CATALOGNA: Vittoria degli indipendentisti. Madrid non può ignorare ancora

Abbiamo vinto“, così un raggiante Artur Mas dal palco di Barcellona rivendica il successo elettorale. La Catalogna era chiamata a votare per il rinnovo del parlamento e l’elezione del nuovo presidente della Comunidad Autònoma ma la vittoria dei partiti indipendentisti ha trasformato il voto in un plebiscito per la secessione dalla Spagna. Lo stesso Artur Mas, presidente uscente, aveva dichiarato che in caso di una vittoria netta, che avesse ottenuto più del 50% dei consensi e la maggioranza dei seggi nel parlamento catalano, il percorso di secessione sarebbe stato inevitabile. Quella catalana è stata molto più che un’elezione locale.

Il bivio di Madrid

Madrid, che fino ad ora ha cercato di contenere la spinta indipendentista catalana, si trova di fronte a un bivio. E’ evidente che i catalani vogliono un referendum per l’indipendenza e uno stato democratico maturo non può fingere di non vedere. Il precedente del referendum scozzese, concesso da Londra, è ciò cui i catalani si richiamano. Tuttavia il governo di centrodestra spagnolo, guidato da Mariano Rajoy, continua a ignorare le richieste catalane con il risultato di radicalizzare lo scontro politico.

Se i catalani dovessero tenere un referendum sull’indipendenza senza l’accordo di Madrid, questo sarebbe illegale e le conseguenze non facilmente immaginabili, inoltre una indipendenza illegale sarebbe difficilmente accettata dalla comunità internazionale. Diversamente da quanto accaduto con la Scozia, il presidente della Commissione Europea non ha espresso giudizi in merito, tuttavia sarà difficile che la causa catalana trovi l’appoggio di Bruxelles.

Artur Mas ha dichiarato che se Madrid continuerà a rifiutare un dialogo con Barcellona, la Catalogna potrebbe scegliere di secedere unilateralmente senza farsi carico della propria quota di debito pubblico nazionale, pari circa a un terzo del debito totale spagnolo. Le intenzioni di Mas sono quelle di cominciare con la stesura di una Costituzione catalana e la creazione delle principali istituzioni nazionali che ancora mancano alla Catalogna, come una Banca centrale e un ufficio diplomatico. Si tratta tuttavia di un percorso lungo e queste elezioni rappresentano un punto di partenza – non già un risultato – per l’indipendentismo catalano.

I numeri del voto

La lista Uniti per il Sì, guidata da Artur Mas, ha ottenuto il 39,5% dei voti, conquistando 62 seggi. Non abbastanza per avere la maggioranza in parlamento e sarà dunque necessaria un’alleanza con la Candidatura di Unità Popolare (CUP), partito di sinistra radicale favorevole all’indipendenza che ha ottenuto l‘8,2% dei voti, pari a 10 seggi. L’alleanza tra i due partiti garantirà agli indipendentisti 72 seggi sui 135 totali del parlamento catalano. Tuttavia non sarà facile conciliare le diverse posizioni. Uniti per il Sì è infatti una lista eterogenea, composta da conservatori, liberali e socialdemocratici, e l’alleanza con la sinistra del CUP potrebbe non essere di facile realizzazione.

All’opposizione si trovano i partiti anti-indipendentisti come Ciudadanos (Cittadini), di centrosinistra (18%) e il Partito socialista catalano (12%). E’ interessante notare come l’attuale fase dell’indipendentismo catalano sia dominata dai partiti di centrodestra e invocata anzitutto per ragioni fiscali, la Catalogna è infatti la regione più ricca del paese. La forte identità nazionale catalana ha però giocato un ruolo decisivo nell’affermazione dei partiti indipendentisti e non sono mancati, in tal senso, accenti marcatamente populisti. Quella degli indipendentisti è dunque una vittoria limitata, ma resta un evento destinato a segnare la politica catalana per gli anni a venire.

 

Chi è Matteo Zola

Giornalista professionista e professore di lettere, classe 1981, è direttore responsabile del quotidiano online East Journal. Collabora con Osservatorio Balcani e Caucaso e EastWest. E' stato redattore a Narcomafie, mensile di mafia e crimine organizzato internazionale, e ha scritto per numerose riviste e giornali (Nigrizia, Il Tascabile, il Giornale, Il Reportage). Ha realizzato reportage dai Balcani e dal Caucaso, occupandosi di estremismo islamico e conflitti etnici. E' autore di "Congo, maschere per una guerra", Quintadicopertina editore, Genova, 2015; e di "Revolyutsiya - La crisi ucraina da Maidan alla guerra civile" (curatela) Quintadicopertina editore, Genova, 2015.

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3 commenti

  1. Il partito Ciudadanos “Citadini” non è un partito di centrosinistra. Il suo discorso è cada volta piu conservatore, populista e di destra. È un partito contrario, ad esempio (l’unico partito contrario) a dare copertura sanitaria agli immigrati illegali. È supratutto un partito nazionalista spagnolo.

    • Caro Josep

      non mi trova del tutto d’accordo, nel senso che le posizioni espresse possono essere assimilabili a quelle tradizionalmente di destra, ma il partito definisce se stesso come di centro sinistra e non nazionalista, da cui il nome “cittadini”, che indica la volontà di rappresentare la comunità catalana (il partito nasce a Barcellona) al di là degli steccati nazionali. Si dice contrario al “nazionalismo obbligatorio”, intendendo quello catalano appunto. Questo non ne fa automaticamente un partito nazionalista “spagnolo”, nel senso ampio del termine, e non è nemmeno un partito a vocazione castigliana, visto che in Castiglia non prende un voto. Poi certo ci sono stati episodi che lo hanno connotato come conservatore, persino di estrema destra, ed è emersa con una certa chiarezza la simpatia di Rivera per le posizioni del PP (di cui pare fosse stato membro in gioventù). Quindi diciamo che il partito si propone come “progressista” ma si comporta spesso da “conservatore”. Dovendo usare una sola parola per definirlo, ho preferito centrosinistra, che non esclude il fatto che possa essere conservatore e va incontro all’autodefinizione che il partito dà di sé. Nel pasticcio definitorio, mi sembra anche utile aggiungere che il partito, a livello europeo, è membro dell’ALDE, cioè dei liberali. E se guardiamo i membri dell’ALDE troviamo spesso partiti conservatori che sono, in qualche misura, di centrosinistra.

      M.

  2. Vorrei sottolineare quella che considero una forzatura. Queste sono state delle elezioni amministrative e non un referendum sulla secessione. Proprio il citatissimo riferimento scozzese dovrebbe almeno suggerire una qualche prudenza: lo SNP ha stravinto a livello di elezioni amministrative (e anche politiche), ma al referendum è rimasto al palo. Anche l’elevato numero di partecipanti ha confermato che il bacino indipendentista potrebbe essere più ristretto rispetto a quello politico-amministrativo. Quindi sicuramente un segnale forte, ma da non trasporre sic et simpliciter su tutti i piani. Se ne che dire della questione basca o degli innegabili successi elettorali della Lega in molte parti dell’Italia?
    Mutata mutandi molte delle tesi di Mas ricordano il primo Bossi o certe posizioni salviniane: gratta gratta l’egoistica considerazione di una regione ricca che starebbe meglio da sola.