Rivolta di novembre

STORIA: La rivolta di novembre, dentro le ferite di un conflitto mai sopito

di Enrico Brutti e Manuela Capece

Il 29 novembre 1830 si innescò a Varsavia una vasta ribellione anti-russa, che mobilitò per mesi polacchi e lituani nei territori dello Zar. 

Note per una sconfitta funesta: Chopin e la rivolta di novembre

«Tutto questo mi ha causato molto dolore. Chi avrebbe potuto prevederlo!» Il poeta del pianoforte descrive con queste parole in suo stato d’animo a seguito della capitolazione di Varsavia nel settembre 1831, in conseguenza della Rivolta di novembre. Chopin non può partecipare attivamente alle sommosse a causa della sua salute compromessa, ma contribuisce con la sua arte, consegnando al mondo il potente Studio op. 10 n. 12, il più significativo tra i ventiquattro ètudes per pianoforte.

Questo studio, noto come la Caduta di Varsavia o, come lo ha definitivo l’amico Franz Liszt, Studio della Rivoluzione o il Rivoluzionario è un brano potente, tragico, doloroso come il destino dell’amata Polonia, composto di getto nel 1831 a Stoccarda, dove Chopin soggiorna. Ma come si origina la Rivolta di Novembre?

Con la terza e ultima spartizione (1795), la Rzeczpospolita polacco-lituana viene definitivamente dilaniata, fino alla totale scomparsa dalle mappe europee. Il Congresso di Vienna sancisce la nascita del Kongresówka (il Regno del Congresso), Stato vassallo sotto il controllo dell’Impero russo fino al 1915. Se durante i primi anni sotto lo Zar Alessandro I i rapporti russo-polacchi più o meno reggono, successivamente si incrinano, e l’identità polacca è fortemente avversata. Il malcontento diffuso sfocia in diverse powstania (sobillazioni).

Il 29 novembre del 1830, alcuni allievi della Szkola Podchorazych (Scuola per Cadetti), alla guida di Piotr Wysocki, attaccano il Palazzo di Belweder a Varsavia con l’obiettivo di uccidere il granduca Costantino, reputato nemico della nazione polacca. L’organizzazione della rivolta è in mano a giovani, colti intellettuali e uomini d’armi. E’ un’insurrezione disordinata e ambigua, il popolo supporta i ribelli, i borghesi non partecipano agli scontri e appoggiano una strategia pacifista e diplomatica: confusione e disorganizzazione saranno la cifra di tutte le sommosse polacche.

Nonostante gli iniziali successi come l’occupazione dell’arsenale e il ritiro delle truppe russe da Varsavia, con la battaglia di Olszynka Grochowska inizia la parabola discendente dell’insurrezione polacca. Alla mancata unità ideologica si affiancano difficoltà in termini di uomini, munizioni e armi, oltre alla consapevolezza crescente di non avere alcun sostegno internazionale, nel quale sia ribelli che diplomatici speravano. Le successive battaglie vedranno la sconfitta dei polacchi fino alla capitolazione di Varsavia nel settembre 1831, evento cruciale che segna la fine e il fallimento della powstanie di novembre.

Exules Poloni Memoriae Suorum: heritage della grande emigrazione

Quale è stato il prezzo della sconfitta polacca? Spaventoso in termini di autodeterminazione e cultura. Il Regno del Congresso rimane, ma depauperato della propria Costituzione, del Sejm e dell’esercito. Le università di Varsavia e di Wilno vengono chiuse, ma la perdita più terrificante è quella umana, la Wielka Emigracja (Grande Emigrazione). Circa diecimila polacchi, in gran parte appartenenti all’élite politica, militare e culturale emigrano in Occidente, soprattutto in Francia. La causa nazionale esce così dai propri – non – confini.

Negli anni seguenti si sviluppano una florida attività letteraria e una prolifica riflessione politico-sociale. Nascono associazioni, scuole e istituzioni; di singolare valore è la Biblioteca Polacca fondata nel 1838 da Adam Jerzy Czartoryski e altri emigrati per proteggere il patrimonio culturale polacco, tuttora attiva. Un altro considerevole documento storico della presenza polacca è il libro di pietra della Necropoli parigina della Grande Emigrazione, a Montmartre. Creata grazie allo sforzo collettivo degli esuli, essa è stata mantenuta poi dalle generazioni successive, per ricordare e salvare dall’oblio come ben esplicato dall’iscrizione su una delle fosse comuni: Exules Poloni Memoriae Suorum.

Il capitolo dimenticato: la rivolta dei lituani

Se la memoria di questa tragica epopea rimane a fortissime tinte polacche, agli osservatori più attenti non può sfuggire che una parte di quel Regno del Congresso ribellatosi allo Zar fosse abitato da lituani. Alla vigilia della rivolta però essi non avevano ancora sviluppato un’autocoscienza nazionale vera e propria. Esponenti del clero locale e dell’università di Vilnius erano sì impegnati nella definizione di una specificità culturale, ma i loro obiettivi politico-militari rimanevano legati al passato recente e coincidevano di fatto con quelli dei polacchi.

La stessa costituzione di Alessandro I riproduceva questa gerarchia: a differenza di Varsavia, Vilnius non aveva margini di autogoverno e non disponeva di propri uomini in armi. Ne conseguì che il primo atto di rottura si consumò solo nel febbraio 1831 grazie ai contadini del distretto di Telsiai, che disertarono in massa la chiamata dell’esercito russo. Per poter affrontare sul campo il grande nemico invece, i lituani dovettero aspettare fino alla fine della primavera, quando truppe regolari giunsero dalla Polonia e al loro interno venne creato un battaglione autoctono, guidato dal generale Antanas Gelgaudas.

La battaglia decisiva venne combattuta il 19 giugno a Paneriai, a pochi chilometri da Vilnius. I rivoltosi furono sconfitti e molti di loro finirono uccisi, internati o deportati. Dal 2001 un piccolo monumento sul posto ricorda il sacrificio di quella drammatica giornata. Ma la rappresaglia russa andò oltre: lo Zar impose la chiusura dell’università, promosse campagne di conversione alla fede ortodossa, arrivò perfino a “vietare il toponimo Lituania, e a esso sostituì il concetto amministrativo di ‘Territorio del Nordovest’, sottolineandone in tal modo il definitivo inquadramento” (R.Tuchtenhagen, Storia dei paesi baltici, 2008). Proprio queste condizioni estreme furono la premessa per l’avvio del processo conosciuto in seguito come Risveglio nazionale lituano.

Immagine tratta da Wikipedia Commons

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Chi è Enrico Brutti

Si è laureato in Storia all'Università degli studi di Padova

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