Articolo da Sofia di Valerio Evangelista
Il 26 novembre 2025 Sofia ha vissuto la mobilitazione più imponente degli ultimi anni. Tra le 18.000 e le 22.000 persone hanno riempito il “Triangolo del Potere”, bloccando il centro della capitale e trasformando il dibattito sul bilancio 2026 in una critica all’erosione del dialogo sociale, all’inflazione e al ruolo crescente dei poteri informali nella sfera pubblica.
Nel tardo pomeriggio, alcune centinaia di persone hanno tentato di forzare le barriere laterali del Parlamento. La polizia ha risposto con cariche di alleggerimento: secondo la televisione nazionale si contano feriti e alcuni arresti. Alle 19 il governo ha annunciato la sospensione della procedura di approvazione del bilancio; l’opposizione liberal-progressista PP–DB, che ha parlato di mera “ritirata tattica”, ha convocato nuove proteste per il 1° dicembre.
I punti contestati della legge di bilancio
Il progetto di bilancio prevede l’aumento di 2 punti dei contributi previdenziali, il raddoppio dell’imposta sui dividendi (dal 5% al 10%) e un’espansione della spesa pubblica che porterebbe la quota di redistribuzione statale al 46% del PIL, oltre la soglia del 40% mantenuta dai governi bulgari negli ultimi due decenni. Il debito pubblico, storicamente basso, è previsto in crescita oltre il 30% nel biennio 2026–2027.
Una parte significativa del deficit è legata all’aumento delle spese per la difesa. Secondo il ministero delle Finanze, senza la difesa il deficit sarebbe pari al 2,7%. Nel 2026 Sofia destinerà 3 miliardi di euro alla difesa e chiederà altri 3,2 miliardi al meccanismo europeo SAFE. Il governo guidato da Rosen Zhelyazkov (GERB) e formato da GERB, socialisti e i populisti conservatori di ITN (con il supporto esterno del partito della minoranza turca DPS) difende il bilancio come necessario alla sostenibilità del sistema pensionistico e al passaggio all’euro. Ma molti cittadini e imprese giudicano la tempistica la peggiore possibile: inflazione al 3,8% (contro una media UE del 2,3%) e salari tra i più bassi dell’Unione comprimono il potere d’acquisto.
L’opposizione contesta la narrazione del governo. Asen Vasilev (PP–DB) afferma che “i conti non riflettono la realtà economica”, mentre Kostadin Kostadinov, leader del partito di estrema destra e filorusso Vazrazhdane, denuncia un ingresso nell’eurozona “imposto nonostante gli squilibri”. Ma anche la stessa Commissione europea ha espresso “serie preoccupazioni”: la crescita delle uscite, soprattutto in salari pubblici e pensioni, supera i margini consentiti dal quadro fiscale europeo e rischia di compromettere la sostenibilità del deficit. Per Bruxelles il bilancio non assicura “sufficiente stabilità fiscale” e necessita di una revisione sostanziale.
La piazza: celebrità, generazione Z e un nuovo lessico del dissenso
Se la più grande organizzazione imprenditoriale del Paese (l’Associazione del Capitale Industriale in Bulgaria – AIKB) ha portato in piazza la propria fitta rete di imprese, uno degli elementi più innovativi della protesta è stato il coinvolgimento spontaneo di figure pubbliche solitamente estranee alla mobilitazione politica. Il giovane attore Filip Bukov, con un breve comizio diventato virale, ha insistito sui rischi sociali associati al nuovo bilancio. A lui si sono aggiunti molti personaggi popolari, come l’attrice Silvia Petkova, il comico Nikolaos Tsitiridis, l’influencer Reneta Georgieva e persino l’ex Miss Bulgaria Radostina Kostadinova.
Questi endorsement inattesi hanno catalizzato la partecipazione di migliaia di giovani tra i 16 e i 25 anni, mobilitati tramite Instagram e TikTok. Molti non sono direttamente colpiti dalle misure fiscali, ma hanno interpretato la protesta come risposta a precarietà, corruzione percepita e sfiducia strutturale nelle istituzioni.
«C’è un inaspettato cambio di postura», spiega a East Journal il regista teatrale Guglielmo Papa, da Sofia. «A tratti sembrava un sit-in alla Odeon nella Parigi degli anni Settanta. Quasi nessun simbolo di partito e tanti post-adolescenti non mobilitati da movimenti politici, ma proprio perché estranei alle solite contrapposizioni ideologiche. Mi sono emozionato. È un segnale di maturazione politica: criticare l’Ue non significa essere rossobruni, e rifiutare il sovranismo non significa sostenere aprioristicamente le scelte di Bruxelles. Prima, in Bulgaria, era impensabile».
La protesta oltre il pretesto del bilancio
Per il sociologo Andrej Rajčev la protesta non è solo economica: «Il bilancio è un pretesto. Il vero problema è che questo governo è diventato troppo sgradevole». Rajčev ritiene che il congelamento del bilancio sia una mossa preventiva per evitare un’ondata simile a quella del 2020. A suo avviso il vero “parafulmine” della protesta non è il premier Zhelyazkov, bensì Delyan Peevski: oligarca, deputato e co-presidente del DPS, da anni indicato da ONG e istituzioni internazionali come uno dei principali centri di potere informale del Paese. Pur non facendo parte del governo, Peevski influenza la maggioranza parlamentare e l’agenda legislativa della coalizione di governo, diventando il bersaglio simbolico del malcontento.
La politologa Rumjana Kolarova interpreta invece l’annuncio di Borissov come un tentativo di riaffermare la propria leadership su un governo percepito come rigido e poco inclusivo. