BALCANI: Il censimento della discordia

da Politika

L’Unione europea ha chiesto ai suoi paesi membri di fare uno studio della propria popolazione entro il 2011, e ha allargato questa richiesta ai paesi candidati all’ingresso, tra cui i paesi dei Balcani. Il censimento, che dovrebbe essere organizzato a ottobre, avrà necessariamente un importante significato politico. L’aggiornamento dei dati demografici, economici e sociali avrà probabilmente conseguenze sui rapporti fra gli stati, rischierà di riaprire vecchie ferite e di ricordare le promesse non mantenute. La prova numerica della pulizia etnica? È probabile. La ricomposizione confessionale della regione? Senza dubbio. Aiuterà ad adattare le liste elettorali alla realtà demografica? È possibile.

Le statistiche non faranno piacere al potere. Probabilmente ricorderanno fatti spiacevoli che si è cercato di cancellare. Per esempio, la Serbia deve fare i conti con il problema della “peste bianca”, la denatalità: ogni anno perde fra 30 e 40mila abitanti, all’incirca una città in meno ogni anno. Il censimento metterà anche in evidenza il problema della fuga dei cervelli. Belgrado è infatti il terzo paese europeo, dopo l’Irlanda e l’Ungheria, con una diaspora equivalente alla popolazione che vive nel paese. Quante persone risponderanno positivamente alla domanda sulle loro conoscenze informatiche? L’efficienza del sistema educativo della Serbia del ventunesimo secolo è dimostrata dal fatto che un terzo della popolazione è analfabeta o “tecnicamente analfabeta”.

Nel Kosovo il censimento, che avrà luogo in aprile, sarà sicuramente molto interessante. Si tratta del primo vero censimento da 30 anni a questa parte, il primo dopo il bombardamento della Nato nel 1999. A differenza della Bosnia-Erzegovina la comunità internazionale insiste per un censimento che prenda in considerazione tutto il territorio, compresa la parte nord dove la maggioranza serba si oppone a tutte le iniziative delle autorità centrali di Pristina. Sarà l’occasione sognata da accademici e storici serbi appassionati del Kosovo per ricordare che nel 1929 i serbi erano il 61 per cento della popolazione del paese, mentre nel censimento del 1981 gli albanesi erano il 77,48 per cento. Temendo a ragione che molti serbi cacciati dal Kosovo non saranno censiti, Belgrado fa appello al boicottaggio, come avevano fatto gli albanesi in occasione del censimento del 1991. In ogni caso il ritardo nell’organizzazione del censimento serbo potrebbe anche essere il frutto del caso. Forse è meglio aspettare di vedere come si svolgeranno il censimento nel Kosovo e i negoziati fra Pristina e Belgrado.

Nel frattempo, in Bosnia-Erzegovina la classe politica non ha ancora trovato un accordo sull’operazione. A causa della paralisi del potere (da tre mesi senza governo) questo paese potrebbe essere l’unico stato europeo a non organizzare il censimento. Di conseguenza continueremo a non avere statistiche precise sui cambiamenti della struttura della popolazione durante e dopo la guerra, così come sulle distruzioni di migliaia di edifici, di fabbriche e di scuole. I bosniaci fanno riferimento alle norme Eurostat e chiedono che il censimento non preveda domande obbligatorie sulla confessione, sull’appartenenza nazionale o sulla lingua parlata, ritenendo che questo non farebbe che “legalizzare la pulizia etnica”.

Anche in Montenegro il censimento rischia di aumentare le tensioni politiche poiché prevede domande sull’appartenenza nazionale ed etnica e sulla lingua parlata. I partiti di opposizione temono che a causa delle pressioni molta gente preferirà non indicare la nazionalità serba e il fatto di parlare questa lingua. Nemmeno i croati saranno immuni alla politicizzazione quando saranno chiamati in aprile a rispondere a 45 domande, talvolta molto personali, per esempio “se vivono in unione con una persona dello stesso sesso”. Per fortuna non ci saranno riferimenti alle categorie di “profugo” o di “sfollato”. Ma ci si chiederà comunque perché ogni anno nascono in Croazia 41mila bambini e si registrano 54mila decessi.

Chi è Matteo Zola

Giornalista professionista e professore di lettere, classe 1981, è direttore responsabile del quotidiano online East Journal. Collabora con Osservatorio Balcani e Caucaso e EastWest. E' stato redattore a Narcomafie, mensile di mafia e crimine organizzato internazionale, e ha scritto per numerose riviste e giornali (Nigrizia, Il Tascabile, il Giornale, Il Reportage). Ha realizzato reportage dai Balcani e dal Caucaso, occupandosi di estremismo islamico e conflitti etnici. E' autore di "Congo, maschere per una guerra", Quintadicopertina editore, Genova, 2015; e di "Revolyutsiya - La crisi ucraina da Maidan alla guerra civile" (curatela) Quintadicopertina editore, Genova, 2015.

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