CROAZIA: Un referendum contro i matrimoni gay. Tanto rumore per nulla?

La notizia è che la Croazia ha deciso di indire un referendum contro i matrimoni gay. Se ne sono lette un po’ di tutti i colori, come spesso in questi casi. Cerchiamo di capirci qualcosa. Tutto inizia quando lo scorso maggio alcune associazioni ultracattoliche hanno lanciato un’iniziativa “nel nome della famiglia”. Con questo slogan hanno raccolto in due settimane le 450mila firme (ovvero il 10% dell’elettorato) che servono per proporre un referendum d’iniziativa popolare, come richiesto dalla legge croata. Le organizzazioni sono state tanto capaci, e il quesito tanto sentito, che alla fine le firme presentate in parlamento erano 700mila.

A settembre il parlamento ha riconosciuto la validità delle firme e l’otto novembre ha votato a larga maggioranza (104 dei 151 deputati, i voti contrari sono stati solo 13, mentre cinque deputati si sono astenuti) per l’ammissibilità del quesito che mira a inserire in Costituzione la definizione del matrimonio come “unione tra un uomo e una donna”. Le associazioni per i diritti LGBTQ sono insorte denunciando come il parlamento avesse votato senza prima sottoporre il referendum al parere della Corte costituzionale. Un atto grave poiché in questo modo il parlamento può farsi promotore di leggi e iniziative discriminatorie senza che l’alta corte possa intervenire a bloccarle in nome della loro evidente incostituzionalità. In questo modo in futuro, spiegano le associazioni gay, potrebbero essere limitati i diritti delle donne o abrogata la legge sull’aborto.

Ecco che le associazioni per i diritti LGBTQ hanno deciso di rivolgersi direttamente alla Corte costituzionale ma questa, all’unanimità, ha deciso che il quesito del referendum era ammissibile. Doccia fredda. I giudici costituzionalisti non hanno detto se il quesito fosse costituzionale o meno, limitandosi a spiegare che nel caso avessero bocciato il referendum come ”discriminatorio”, allora implicitamente avrebbero dichiarato incostituzionale anche il Codice sulla famiglia che già definisce il matrimonio come, appunto, un’unione tra un uomo e una donna. Si sarebbe insomma creato un corto circuito costituzionale e i giudici hanno cercato di evitarlo specificando però che “un eventuale esito positivo della consultazione referendaria non deve in nessun modo influire sul futuro sviluppo degli istituti civili che definiscono le unioni omosessuali e quelle eterosessuali extramatrimoniali”. Cosa vuol dire?

Vuol dire che l’attuale governo socialista sta mettendo a punto un disegno di legge sui diritti delle coppie dello stesso sesso nel quale si riconoscono loro la concessione di quasi tutti i diritti di cui oggi godono le coppie eterosessuali, meno la possibilità di adozione. Vuol dire che le associazioni cattoliche radicali, assai vicine alla Chiesa croata e sponsorizzate dall’Hdz, il partito conservatore, hanno cercato con questo referendum di bloccare sul nascere la legge voluta dai socialisti. Vuol dire, però, che non ci riusciranno.

Al massimo riusciranno a impedire che le unioni omosessuali vengano definite “matrimonio” ma non potranno impedire che vengano concessi pieni diritti alle coppie dello stesso sesso. I giudici costituzionali hanno infatti chiarito: “Al referendum costituzionale sulla definizione del matrimonio non verrà presa nessuna decisione riguardo al riconoscimento del diritto alla vita famigliare, che è già garantita dalla Costituzione a tutte le persone, a prescindere dal loro sesso, ed è protetta dalla stessa Corte costituzionale come dalla Corte europea per i diritti umani di Strasburgo”.

Tanto rumore per nulla? Non proprio. Nella cattolicissima Croazia il tema è sentito. Il referendum, che non ha un quorum, ha alte possibilità di successo. Ma – come ha scritto Stefano Giantin su Il Piccolo – “è la democrazia bellezza”. Almeno finché esiste una Corte costituzionale indipendente (necessaria per essere uno stato membro dell’Unione Europea) e una Corte europea per i diritti umani, le coppie omosessuali croate saranno al riparo da discriminazioni. Altrimenti è pur vero che per via democratica si sono promosse le peggiori nefandezze e le più gravi limitazioni al diritto e alla libertà individuale.

Il prossimo primo dicembre si vota, vedremo cosa decideranno i croati, ma è significativo che proprio questo sia il primo referendum d’iniziativa popolare della storia croata.

