamento dei corsi d’acqua non sono privi di impatto ambientale, modificando gli ecosistemi, così come di impatto sociale, necessitando della ricollocazione di interi villaggi e modificando l’economia dei contadini a valle.

L’impatto ambientale aggregato di un tale piano è stato denunciato da varie ONG, che hanno scritto al governo albanese e all’UE chiedendo che tali progetti vengano riconsiderati. Ugualmente, già lo scorso settembre la delegazione UE a Tirana aveva indirizzato una lettera al primo ministro Edi Rama, in cui esprimeva preoccupazione per i progetti di costruzione delle centrali idroelettriche sui fiumi Vjosa e Valbona. Il governo albanese ha confermato che i piani per le nuove centrali idroelettriche saranno rivisti, per verificare che le valutazioni di impatto ambientale siano in regola, e per garantire la sostenibilità ambientale aggregata del settore. L’idea è quella, attraverso l'”agenda per la connettività” nel settore energia spinta dall’UE attraverso il processo di Berlino, di sfruttare il potenziale idroelettrico nei Balcani a livello regionale: puntano a costruire nuove centrali idroelettriche in Bosnia-Erzegovina e Serbia, laddove invece la produzione di energia si basa principalmente sul ben più inquinante carbone, e lasciando un po’ più tranquille le montagne albanesi. Nel frattempo, nessuna centrale dovrebbe essere costruita a sul fiume Vjosa, a monte dell’impianto di Kalivaç, inaugurato dall’ENEL nel 2001. E varie aree potrebbero presto essere designate come aree protette all’interno del programma UE “Natura 2000“.

Moratoria sulla caccia e bando allo sfruttamento delle foreste

L’Albania ha preso anche altre decisioni volte a preservare la flora e la fauna in Albania. Il governo albanese sta pensando di rinnovare per cinque anni la moratoria sulla caccia, introdotta per un primo periodo di due anni nel 2014. Il governo di Tirana era stato obbligato ad adottare delle misure severe al fine di proteggere le specie selvatiche minacciate di scomparire a causa della caccia indiscriminata. I dati raccolti da studi indipendenti e dal Dipartimento sulla biodiversità del Ministero dell’Ambiente mostrano come nel corso degli ultimi 10 anni la popolazione di coniglio selvatico, volpe e quaglia erano diminuite tra la metà e un terzo. L’Albania era diventata una meta non solo per i cacciatori italiani perché nei paesi UE, almeno sulla carta, ci sono limitazioni alla caccia molto più stringenti. Secondo un rapporto del ministero dell’ambiente albanese durante il 2013 circa 400 cacciatori stranieri hanno svolto attività venatorie  nel paese. Ora le autorità albanesi stanno lavorando assieme alle associazioni dei cacciatori, per combattere bracconieri e caccia di frodo.

Ugualmente, solo due mesi fa il Parlamento albanese ha votato a favore di una moratoria di dieci anni sul taglio degli alberi, per evitare che lo sfruttamento incontrollato delle foreste porti velocemente al disboscamento del paese. In dieci anni, tra il 2002 e il 2012, il 14% delle foreste albanesi era scomparso, con gravi rischi di dissesto idrogeologico (smottamenti e alluvioni). La moratoria dovrebbe permettere una gestione sostenibile delle rimanenti risorse con il reinvestimento degli introiti dell’industria del legno per la piantumazione di nuovi alberi.

E proprio la protezione delle foreste albanesi sarà fondamentale per evitare la scomparsa della lince balcanica. Questa sottospecie di felino selvatico, a rischio critico di estinzione, si riproduce ancora sui monti Munella, nel nord dell’Albania. Ma il suo habitat è minacciato dallo diffuso sfruttamento illegale della foresta per la produzione di legname. Tirana e Bruxelles pensano di stabilire presto un’area protetta, per garantire la protezione della grande biodiversità dell’Albania e far sì che gli ultimi 15-20 esemplari di lince dei Balcani possa continuare a dormire sonni tranquilli.

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