TURCHIA: Il PKK riprende le armi. Per la causa curda o per il narcotraffico?

A seguito della tragedia di Suruç il PKK, partito dei lavoratori curdo, ha deciso di interrompere il cessate il fuoco concordato con il governo turco. Il processo di pace che, con grande fatica, si stava portando avanti con la benedizione dello stesso Abdullah Ocalan, il leader del partito ora in carcere a Istanbul, è finito in un istante. Le autorità turche non hanno mai mostrato di credere realmente nel processo di pace. Tuttavia, già a inizio luglio, si erano registrati attacchi del PKK a postazioni turche malgrado il cessate il fuoco non fosse ancor decaduto. Il raid aereo che lo scorso 24 luglio ha colpito le postazioni del PKK (e dell’ISIS) è, secondo il governo di Ankara, una risposta alla dichiarazione unilaterale di ripresa del conflitto fatta dal movimento curdo lo scorso 23 luglio. Al contrario i curdi accusano il governo turco di avere violato la tregua già in maggio. 

Il processo di pace è così caduto vittima delle tensioni che attraversano la regione e della scarsa volontà di ambo le parti di condurlo fino in fondo. La rottura del cessate il fuoco da parte del PKK era tuttavia prevedibile, sia perché i successi del YPG nel Rojava rendono l’azione curda in Turchia sempre più necessaria; sia perché il PKK ha smesso di essere solo un partito combattente, divenendo nel tempo un gruppo di criminalità organizzata dedito al narcotraffico. E le rotte del narcotraffico si controllano meglio in una situazione di conflitto, la pace non è amica del traffico di droga.

La parabola criminale del PKK

Il legame tra il PKK e il traffico di cocaina è da tempo sotto la lente delle autorità di Washington che fin dagli anni Novanta hanno inserito il movimento nell’elenco dei gruppi terroristici internazionali. Si potrà obiettare che la scelta americana sia dettata da ragioni politiche, essendo il PKK d’ispirazione marxista e nemico di quello che era un fedele alleato di Washington, la Turchia.

Tuttavia già nel 1995 Human Rights Watch, elencano l’infinita serie di abusi compiuti dall’esercito turco ai danni delle popolazioni curde, non poteva esimersi dal citare come “elementi del PKK raccogliessero fondi attraverso il traffico di stupefacenti”. La qualità e quantità del coinvolgimento nel narcotraffico è mutata nel tempo, in base al contesto politico turco e internazionale. La fine della Guerra Fredda, che offriva una sistemazione ideologica e geopolitica all’attività del PKK, è coincisa con una messa in discussione della necessità della lotta armata da parte curda, e ha visto la nascita di partiti curdi democratici capaci di contribuire, attraverso la lotta politica non armata, alla democratizzazione (ancora incompiuta) della Turchia. Non va poi dimenticata la “Guerra civile curda” (1994-1997) che oppose, nell’Iraq del Nord, le fazioni d’ispirazione liberale a quelle marxiste-leniniste, tra cui il Partito curdo dei lavoratori, segnando una spaccatura all’interno del fronte curdo nonché la fine della presenza del PKK nella regione. Elementi che possono avere influito sull’intensificarsi dell’attività criminale del PKK a cavallo degli anni Duemila, attività che trova conferma in molti studi e nell’alto numero di arresti di membri del partito per reati connessi al traffico di stupefacenti (anche se sugli arresti avvenuti in Turchia restano ovvi elementi di dubbio).

Così nel 2002 la DEA (la Drug enforcement americana) ha inserito il PKK nel novero dei gruppi dediti al narcotraffico. In tempi più recenti l’agenzia ONU che monitora il narcotraffico (UNODC) ha condotto una serie di inchieste sulle attività del PKK (Unodc World Drug Report 2010; 2012) mostrando come il movimento abbia fatto del narcotraffico una fonte importante di finanziamento. Il PKK sembra così descrivere una parabola comune a molti “partiti in armi”, da Sendero Luminoso in Perù, nei primi anni Novanta, alle FARC colombiane nei primi Duemila, passando per le milizie kosovare dell’UCK e quelle croate dell’HVO durante le guerre jugoslave. Una parabola che vede la causa politica soppiantata dall’interesse economico – ovvero il controllo dei traffici.

