EGITTO: Perché la bomba contro il Consolato italiano al Cairo?

La bomba contro il Consolato italiano al Cairo è un messaggio all’Italia. Il nostro Paese è stato fra i primi in Europa a tendere la mano al presidente al-Sisi. Così nel mirino dei terroristi finisce proprio questo legame, sempre più stretto. In ballo ci sono interessi economici e politici, a partire dal futuro della Libia.

L’ala sinistra del Consolato italiano al Cairo è ridotta in macerie. Alle 6,30 del mattino di sabato 11 luglio una violenta esplosione ha colpito l’edificio, situato nella zona centrale della città. Secondo la ricostruzione degli inquirenti la bomba – almeno 250 kg di tritolo, ma altre fonti parlano di 450 kg – era stata nascosta sotto un’auto parcheggiata di fianco al Consolato, in una via laterale. Lo scoppio ha danneggiato gravemente l’edificio e secondo un portavoce del Ministro della Sanità egiziano ha causato un morto e 10 feriti, tra i quali due poliziotti. Nessun italiano è stato coinvolto, neppure membri del Consolato che a quell’ora era ancora chiuso. L’attentato è stato rivendicato dopo alcune ore dalla filiale dello Stato Islamico in Egitto, la ‘Provincia del Sinai’, precedentemente nota come Ansar Bayt al-Maqdis.

Un messaggio all’Italia come partner economico

Nel comunicato di rivendicazione, lo Stato Islamico non fa esplicito riferimento all’Italia ma lascia intuire che l’obiettivo fosse proprio il Consolato. Le motivazioni che possono aver trascinato Roma nel mirino del Califfato, impegnato ormai da mesi in un confronto sempre più cruento contro l’Egitto, sono di carattere economico e politico. Incrinare il legame fra Roma e il Cairo, quindi, significa indebolire l’Egitto e aprire nuovi fronti per la destabilizzazione dell’intero Paese.

L’Italia è il primo partner commerciale del Cairo fra i Paesi dell’Unione Europea. Le previsioni collocano il nostro export poco sotto i 4 miliardi di euro, gli investimenti superano il miliardo e mezzo. Questo impegno è stato confermato in più occasioni, fra le quali spicca la presenza di Renzi al summit di Sharm el-Sheik del marzo scorso (unico fra i leader del G7). In quella sede sono stati firmati contratti in settori strategici per le due economie. L’Egitto certamente fa gola all’Italia, con i suoi quasi 90 milioni di abitanti e un’economia non dipendente in maniera esclusiva dagli idrocarburi, al contrario di altri partner nordafricani come Algeria e Libia.

La presenza delle imprese italiane al Cairo è di vecchia data e resta significativa per settori come servizi, impiantistica, trasporti, turismo e, ovviamente, energia. Il primo gruppo italiano è l’Eni, che è anche il principale operatore petrolifero straniero. Il primo giugno è stata finalizzata una concessione esplorativa da 2 miliardi di euro, che permette alle trivelle italiane di cercare petrolio e gas in Sinai, nel golfo di Suez e nel delta del Nilo (dove l’Eni ha annunciato di recente di aver trovato un giacimento di gas da 15 miliardi di metri cubi). In Egitto sono attivi anche Edison, Intesa San Paolo, Pirelli, Italgen, Danieli, Techint e il gruppo Caltagirone. Molte altre imprese attendono la gara d’appalto per il raddoppio del canale di Suez.

Roma e il Cairo unite da interessi politici

Il sostegno economico rispecchia quello politico: il premier Renzi è stato il primo leader Ue a ricevere ufficialmente in visita il presidente al-Sisi, sdoganandone la presa del potere con un colpo di Stato ai danni dell’islamista Morsi nel luglio del 2013. Su questo versante uno dei dossier più rilevanti e di interesse comune è il futuro della Libia. Da un anno il governo è spaccato in due fra Tripoli e Tobruk e le difficoltà di riconciliazione risiedono anche negli appoggi che ricevono dall’estero. Infatti Tripoli è vicino a Turchia e Qatar, mentre l’esecutivo internazionalmente riconosciuto di Tobruk è appoggiato da Emirati Arabi e Egitto. Al-Sisi grazie al suo passato da militare può contare anche su un rapporto privilegiato con il generale Khalifa Haftar, comandante delle Forze Armate di Tobruk.