Foto: La presse

Chi è Matteo Zola

Giornalista professionista e professore di lettere, classe 1981, è direttore responsabile del quotidiano online East Journal. Collabora con Osservatorio Balcani e Caucaso e EastWest. E' stato redattore a Narcomafie, mensile di mafia e crimine organizzato internazionale, e ha scritto per numerose riviste e giornali (Nigrizia, Il Tascabile, il Giornale, Il Reportage). Ha realizzato reportage dai Balcani e dal Caucaso, occupandosi di estremismo islamico e conflitti etnici. E' autore di "Congo, maschere per una guerra", Quintadicopertina editore, Genova, 2015; e di "Revolyutsiya - La crisi ucraina da Maidan alla guerra civile" (curatela) Quintadicopertina editore, Genova, 2015.

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6 commenti

  1. I croati non sanno in che guai si vanno a cacciare. E’ meno pericoloso dichiarare guerra agli Stati Uniti che mettersi contro le lobby gay europee

  2. L’immagine che accompagna l’articolo è discriminatoria e fuori da una deontologia che richiede una corretta informazione. L’immagine avvalora stereotipi svilenti veicolando l’idea che i gli appartenenti alla comunità LGBT sposino uno stile di vita nel quale è prassi truccarsi. Pertanto si chiede alla redazione di cambiare foto.

    • Caro Riccardo, accetto la critica e condivido il ragionamento che fa. Tuttavia l’intento non è discriminatorio, né (di per sé) lo è l’immagine. Può dire che propaganda stereotipi, e sono d’accordo, ma non che è discriminatoria.

      Ho scelto personalmente questa immagine e le spiego il mio ragionamento: vede quei quadratini colorati sulla guancia della persona ritratta? richiamano il simbolo a scacchi della Croazia. Mi è piaciuto vederli colorati e sparsi su quel viso, sembrano dire: “la Croazia non è solo quella a scacchi, ordinata e rigida, dei conservatori cattolici”. L’ho trovata un’immagine provocatoria nei confronti dell’opinione comune croata che è, come si dice nell’articolo, in buona misura contraria ai matrimoni gay.

      Infine quell’immagine è stata anche un mio spazio di libertà: non posso dire quello che penso in un articolo di informazione, devo cercare di essere obiettivo. Ma personalmente sono a favore del riconoscimento di tutti i diritti alle coppie omosessuali. Ecco, con quell’immagine ho voluto dire da che parte sto. E sottolineo come su questo giornale (che dirigo) ci sia uno spazio dedicato ai diritti LGBRQ nell’est Europa.

      Non avevo pensato a quanto potesse propagandare uno stereotipo (non una discriminazione, però). Quindi la rimuovo ma metto qui il link così che altri possano (educatamente) discutere in merito. Ho davvero offeso qualcuno pubblicando questa foto? (nel caso, accettate le mie scuse) http://www.lapresse.it/polopoly_fs/1.348191.1371310516!/image/image.JPG_gen/derivatives/box_640x400/image.JPG

      Matteo Zola

      • Hai fatto male ad accettare la critica. I gay ed i loro supporters si arrogano il diritto di svillaneggiare, insultare e irridere chi gli pare, ma quando si parla di loro è come per gli islamici quando si fanno le vignette su Maometto. Questo fascismo delle minoranze ha rotto, il caso di Barilla per esempio è agghiacciante. Comincio a pensare che Putin abbia visto giusto (gli capita spesso) a vietare a questa gente di fare propaganda, hanno rotto !

  3. In una locandina esposta alla Statale di Milano una diecina di giorni fa, il Gruppo Gay dell’Ateneo per un cineforum sull’omosessualità ha esposto una locandina con Papa Ratzinger abbondantemente truccato con rossetto e ombretto.
    A giudizio di Riccardo e Matt i cattolici possono sentirsi offesi?

    • @ Emilio – sì, credo abbiano il diritto di sentirsi offesi. In generale, secondo me, è sempre bene non offendersi per queste cose. Ognuno esprima come meglio crede ciò che crede, nei limiti della legge ovviamente.

      @ Vlad – non ho “ceduto”. Ho capito che quella foto era stereotipica, e gli stereotipi non mi piacciono. Ho ritenuto di aver sbagliato e ho corretto. Ej è un giornale, pur piccolo, e deve evitare di scadere in rappresentazioni stereotipate o banalizzanti della realtà. Come organo di stampa abbiamo delle responsabilità, credo.

      Ciò detto, se avessi voluto pubblicare una foto per “provocare” le persone LGBTQ (ed è legittimo farlo, se ce n’è ragione, come è legittimo “provocare” i cattolici, i protestanti, i musulmani, gli atei etc…) l’avrei tenuta perché avrei esercitato un diritto di critica. Ma non era questo il caso, quindi l’ho cambiata.

      Matteo

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