Il traffico di eroina

Infine è anche cambiata la sostanza trafficata, passando dalla cocaina all’eroina. Il report speciale Heroin, redatto dall’UNODC dice chiaramente che elementi del Partito curdo dei lavoratori (PKK) sono coinvolti nel traffico di droga dalla Repubblica islamica dell’Iran e, si ipotizza, anche dall’Iraq. La droga entra così in Turchia. Si segnala inoltre come il PKK riceva parte dei proventi del narcotraffico da trafficanti curdi residenti in Europa. Secondo l’intelligence della NATO, i proventi del PKK vanno dai 50 ai 100 milioni di dollari all’anno.

Il coinvolgimento del PKK nei traffici è dimostrato anche dall’alto numero di arresti per traffico internazionale di eroina che dal 2008 colpisce i suoi membri. […] Secondo la Serious Organised Crime Agency (SOCA) britannica, il PKK curdo è responsabile dell’ingresso di eroina in Turchia ma è poi la mafia turca a gestire il traffico all’interno del paese e verso i Balcani”. Il PKK è quindi un anello della catena del narcotraffico che parte dall’Afghanistan e si sviluppa lungo la via dei Balcani per raggiungere l’Europa centrale e occidentale. Del coinvolgimento del PKK nella rete dei traffici si parla dai primi anni Duemila, anche in ambito accademico. Si legga a tal proposito The Crime–Terror Continuum: Tracing the Interplay between Transnational Organised Crime and Terrorism di Tamara Makarenko, research fellow dell’Università di St. Andrews (qui un estratto).

La rete internazionale e l’operazione Dugun

Il PKK quindi si profila come “criminalità di servizio”, gestendo una parte specifica del traffico e venendo ripagata per questo. Tuttavia il movimento dispone di una rete internazionale di affiliati. Questi svolgono attività criminali di vario genere, come dimostrato dalle molte operazioni di polizia condotte in Europa, e che vanno dall’estorsione ai danni di negozianti turchi (non solo di etnia curda); alla violenza e al danneggiamento (legati alla gestione delle attività economiche criminali sul territorio); al traffico di persone. L’estorsione è chiamata tassa rivoluzionaria.

Almeno questo è quanto apprendiamo dall’operazione Dugun, condotta dalla Questura di Venezia nel 2010. L’operazione Dugun consentì di scoperchiare la struttura italiana del PKK dedita al reclutamento, indottrinamento e addestramento di giovani turchi da inviare a combattere per la causa separatista curda, entrando nel meccanismo di raccolta fondi destinati all’organizzazione. Le raccolte di denaro presso le comunità curde di tutta Europa, che avvengono anche con metodi estorsivi, rappresentano infatti l’irrinunciabile linfa vitale per finanziare l’azione terroristica in patria e nelle aree di confine tra Turchia ed Iraq. L’Europol, nel suo report annuale del 2012, scrisse che “si sospettano coinvolgimenti del PKK nel traffico di stupefacenti finalizzati al finanziamento dell’attività terroristica”.

Un commento

Il dibattito sulla questione curda, in Italia e in Europa, tende a dimenticare questi fatti ed è ancora lo stesso di trent’anni fa, infarcito di ideologia e del tutto estraneo al contesto attuale. Un contesto in cui il PKK è un gruppo criminale e non un manipolo di eroi dalle rosse bandiere. Le immagini delle donne in armi, pronte a battersi contro gli jihadisti, libere nella loro uniforme militare, diventano lo schermo con cui oggi una certa retorica curda (e non solo) nasconde la verità sul PKK. Ma lo schermo riflette ciò che vogliamo vedere, un’immagine della lotta -e della donna- che rispecchia i nostri valori occidentali in opposizione all’oscurantismo religioso dell’ISIS.

