EGITTO: L'Isis in Sinai, la spina nel fianco di al-Sisi

Delle molte promesse fatte dall’insediamento di Al-Sisi al comando dello stato egiziano nel maggio 2014, quella di tenere le redini della sicurezza e della stabilità del paese non è ancora stata mantenuta. Dopo aver professato la volontà di sradicare i Fratelli Musulmani dalla scena politica e sociale egiziana nella sua campagna presidenziale, Al-Sisi si trova ora a dover fare i conti con un islamismo più radicale e militante presente in Sinai, rappresentato da Ansar Bayt al-Maqdis (o I Sostenitori di Gerusalemme), gruppo che il 10 novembre 2014 ha espresso la propria volontà di entrare a far parte della rete dello Stato Islamico, l’ISIS. Nonostante Ansar Bayt al-Maqdis facesse precedentemente parte dell’emisfero jihadista di Al-Qaeda, una sempre più assidua collaborazione con l’ISIS ha portato alla sua completa inclusione in quest’ultimo. Ciò è avvenuto attraverso messaggi di supporto reciproci, un cambio nei simboli e nelle personalità da cui il prendere ispirazione, e un numero di membri del gruppo partiti per combattere a fianco dell’ISIS in Siria e in Iraq, ora pronti a tornare in Egitto.

L’importanza strategica del Sinai e i suoi beduini ignorati dall’Egitto

L’importanza di un luogo strategico come il Sinai, tornato all’Egitto nella sua totalità nel 1982 dopo il periodo di occupazione israeliana cominciato nel 1967, non è mai stata messa in discussione. Né da Israele, che si mise immediatamente all’opera per rendere fertile il deserto creandovi degli insediamenti, né dai vari governi egiziani che seguirono, i quali capirono la crucialità del Sinai per l’economia egiziana. La presenza del canale di Suez, capace di schiudere ampi orizzonti commerciali, è stata affiancata dalla sempre maggiore centralità dell’altopiano sia dal punto di vista turistico che da quello petrolifero.

Denominatore comune dei vari regimi e paesi che si sono alternati nel tentativo di controllare questa fetta di terra è stato ignorare sistematicamente le istanze politiche e sociali della popolazione autoctona dei beduini. Questi ultimi sono sempre stati tenuti fuori dai piani di investimento economico e costretti a scontrarsi quotidianamente con la realtà delle mura degli hotel a cinque stelle riempiti di turisti stranieri e lavoratori egiziani fatti convogliare appositamente a Sharm el-Sheikh ed altre località turistiche da diverse regioni del paese.

A causa di questa incapacità (o non volontà) di integrare nella struttura dello stato egiziano la popolazione del Sinai, quest’ultima si è sempre dedicata ad altre forme di sussistenza: pastorizia, lavoro migratorio verso i centri urbani della Penisola o del resto dell’Egitto, ma anche traffico di cibo, armi e persone attraverso il valico di Rafah e i tunnel sottostanti che collegano il Sinai alla striscia di Gaza.

L’escalation di attentati e sabotaggi nel Sinai

Dall’ascesa al potere di Al-Sisi al comando del direttorio militare transitorio che portò alla conclusione dell’esperienza di governo dei Fratelli Musulmani capeggiati da Morsi il 3 luglio 2013, il numero di attentati e sabotaggi causati da miliziani islamisti nel Sinai si è intensificato. Iniziata con una serie di sabotaggi ai pozzi petroliferi pochi giorni dopo l’estromissione di Morsi dal potere, l’escalation non si è fatta attendere. Già nell’agosto 2013 i militanti islamici hanno cominciato ad attaccare direttamente l’esercito egiziano, una situazione destinata a protrarsi fino ai giorni nostri. La conseguenza è stata una stretta dei militari sulla penisola alla caccia del gruppo di Ansar Bayt al-Maqdis, che nel 14 luglio 2014 verrà definito dal nuovo governo come gruppo terrorista.

In seguito ad ulteriori aggressioni portate avanti nei confronti delle forze di polizia egiziane nel Sinai, Al-Sisi nell’ottobre 2014 ha deciso di ingrandire la zona cuscinetto tra Egitto ed Israele, eliminando di fatto il valico di Rafah e i suoi tunnel, mezzo di sostentamento per i beduini del Sinai e gli abitanti della striscia di Gaza. La situazione attuale è quella di un intensificarsi di azioni finalizzate a creare terrore attraverso delle metodologie di combattimento sempre più efferate, simili a quello dell’ISIS, di cui Ansar Bayt al-Maqdis ora rappresenta la Provincia del Sinai.

