“Resistenze”, fino al 25 aprile una nuova rubrica sulla resistenza europea

La libertà è come l’aria

La libertà è come l’aria, diceva Piero Calamandrei, ci si accorge quanto vale quando comincia a mancare. Per non morire soffocata una parte degli europei scelse, negli anni più oscuri della Seconda guerra mondiale, di resistere. Il fenomeno riguardò tutti i paesi del vecchio continente ad eccezione dei pochi che non furono occupati dai nazi-fascisti o che non subirono l’annessione di territori e l’imposizione di governi fantocci.

La resistenza fu un fenomeno continentale ma eterogeneo per finalità e organizzazione. Tuttavia, come scrisse ancora Calamandrei, “il carattere che distingue la Resistenza da tutte le altre guerre, anche da quelle fatte da volontari, anche dall’epoca garibaldina, è stato quello di essere più che un movimento militare, un movimento civile“. Su questo carattere civile della resistenza europea vogliamo concentrarci attraverso la pubblicazione settimanale di lettere scelte tra quelle dei condannati a morte, al fine di farne una rubrica che possa accompagnare il lettore fino al 25 aprile, giorno in cui in Italia si festeggia la liberazione del nazifascismo.

Le lettere dei condannati a morte

La scelta è stata quella di pubblicare solo le lettere dei caduti dell’Europa centro-orientale. Sia per mantenere fede alla ragione della nostra testata, sia per accendere una luce su quella parte della lotta di resistenza meno nota nel nostro paese: la resistenza polacca, quella magiara, quella boema, quella russa, greca, albanese e dei Balcani.

Le lettere, tratte dal volume “Lettere della resistenza europea“, Einaudi 1969, sono state selezionate da Edoardo Corradi e Matteo Zola in modo da offrire un quadro sociale che fosse il più ampio possibile. Così tra i caduti troviamo impiegati, maestre, operai, soldati, con diverso grado di politicizzazione e diversa appartenenza ideologica.

Scopi e ragioni di questa rubrica 

Sentivamo il bisogno di proporre, in quest’epoca di rinnovato oscurantismo, di crisi economica, di insicurezza diffusa, un percorso di avvicinamento al 25 aprile che mettesse in primo piano la dignità, il coraggio, la fede, l’animo del popolo europeo. Un modo per specchiarci nel passato e capire, al di là da ogni retorica, le scelte individuali che portarono alla resistenza.

Volevamo tuttavia mantenere fede al nostro approccio anti-retorico, lontano dalle agiografie patriottiche o ideologiche. Non volevamo, cioè, replicare quell’immagine stereotipata di una resistenza fatta di indomito coraggio, fiammanti bandiere, lucente eroismo. Per questo abbiamo scelto di pubblicare le lettere dei condannati a morte. Lettere da cui emerge la semplice e pulita umanità di chi si oppose alla barbarie. Lettere scritte per i figli, i genitori, i mariti e le mogli. Lettere asciutte, scritte poche ore prima del patibolo. Lettere da cui non emerge mai l’eroe, ma la persona.

Non furono eroi i caduti della resistenza. Il sacrificio non era cercato, l’eroismo non faceva parte dell’universo morale di queste persone. Dalle lettere emerge con chiarezza l’amore per la vita, in senso pieno, coerente con la scelta fatta. Quanti avrebbero voluto vivere, vedere la fine della guerra, partecipare al recupero e al rinnovamento delle forme della convivenza civile, godere ancora degli affetti, dei beni che la vita – di per sé stessa – offre. Nessuno dei condannati esalta il proprio destino o ne rivendica l’eccezionalità. Nessuno si erge a modello, esempio da seguire. E in questo sono tutti profondamente anti-eroici.

Queste lettere restituiscono una narrazione della resistenza ben diversa da quella epica celebrativa che va affermandosi con l’aumentare della distanza da quei fatti. Una resistenza fatta di persone comuni, persone come noi.

Chi è Matteo Zola

Giornalista professionista e professore di lettere, classe 1981, è direttore responsabile del quotidiano online East Journal. Collabora con Osservatorio Balcani e Caucaso e EastWest. E' stato redattore a Narcomafie, mensile di mafia e crimine organizzato internazionale, e ha scritto per numerose riviste e giornali (Nigrizia, Il Tascabile, il Giornale, Il Reportage). Ha realizzato reportage dai Balcani e dal Caucaso, occupandosi di estremismo islamico e conflitti etnici. E' autore di "Congo, maschere per una guerra", Quintadicopertina editore, Genova, 2015; e di "Revolyutsiya - La crisi ucraina da Maidan alla guerra civile" (curatela) Quintadicopertina editore, Genova, 2015.

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