Dietro lo schermo c’è una realtà più complessa. Le persone che scelgono la lotta armata e l’ideale libertario del PKK non stanno nei report delle agenzie internazionali, e sarebbe sbagliato desumere che ogni membro del partito sia una sorta di “affiliato” a un gruppo criminale, né il partito si presenta come un gruppo monolitico e omogeneo al suo interno. Ma la rete internazionale criminale del PKK getta un’ombra sul movimento e sui suoi sviluppi qualora la guerra finisca e l’ISIS venga sconfitto. Nel caso, non improbabile, che il Kurdistan non trovi una propria indipendenza, o non la trovi fondandosi sul progetto politico del PKK, contro chi si rivolgeranno i kalashnikov di quelle giovani donne? Il timore di una nuova guerra civile o di una rinnovata stagione di attentati in Turchia non è infondato.

LEGGI ANCHE: Chi sono i curdi cui diamo le armi per difenderci dall’ISIS

foto di Ayman Oghanna per Al Jazeera America

Chi è Matteo Zola

Giornalista professionista e professore di lettere, classe 1981, è direttore responsabile del quotidiano online East Journal. Collabora con Osservatorio Balcani e Caucaso e EastWest. E' stato redattore a Narcomafie, mensile di mafia e crimine organizzato internazionale, e ha scritto per numerose riviste e giornali (Nigrizia, Il Tascabile, il Giornale, Il Reportage). Ha realizzato reportage dai Balcani e dal Caucaso, occupandosi di estremismo islamico e conflitti etnici. E' autore di "Congo, maschere per una guerra", Quintadicopertina editore, Genova, 2015; e di "Revolyutsiya - La crisi ucraina da Maidan alla guerra civile" (curatela) Quintadicopertina editore, Genova, 2015.

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7 commenti

  1. bell’articolo!
    solo un’appunto: non vorrei che il primo link (http://www.reuters.com/article/2013/07/04/us-turkey-kurds-killing-idUSBRE9630KM20130704) fosse una svista, visto che parla del luglio 2013…

    • Vorrei far notare, in merito all’articolo da lei gentilmente indicato, che davanti a gruppi consonantici gn, pn, ps, occorre usare l’articolo determinativo “lo”. Quindi “lo pseudogiornalista Matteo Zola”, non “il pseudogiornalista” come invece scritto. Per la precisione, ecco.

  2. Sicuramente, ma le offese personali e gli errori grammaticali son di poco conto; sarebbe più interessante capire chi scrive il vero e comunque volevo solo portare all’attenzione un punto di vista diverso, un’altra campana. Tutto qui.

    • le offese personali son di poco conto perché non sono rivolte a lei 🙂 Comunque, nell’articolo si citano delle fonti e alcune sono linkate, si possono leggere o scaricare. Possono essere un inizio per farsi un’idea propria, se lo si vuole. Quello che risulta arduo da digerire è l’etichetta di “anti-curdo”, come se il PKK fosse l’unica espressione politica curda. Insomma, è un po’ manicheo come approccio, ecco. Qui nessuno è anticurdo, che senso avrebbe? Poi sul pennivendolo, ahimé c’è assenza di pennicompralo…

  3. Il signor Matteo Zola si dovrebbe solo vergognare di infangare la resistenza di un popolo, che resiste da decine di anni alla tirannia dei suoi amici della Nato e delle istituzioni americane che il signorino inneggia compiaciuto in tutto l’articolo. dimostrando fatti e accaduti irreali, con un immaginazione romanzesca dei propri pensieri. Mentre costui sta seduto col culo sulla poltrona, magari pagato anche da qualche istituzione per diffamare, milioni di persone vengono vessate e massacrate dagli stati e l’unica forza vera e reale a proteggerli in tanti modi, non sono ne i media occidentali ne persone vuote come il citato, ma i guerriglieri.
    Deve delle scuse pubbliche ad un popolo, perchè il pkk è sostenuto dal popolo.

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