La retorica di al-Sisi, baluardo contro tutti gli estremismi islamisti, dai Fratelli Musulmani all’ISIS

Sul fronte interno, il Sinai rappresenta per Al-Sisi un’arma a doppio taglio. In seguito alla messa al bando dei Fratelli Musulmani nel dicembre 2013, definiti organizzazione terroristica da parte del comando militare e alla dissoluzione del suo braccio politico, il partito Giustizia e Libertà nell’agosto 2014, si è notato un aumento delle attività terroristiche nella penisola. Sebbene non sia dimostrabile un nesso causale diretto tra la crescita delle attività finalizzate ad atti di terrorismo nel Sinai e la messa al bando dei Fratelli Musulmani, i quali hanno pubblicamente denunciato le violenze che hanno avuto luogo in Sinai in nome dell’Islam, quello che è certo è che Al-Sisi sta cercando di dirottare il discorso politico egiziano verso una convergenza tra Fratelli Musulmani e islamismo militante in Sinai.

Inoltre, visti gli scarsi risultati sul campo malgrado le ingenti forze militari che sono state schierate, alcuni vertici militari egiziani auspicano un cambio di strategia: tessere una maggiore cooperazione con i beduini, gli unici che conoscono il deserto del Sinai nella sua totalità, e adattare le modalità operative dell’esercito egiziano ad un contesto prevalentemente concentrato in aree urbane.

Il potenziale del Sinai come luogo di traffici per gli islamisti

Nonostante il tentativo di unificare i vari comandi dell’esercito egiziano per contrastare il fenomeno dei militanti islamisti nella Penisola, resta da vedere quanto la politica di Al-Sisi possa restare impermeabile alle influenze degli altri attori regionali. Se da una parte Hamas rivendica a gran voce dalla Palestina la propria avversità all’ISIS, dall’altra il traffico di armi e persone tra la striscia di Gaza e il Sinai continua ad essere un problema sia per Israele che per il governo egiziano, specialmente dal momento che gli accordi di Camp David del 1978 prevedono una zona demilitarizzata sul confine. Ironia della sorte, proprio questa zona in cui né l’esercito egiziano, né quello israeliano possono operare potrebbe essere uno dei crocevia che porta il Sinai, la chiave di volta tra il continente africano, quello asiatico e la Penisola Araba, ad avere un ruolo chiave nel dispiegamento geopolitico dell’islamismo militante.

A questo proposito, bisognerebbe individuare il tragitto che percorre l’enorme arsenale di una Libia ormai caratterizzata da forti divisioni interne e fazioni islamiste radicali. Le armi libiche potrebbero giungere in Sinai per poi propagarsi nel resto del Medio Oriente. Inoltre, non va trascurata la via dal sud al nord del Sahara, potenziale ponte tra gruppi militanti come Boko Haram (o l’Istruzione Occidentale è Proibita) in Nigeria e Harakat al-Shabaab al-Mujahideen (o Il Movimento dei Giovani Mujahideen) in Somalia e gli altri presenti in Nord Africa.

L’Egitto di al-Sisi preso in una morsa tra il Sinai e la Libia?

Non esistono previsioni certe, ma la situazione che si è venuta a delineare per l’ancora fragile governo di Al-Sisi è una crisi difficilmente risolvibile nel breve periodo. Il deteriorarsi della situazione nordafricana e mediorientale, costringe l’Egitto in una morsa tra il Sinai e la Libia, zone in cui una reale vittoria non sarà misurata dalle battaglie vinte sul campo.

Piuttosto, una stabilità duratura sarà determinata dall’abilità di Al-Sisi nel capire le dinamiche tribali ed ottenere l’appoggio dei beduini, conquistando quindi un vantaggio strategico non indifferente: controllare capillarmente il Sinai ed evitare che future destabilizzazioni possano suscitare una reazione unilaterale di Israele nella penisola. A questo scopo, Al-Sisi dovrà essere abbastanza abile da strappare un potenziale consenso degli abitanti del Sinai ad un islamismo militante che da troppo tempo vuole essere l’unica entità capace di dare voce attraverso la violenza alla molteplicità di attori che ha sempre caratterizzato la realtà del mondo arabo.

Chi è Matteo Zola

Giornalista professionista e professore di lettere, classe 1981, è direttore responsabile del quotidiano online East Journal. Collabora con Osservatorio Balcani e Caucaso e EastWest. E' stato redattore a Narcomafie, mensile di mafia e crimine organizzato internazionale, e ha scritto per numerose riviste e giornali (Nigrizia, Il Tascabile, il Giornale, Il Reportage). Ha realizzato reportage dai Balcani e dal Caucaso, occupandosi di estremismo islamico e conflitti etnici. E' autore di "Congo, maschere per una guerra", Quintadicopertina editore, Genova, 2015; e di "Revolyutsiya - La crisi ucraina da Maidan alla guerra civile" (curatela) Quintadicopertina editore, Genova, 2015.

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