Nei mesi scorsi è capitato più volte che l’aviazione egiziana compisse raid contro alcuni gruppi terroristici in Libia dimostrando così tutto il suo interesse alla stabilizzazione del Paese. Infatti una Libia divisa rappresenta un serbatoio pericoloso di jihadisti che possono andare a rinfoltire i ranghi dello Stato Islamico nel Sinai, oltre che una fonte privilegiata per il contrabbando di armi e, non ultimo, il traffico di migranti verso l’Europa. In questo senso l’Italia si trova sulla stessa lunghezza d’onda. Vuole fermare il flusso dell’immigrazione clandestina ma sa che la soluzione non verrà soltanto dalla missione navale EuNavFor appena varata, soprattutto senza la possibilità di usare una forza limitata che dipende dall’avallo delle Nazioni Unite. Roma poi è preoccupata dal possibile radicamento del jihadismo in Libia, capace di minacciare anche Egitto e Tunisia e quindi creare un clima di instabilità nocivo per gli investimenti italiani in questi Paesi. Senza dimenticare la presenza dell’Eni in Libia, i cui pozzi sono tutti concentrati nell’ovest del Paese, sotto il controllo degli islamisti di Tripoli e dei loro alleati.

Questa comunione di intenti ha iniziato probabilmente a dare i primi frutti nel corso dell’ultima sessione dei negoziati di pace sulla Libia, condotti nella città marocchina di Skhirat dall’inviato speciale dell’Onu Bernardino Leon. L’11 luglio, lo stesso giorno dell’attentato al Consolato, Tobruk e parte dei rappresentanti che gravitano nell’orbita di Tripoli hanno finalmente sottoscritto una prima bozza di accordo politico in vista della creazione di un governo di unità nazionale. Con tutta probabilità le pressioni del Cairo hanno convinto Tobruk a compiere questo passo, nonostante goda già del riconoscimento internazionale e quindi si trovi in una posizione di forza rispetto a Tripoli.

Un giudice egiziano nel mirino?

Gli inquirenti però stanno seguendo anche un’altra pista: l’obiettivo dell’attentato al Consolato potrebbe essere il giudice Ahmed al-Fuddaly, che viene considerato vicino ad al-Sisi. Infatti l’edificio si trova a poca distanza dall’Alta Corte egiziana e lo scoppio sarebbe avvenuto in concomitanza con il transito del giudice nella zona. Un sospetto legittimo, quello degli inquirenti, visti i recenti trascorsi. Il 29 giugno scorso il giudice Hisham Barakat è stato ucciso da un’autobomba che ha centrato il convoglio di macchine che lo scortavano per le strade del Cairo. Il giudice era impegnato nella repressione della Fratellanza Musulmana, che aveva raggiunto il potere per via elettorale con l’ex presidente Morsi.

L’organizzazione però  da tempo è stata ormai dichiarata fuorilegge da al-Sisi, che di recente ha fatto approvare nuove leggi anti-terrorismo restrittive anche del diritto di associazione e della libertà di parola. La condanna a morte di centinaia di esponenti della Fratellanza Musulmana, decisa proprio da giudici come Barakat, ha aperto una nuova raffica di attentati, fra cui va ricordato quello avvenuto al tempio di Karnak presso Luxor il 10 giugno. Per molti osservatori, la situazione rischia di degenerare spingendo i Fratelli Musulmani a trascinare l’Egitto in una nuova stagione di sangue, paragonabile a quella che il Paese ha attraversato negli anni ’80 e ’90.

Intanto le offensive dello Stato Islamico nel Sinai non accennano a diminuire. All’inizio di luglio un attacco coordinato contro 5 checkpoint militari nel nord della penisola ha costretto l’esercito egiziano ad abbandonare alcune basi militari, salvo poi riconquistarle dopo lunghe ore di battaglia e grazie all’intervento dell’aviazione. Nonostante l’impegno profuso negli ultimi anni da al-Sisi nella stabilizzazione del Sinai, i risultati sono scarsi se non nulli. Il 16 luglio i miliziani del Califfato hanno alzato il tiro: un loro missile ha centrato una fregata militare egiziana che trasportava rinforzi per il Sinai mentre passava a tre chilometri dalla costa.

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Chi è Lorenzo Marinone

Giornalista, è caporedattore area Medio Oriente di East Journal. Collabora su Medio Oriente e Nord Africa con il Centro Studi Internazionali e con Osservatorio di Politica Internazionale. Master in Peacekeeping and Security Studies a RomaTre. Su ciò di cui non si può parlare, si deve tacere.

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