UCRAINA: L’Olanda allontana Kiev dall’Europa. E Putin se la ride

L’Olanda, chiamata ad esprimere un parere tramite referendum, ha sancito che l’accordo di associazione tra Ucraina e Unione Europea non s’ha da fare. I risultati definitivi non sono ancora stati annunciati, ma con un’affluenza appena sopra al quorum del 30% – si parla di 32% circa – il 61% dei votanti ha detto di no al quesito posto ed in pratica ha chiesto di ritirare la ratifica già approvata dal Parlamento olandese, mettendo ora l’Europa e l’Ucraina in una situazione complessa. I dati che arrivano dai Paesi Bassi mostrano un disinteresse superiore alle attese, con il quorum che è stato dato incerto fino all’ultimo anche per la bassissima affluenza, in ogni caso sotto al 30%, nei centri urbani. Va notato che gran parte dei politici che si sono schierati invece a favore del sì all’Accordo, primo fra tutti il Primo Ministro Rutte, sono andati a votare invece di scegliere di puntare sull’astensionismo e quindi sul mancato raggiungimento del quorum.

Poteva essere di tutto. E’ toccato all’Ucraina

Verrebbe da dire che questo referendum fosse più un cavallo di troia che altro. Gli organizzatori più che essere anti-ucraini si son da subito dichiarati interessati a sperimentare, per la prima volta, la possibilità prevista da una legge del 1 luglio 2015, di consultare la popolazione in merito a leggi e trattati approvati dal Parlamento olandese.

Cosa di meglio se non un argomento facilmente strumentalizzabile, connesso con l’anti-europeismo e con una ipotetica invasione di cittadini stranieri pronti a rubare il posto di lavoro agli onesti cittadini olandesi? Ecco che la ratifica dell’accordo di associazione è risultato perfetto per i fini degli ideatori. E poco importa che non riguardi assolutamente la possibilità che l’Ucraina entri a far parte dell’Unione Europea o che vengano liberalizzati i visti per i cittadini di quel Paese.

Una efficace armata Brancaleone

Lo hanno ammesso gli stessi promotori della consultazione per primi: l’obiettivo è quello di sviluppare coscienza e partecipazione riguardo alle scelte che vengono prese in parlamento. Tuttavia è probabilmente l’anti-europeismo uno dei filoni principali che legano i promotori del referendum, anche se nel menzionarli uno ad uno si fa veramente difficoltà a comprendere le logiche sottese a questa armata Brancaleone.

Ci sono tre gruppi extra-parlamentari: Geenstijl, una specie di blog che è stata la vera testa dell’azione referendaria, Burgercomite EU (Comitato dei Cittadini europei), Forum voor Democratie (Forum della democrazia).

A loro si sono aggiunti tre partiti presenti in Parlamento: i populisti euroscettici di Geert Wilders, che ha semplicemente affermato che l’approvazione di un accordo tra UE e Ucraina significa solamente maggiore Europa, i Socialisti che vedono l’accordo come un mezzo per avvantaggiare i grandi gruppi multinazionali e gli “amici degli animali”, forti di due seggi parlamentari, che per voce della loro leader Marianne Thieme, vedono l’accordo come un modo per superare la normativa europea di protezione degli animali.

Una riflessione sull’Europa più che sull’Ucraina

Sono state raccolte 427.000 firme sulle 300.000 richieste per promuovere questo referendum con un quorum prescritto del 30%. Il risultato non è vincolante, ma difficilmente il Parlamento ed il Governo potranno far finta di nulla rispetto alla scelta dei cittadini chiamati ad una pratica di democrazia diretta.

Ormai 27 Stati europei hanno ratificato l’accordo, inclusa l’Olanda appunto, e si aspettava solamente l’esito di questo referendum per capire che cosa ne sarebbe stato di lui, che nel frattempo è entrato provvisoriamente in vigore a partire dal primo gennaio di quest’anno.

L’idea però, a quanto pare, è che i gruppi euroscettici tenteranno di tenere in scacco l’Europa ogni qualvolta vi sarà un trattato, accordo o normativa europea da contestare ed utilizzare, magari anche a fini elettorali. Di certo non un buon segno in un’Europa già in profonda crisi.

Ed ora?

Sembra uno scherzo del destino che proprio il Paese colpito dalla sciagura aerea del volo Malaysia Airlines MH17 del 17 luglio 2014, con ben 193 vittime, abbattuto sui cieli del Donbass con tutta probabilità da un missile terra aria buk lanciato dai separatisti filorussi, allontani l’Ucraina dall’Europa; e altrettanto paradossale che proprio il rifiuto di firmare l’Accordo diede il via alla rivolta contro l’ormai deposto Presidente ucraino Yanukovich. Putin, verrebbe da dire, se la ride.

Il Primo Ministro olandese Rutte ha già annunciato che terrà conto del risultato, e con molta probabilità quindi il Governo ed il Parlamento agiranno per ritirare la ratifica. Ma l’Accordo, in qualche modo, andrà avanti, questa è l’intenzione dell’Unione Europea e questo è ciò che i vari Stati desiderano, anche per far capire che non si può far tenere in scacco l’intera Europa da parte di pochi milioni di cittadini di uno Stato: se così fosse si rischierebbe una paralisi del sistema europeo in occasione di ogni decisione. La strada più probabile, a questo punto, è che venga trovato uno stratagemma giuridico per far sì che l’Olanda ufficialmente si sfili, ma che l’Accordo rimanga in vigore. Come non è ancora dato sapere.

L’Europa appare quindi quella che ne esce peggio da questa consultazione: l’anti-europeismo è quanto mai florido e forte e quando viene data voce ai cittadini è raro vedere un successo europeista. Di certo un forte campanello di allarme alla luce del referendum sull’uscita della Gran Bretagna dall’Unione Europea del 23 giugno prossimo: che quello olandese fosse una sorta di prova generale?

Chi è Pietro Rizzi

Dottorando in Relazioni Industriali presso l’Università degli Studi di Bergamo, collabora con l’OSCE/ODIHR come osservatore elettorale durante le missioni di monitoraggio in Est Europa. Redattore per East Journal, dove si occupa di Ucraina, Est Europa e Caucaso in generale. In passato è stato redattore ed art director del periodico LiberaMente, e si è a lungo occupato di politica come assistente parlamentare e consulente giuridico per comitati referendari. Ha risieduto, per lavoro e ricerca, a Kiev e Tbilisi.

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