BULGARIA: Lo strano caso di Alexey Petrov, il mafioso lottatore

di Matteo Zola

pubblicato su Narcomafie

Alexey Petrov mentre viene condotto in tribunale

Il fisco bulgaro ha iniziato una verifica della situazione immobiliare del ministro degli Interni Tsvetanov, lo ha detto il direttore dell’agenzia nazionale delle entrate (NAP) Krasimir Stefanov. Motivo dell’indagine le dichiarazioni di Alexey Petrov, ex consigliere presso l’agenzia di stato per la sicurezza nazionale (DANS, in pratica i servizi segreti civili) ora agli arresti con l’accusa di essere il più potente boss mafioso del Paese.

Il ministro degli Interni aveva infatti proclamato la linea dura contro la mafia. Un repulisti che Tsvetanov ha voluto cominciare proprio dal suo ministero. Con un’operazione spettacolare, debitamente registrata dalle telecamere, il ministro ha inviato nel febbraio scorso un’ unità anti-terrorismo ad arrestare Alexey Petrov nella sua casa di Sofia. La polizia ha videoregistrato  Petrov sdraiato sul pavimento della cucina in pigiama con un mitra puntato alla testa. Il ministero degli Interni ha poi provveduto a diffondere il clip su internet per la felicità dei media che hanno descritto Tsvetanov come nemico numero uno del crimine organizzato.

Dal carcere però Petrov ha cominciato a dire la sua verità accusando Tsvetanov di volersi sbarazzare di lui poiché “scomodo” in quanto a conoscenza di tutti gli introiti illeciti accumulati dal ministro. Accuse ritenute verosimili dal fisco bulgaro che ha avviato le indagini.

Ora Alexey Petrov è stato consegnato agli arresti domicialiari dopo aver trascorso nove mesi in carcere in attesa di processo. Secondo la legge bulgara nessuno può rimanere in carcere più di un anno in attesa di giudizio. Dalla sua casa di Sofia ora Petrov rincara la dose tra mezze verità e minacce velate rivolte sia a Tsvetanov che a Boyko Borisov, attuale Primo Ministo bulgaro.

La storia di Petrov è la storia di tanti in Bulgaria: nato nel 1962 è stato istruttore di karate, frequentetore di palestre poi, dopo la caduta del Muro, è diventato bodyguard dei nuovi potenti (politici e criminali, a volte entrambe le cose insieme) e infine riciclato nei servizi segreti dove, tra un rivolgimento politico e l’altro, ha fatto carriera. E’ stato persino manager e membro del consiglio di amministrazione di società come l’Apollo & Balkan, la Spartak, e infine la Levski Spartak: tutte compagnie di assicurazione. Come è stato possibile?

Secondo l’opinione di Francesco Strazzari, docente di teoria delle relazioni internazionali all’Amsterdam School of Research di Amsterdam e alla Scuola superiore  Sant’Anna di Pisa: “Vi è un’eterogenea miscellanea di professioni esercitate dai ricchi imprenditori bulgari prima di lanciarsi negli affari: sportivi, economisti ed anche generali. Dopo la caduta del comunismo i più attivi sono stati gli uomini di sport che non hanno esitato ad avviare affari riciclando denaro proveniente dal racket, dal traffico di auto rubate, dal contrabbando e dallo sfruttamento della prostituzione”. Di facciata quei ‘pezzi di manzo’ (come vengono definiti in gergo, poiché ex lottatori o ex sollevatori di pesi) erano tutti dipendenti di assicurazioni o di agenzie di security “ma in realtà si occupavano del racket e di raccogliere il pizzo” spiega Strazzari.

Dall’inizio degli anni Novanta il termine ‘mutra‘ (letteralmente ‘muso’, utilizzato per indicare i mafiosi) divenne comune nei discorsi di tutti i giorni. Contemporaneamente il termine ‘lottatore‘ cambia radicalmente di significato associandosi al ‘mafioso rampante’. I ‘musi’ erano fortemente impegnati nel racket e nella riscossione crediti. La maggior parte dei membri di questi gruppi mafiosi erano ragazzetti pompati passati dalle scuole di lotta. Il loro successo è pubblico, il loro passato mai del tutto nascosto: “Si assiste a un rovesciamento di valori per cui ciò che è illegale diventa positivo se serve a uscire dalla povertà” che in Bulgaria, come altrove nei Balcani, è ancora oggi endemica. E conclude Strazzari: “Si assiste così a fenomeni di gangasterismo“. Il caso di Petrov è uno di questi ma lo stesso premier Boyko Borisov era una bodyguard formatasi nel mondo delle palestre. Anzi, secondo il quotidiano “The Sofia Echo”, punto di riferimento degli expat in Bulgaria, Borissov  e Petrov si sarebbero conosciuti nelle palestre di karate. Il loro sodalizio, che portò Borisov a definire pubblicamente l’amico “un uomo onorevole”, è durato fino a questo arresto.

Ora le minacce incrociate tra protagonisti di un mondo dove malavita e politica si fondono, e distinguere i “buoni” dai “cattivi” è quasi impossibile.

Chi è Matteo Zola

Giornalista professionista e professore di lettere, classe 1981, è direttore responsabile del quotidiano online East Journal. Collabora con Osservatorio Balcani e Caucaso e EastWest. E' stato redattore a Narcomafie, mensile di mafia e crimine organizzato internazionale, e ha scritto per numerose riviste e giornali (Nigrizia, Il Tascabile, il Giornale, Il Reportage). Ha realizzato reportage dai Balcani e dal Caucaso, occupandosi di estremismo islamico e conflitti etnici. E' autore di "Congo, maschere per una guerra", Quintadicopertina editore, Genova, 2015; e di "Revolyutsiya - La crisi ucraina da Maidan alla guerra civile" (curatela) Quintadicopertina editore, Genova, 2015.

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