Una certa idea di Europa

L’Europa, il suo presente cupo, il futuro che l’attende sono argomenti di cui spesso abbiamo scritto su queste colonne. L’Unione Europea è al centro del dibattito ma essa è una sovrastruttura: che la moneta unica esista o meno, che a Bruxelles governino bene o male, conta poco. L’Europa esiste comunque. Ed è a questa Europa che dobbiamo guardare, non all’Unione Europea, quando vogliamo interrogarci sui nostri destini. Qui di seguito pubblichiamo estratti, tagliati e ricuciti, da Una certa idea di Europa, di George Steiner.

Il caffè

L’Europa è i suoi caffè. Dal locale di Lisbona amato da Fernando Pessoa ai cafès di Odessa frequentati dai gangster di Isaac Babel. Dai caffè di Copenaghen, quelli di fronte ai quali passava Kierkegaard nel suo meditabondo girovagare, fino a quelli di Palermo. Non si trovano caffè archetipici a Mosca, è già la periferia dell’Asia. Ce ne sono pochissimi in Inghilterra, dopo una fugace moda nel diciottesimo secolo. Non ce ne sono nell’America del nord, con l’eccezione dell’avamposto francese di New Orleans. Basta disegnare una mappa dei caffè ed gli indicatori di una certa idea di Europa.

Il caffè è il luogo degli appuntamenti e delle cospirazioni, del dibattito intellettuale e del pettegolezzo. E’ aperto a tutti, e al tempo stesso è un club, una massoneria di identità politiche o artistico-letterarie. Frequentarlo implica già una scelta programmatica. L’ultimo incontro tra Danton e Robespierre ha avuto luogo al Cafè Procope. Quando si spensero le luci d’Europa, nel 1914, Jaurès venne assassinato in un caffè. Ed è stato in un caffè di Ginevra che Lenin ha scritto il suo trattato sull’empirio-criticismo e giocato a scacchi con Trotzkij.

Il cammino

L’Europa è stata, e viene ancora, camminata. E’ un elemento fondamentale. La cartografia dell’Europa è il frutto delle possibilità del piede umano, dagli orizzonti che può far percepire. Uomini e donne hanno tracciato queste mappe, camminando di casolare in casolare, di villaggio in villaggio, di città in città. In genere le distanze hanno una scala umana, possono essere percorse da chi viaggia a piedi.

Alcune delle componenti fondamentali del pensiero e della sensibilità europee sono pedestri, nel senso etimologico del termine. La loro cadenza, la loro sequenza sono quelle del camminatore. Nella filosofia e nella retorica della Grecia antica, i peripatetici sono, alla lettera, coloro che viaggiano a piedi da polis a polis, e anche i loro insegnamenti sono itineranti.. Nella metrica e nelle convenzioni poetiche occidentali il “piede”, il “battito”, l’enjambement tra versi e stanze ci ricordano l’intimità tra corpo e immaginazione.

La Fussgang di Immanuel Kant, il suo cronometrico attraversamento di Konisberg, sono diventati leggendari come gli ampi vagabondaggi di Kierkegaard per Copenaghen. Holderlin se ne è andato a piedi dalla Westfalia a Bordeaux e ritorno. Il giovane Wordsworth ha camminato da Calais a Berna e ritorno. Coleridge, uomo assai corpulento e segnato da diversi malanni fisici, aveva l’abitudine a camminare venti o trenta miglia per diem mentre componeva poesie.

Torna alla mente l’enigmatica profezia di Benjamin: in tutte le allegorie e leggende europee il mendicante che bussa alla porta, emissario di Dio o del demonio, arriva a piedi.

La memoria

Le strade e le piazze dove camminano uomini, donne e bambini europei hanno preso il nome da statisti, generali,  scienziati, poeti, artisti, compositori e filosofi. E’ la sovranità del ricordo, questa auto-definizione dell’Europa come lieu de la mémoire ha però un suo lato oscuro. Le targhe affisse sui muri commemorano anche secoli di massacri e di sofferenze, di odio e sacrifici umani. L’Europa è il luogo dove il giardino di Goethe quasi confina con Buchenwald. In Europa anche i bambini si piegano sotto il peso del passato come si piegano sotto il fardello di zaini scolastici troppo pesanti. Ma a che serve? Quando Paul Celan si è gettato nella Senna per suicidarsi ha scelto il punto esatto cantato dalla grande ballata di Apolinnaire, e questo punto si trova proprio sotto la finestra della stanza in cui Marina Cvetaeva ha trascorso l’ultima notte prima di tornare alla desolazione e alla morte in Unione sovietica. Un europeo colto si trova intrappolato nella ragnatela di un “in memoria” insieme luminoso e soffocante.

