Quando l’ISIS erano gli inglesi. La barbarie non appartiene a un solo popolo

di Humphrey Gilbert (trad. Matteo Zola)

E’ il leader di una piccola forza militare, forse 500 soldati, ed è ben determinato a sottomettere la provincia, e intende farlo in fretta. Il terrore è la sua politica esplicita. Ogni incursione in territorio nemico è seguita da un massacro indiscriminato. Ogni uomo, donna e bambino viene ucciso. Case, chiese, colture – tutto è bruciato e depredato. Ogni notte le teste di coloro che sono stati uccisi vengono messe in fila lungo il sentiero che porta alla sua tenda. In tal modo “le persone potranno vedere le teste dei loro padri, fratelli, bambini, parenti e amici e capiranno chi è che comanda.

Se questa vi sembra la barbarie che l’ISIS ha ormai reso persino banale, ripensateci. Non è l’ISIS. Sono gli inglesi in Irlanda nel 1569 e il leader in questione è Humphrey Gilbert che, per questi “successi”, è stato nominato cavaliere per poi diventare membro del parlamento.

Tracciare analogie tra eventi storici così distanti nel tempo è sempre scivoloso, le circostanze cambiano. Tuttavia il passato è utile per la nostra comprensione del presente. Nella storia inglese non c’è nulla che possa essere accostato all’ISIS ma se guardiamo a come gli inglesi si sono comportati in Irlanda qualche analogia si trova: è là che gli inglesi hanno ceduto con maggiore gravità al velenoso cocktail di ipocrisia religiosa e nazionalismo che oggi intossica l’ISIS. Il protestantesimo e il wahhabismo sono più vicini di quanto pensiamo. 

Cinque anni dopo, nel 1574, il conte di Essex si trova alla testa dell’esercito inglese in Irlanda. Una volta giunto sull’isola di Rathlin, a nord della costa di Antrim, ordina di dare la caccia e macellare 400 donne e bambini del clan O’Donnell. Alcune riuscirono a nascondersi dentro cavità rocciose lungo la costa ma gli uomini del conte di Essex diedero fuoco all’ingresso delle grotte, soffocandole e uccidendole quando cercavano di uscire dal loro nascondiglio.

A Smerwick, sulla costa occidentale dell’Irlanda, nel novembre 1580, un gruppo di circa 600 soldati spagnoli si arrese a truppe inglesi sotto il comando di Lord Grey di Wilton il quale, una volta disarmato gli spagnoli, li passò tutti a fil di spada. Ma non bastò. Le donne della guarnigione difesa dagli spagnoli vennero impiccate, anche quelle incinte. Tre prigionieri furono portati dal fabbro locale che fu costretto a sbriciolare le loro ossa a colpi di martello mentre si trovavano legati a un’incudine. Gli inglesi quindi usarono i loro corpi per il tiro al bersaglio. Quando seppe dell’accaduto la regina, Elisabetta I, fu radiosa. La sua nota manoscritta inviata al conte di Grey recitava: “Lei è stato scelto come strumento della gloria di Dio”.

Come i fondamentalisti dell’ISIS hanno distrutto Nimrud, così l’iconoclastia protestante si accanì contro le vetrate delle chiese cattoliche, contro le statue dei santi – butatte giù dalle loro edicole e ridotte in macerie – e contro i dipinti, strappati e bruciati dagli inglesi che poi fecero razzia di ogni tesoro rimasto. Alcuni edifici sono stati distrutti con maggiore perizia di altri, come il magnifico monastero cluniacense di Lewes che Cromwell ordinò fosse raso completamente al suolo. […]. Nell’agosto del 1578 la caccia ai cattolici arrivò a casa di Edward Rookwood, nobiluomo dell’East Anglia. La sua casa fu perquisita finché, nascosto nel fienile, non fu trovato un dipinto raffigurante la Vergine Maria. Un’opera come “per bellezza e fattura non ne vidi altre simili in vita mia”, scrisse Richard Topcliffe, poi diventato tristemente noto come torturatore agli ordini del governo. Elisabetta I ordinò che l’immagine fosse bruciata pubblicamente nella notte.

La depravazione dell’ISIS è fuori questione, ma la storia ci insegna che il talento umano per la depravazione non appartiene solo a un popolo, a una cultura, a una fede. Il male è banale e crudelmente ripetitivo. La questione, quindi, non deve concentrarsi sulle ragioni per le quali l’ISIS si comporta in un certo modo, ma su quali condizioni rendono possibile e incoraggiano comportamenti umani come quelli. La linea che corre da Gilbert ad Abu Bakr è breve. E sicuramente è troppo breve per la nostra superiorità morale.

articolo apparso sul settimanale britannico New Statement, consultabile qui in lingua originale.

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