EST(r)FATTO: Ecco gli schiavi del fotovoltaico

Schiavi, incatenati al tavoliere delle Puglie, non per raccogliere fragole o pomodori come da atavica mancipatio ma moderni automi della green economy. Nelle distese di pannelli solari lavoravano a ritmo serrato, per dodici e più ore, a montare e smontare senza sosta moduli di silicio. Spettri di luce senza nome né volto, giunti fin qui dal lontano Pakistan, dal Ghana o dal Sudan, un esercito costretto al silenzio dalla clandestinità. Energie rinnovabili anche loro, chi parlava veniva cacciato e al suo posto nuove braccia erano pronte a sostituirlo. A costringerli in catene non è la mafia ma una peggiore forma di criminalità organizzata: l’industria del profitto senza regole.

La Tecnova è un’azienda spagnola specializzata nelle energie a basso impatto ambientale, dopo aver vinto l’appalto della Regione Puglia per la costruzione di impianti fotovoltaici ha aperto cantieri da Galatina a San Pancrazio, passando da Salice, Nardò, Guagnano, Collepasso, Francavilla fino al Capo di Leuca. Il lavoro di montaggio era affidato a circa 500 lavoratori non comunitari, attratti dalle prospettive di lavoro e dai contratti che Tecnova proponeva. Arrivati in Salento grazie al passaparola, veniva loro promesso di essere assunti con contratti da metalmeccanici per sette ore al giorno e 1.300 euro di stipendio. Promesse smentite da una realtà fatta di almeno dodici ore quotidiane di attività, di straordinari e festivi non pagati, infortuni non segnalati, contributi non versati e assicurazioni inesistenti. E poi minacce continue, vessazioni, licenziamenti in tronco per chi osava lamentarsi. Altri avrebbero anche pagato per avere quel posto, da 300 a 800 euro, il contratto solo per il primo mese di lavoro, poi più nulla, solo accordi verbali. Contratti del valore di carta straccia, la paga era data alla giornata, circa 50 euro al giorno. Fino al 24 marzo quando la paga non è stata data.

Allora gli schiavi hanno spezzato le catene, incrociando le braccia davanti a una delle basi logistiche della Tecnova, a Erchie, nel brindisino. Arrivano le forze dell’ordine e la carta stampata: partono le denunce, dapprime poche poi sempre di più. I lavoratori temevano, e temono, il rimpatrio coatto a causa della loro condizione di clandestinità. Condizione che sarebbe decaduta se Tecnova avesse fatto loro un contratto di lavoro grazie al quale avrebbero potuto ottenere regolare permesso di soggiorno. Dal commissariato di Galatina, che per primo raccolse le denunce, la questione passa al questore e poi al prefetto di Brindisi. Si mobilitano anche i sindacati Ugl e Cigl, che aiutano i lavoratori stranieri nel redigere le denunce. Intanto i dirigenti locali della Tecnova sono uccel di bosco, erano già sull’aereo verso Madrid quando i lavoratori protestavano.

Denunce che hanno determinato l’apertura di molti filoni d’indagine coordinati dal procuratore capo di Lecce, Cataldo Motta. Questa settimana finalmente l’esito atteso: la polizia ha fatto scattare le manette ai polsi di quindici persone (tra cui cinque spagnoli, un cubano, un ghanese, un marocchino e due colombiani), mentre a Brindisi la guardia di finanza ha notificato l’ordinanza ad altri cinque uomini. I reati contestati a vario titolo sono associazione a delinquere finalizzata alla riduzione in schiavitù e all’immigrazione clandestina, estorsione, truffa aggravata ai danni dello Stato e favoreggiamento della permanenza di soggetti in condizione di clandestinità sul territorio italiano. Contestualmente è stato emesso decreto di sequestro preventivo di tutti i cantieri (Salice Salentino, Nardò, Galatina, Lecce, Collepasso, Matino, San Cesario, Spongano, Ortelle, Tricase, Torre Santa Susanna, Francavilla Fontana e Cellino San Marco), delle quote societarie, dei mezzi e degli attrezzi nella disponibilità della ditta incriminata.

Una ditta fantasma, dal momento della prima protesta infatti della Tecnova non si ha più traccia. Gli inquirenti risalgono al Global Solar Found, un fondo di ignota provenienza che partecipa però di due società: la Apulia renovable energy e la Svi1 Srl. Queste società hanno ottenuto le autorizzazioni regionali per costruire i parchi fotovoltaici e le hanno poi vendute a un’Associazione temporanea d’imprea (Ati, in sostanza un’aggregazione di aziende finalizzata a partecipare a gare d’appalto) formata da Ohl e Proener, la quale, a sua volta, ha appaltato i lavori a Tecnova. La catena dei subappalti è lunga, la storia del fotovoltaico nel Salento complicata. Il Global Solar Found pare abbia già disposto i pagamenti per i lavoratori al fine di evitare il blocco dei cantieri. Un tentativo dimostratosi vano, ma il bandolo della matassa del rinnovabile in Puglia sembra lungi dall’esser trovato.

Chi è Matteo Zola

Giornalista professionista e professore di lettere, classe 1981, è direttore responsabile del quotidiano online East Journal. Collabora con Osservatorio Balcani e Caucaso e EastWest. E' stato redattore a Narcomafie, mensile di mafia e crimine organizzato internazionale, e ha scritto per numerose riviste e giornali (Nigrizia, Il Tascabile, il Giornale, Il Reportage). Ha realizzato reportage dai Balcani e dal Caucaso, occupandosi di estremismo islamico e conflitti etnici. E' autore di "Congo, maschere per una guerra", Quintadicopertina editore, Genova, 2015; e di "Revolyutsiya - La crisi ucraina da Maidan alla guerra civile" (curatela) Quintadicopertina editore, Genova, 2015.

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2 commenti

  1. Articolo molto bello.
    Appalti, subappalti e piccole ditte “prestanome” sono un problema grandissimo. Schiavizzano, e spesso sono pure protetti da leggi che, con la scusa della flessibilità hanno cancellato qualsiais forma di tutela del lavoro e dei lavoratori