Il senso della morte

C’è una consapevolezza escatologica che, credo, possiamo trovare solo nella coscienza europea. Molto prima che Valery teorizzasse che le civiltà sono mortali, ancor prima della diagnosi apocalittica di Spengler, il pensiero e la sensibilità europea avevano intuito una finalità più o meno tragica. E’ passato molto tempo da quella che gli storici hanno chiamato “la grande paura dell’anno Mille” ma le profezie di una catastrofe escatologica continuano ad affollare l’immaginario europeo. E’ come se l’Europa, a differenza delle altre civiltà, avesse intuito di essere destinata al collasso. Due guerre mondiali, che in effetti sono state due guerre civili europee, hanno esasperato questo presagio fino all’incandescenza. Tra l’agosto del 1914 e il maggio 1945 l’Europa è diventata la casa della morte, teatro di inedite bestialità, tornate di recente a insanguinare i Balcani.

Alla luce – o forse non sarebbe meglio dire “nella tenebra”? – di questi fatti credere alla fine dell’idea di Europa diventa un imperativo morale. Con quale diritto dovremmo sopravvivere alla nostra suicida disumanità?

Come sopravvivere?

Odi etnici, nazionalismi sciovinisti, pretese regionali sono state l’incubo dell’Europa. La pulizia etnica e il tentativo di genocidio nei Balcani sono solo gli esempi più recenti di una peste che si estende dall’Irlanda del Nord ai Paesi Baschi. E’ legittimo ritenere che la diffusione globale dell’anglo-americano a livello linguistico, la standardizzazione tecnologica della nostra vita quotidiana, l’universalità di internet, ci stiano conducendo a grandi passi verso l’abolizione delle frontiere e degli odi atavici: verso l’unione dell’Europa che mai più dovrà soccombere a una guerra intestina. Ma questa è solo una faccia della medaglia.

Il genio dell’Europa è quello che William Blake ha definito “la santità dei minimi particolari”. E’ il genio della diversità linguistica, culturale e sociale: la mappa assurdamente frammentata dello spirito europeo dimostra una fertilità inesauribile. Per l’Europa la minaccia più radicale è la marea detergente, esponenziale, dell’anglo-americano, sono i valori globalizzati e l’immagine del mondo che questo vorace Esperanto porta con sé. Il computer, la cultura del populismo e il mercato di massa parlano anglo-americano, dal night club portoghese al fast-food di Vladivostok. Non è la censura politica che uccide [la cultura]: sono il dispotismo del mercato di massa, le ricompense di una fama commercializzata. Non c’è dubbio: l’Europa perirà se dimentica che “Dio si trova nei dettagli”.

Ma come è possibile trovare un equilibrio tra le richieste contraddittorie dell’unificazione politico-economica e quelle della creatività dei particolarismi? Non ho risposta. Ma qualcuno più saggio di me la deve trovare perché l’ora si è fatta tarda.

George Steiner, Una certa idea di Europa, Garzanti 2006

Chi è Matteo Zola

Giornalista professionista e professore di lettere, classe 1981, è direttore responsabile del quotidiano online East Journal. Collabora con Osservatorio Balcani e Caucaso e EastWest. E' stato redattore a Narcomafie, mensile di mafia e crimine organizzato internazionale, e ha scritto per numerose riviste e giornali (Nigrizia, Il Tascabile, il Giornale, Il Reportage). Ha realizzato reportage dai Balcani e dal Caucaso, occupandosi di estremismo islamico e conflitti etnici. E' autore di "Congo, maschere per una guerra", Quintadicopertina editore, Genova, 2015; e di "Revolyutsiya - La crisi ucraina da Maidan alla guerra civile" (curatela) Quintadicopertina editore, Genova, 2015.

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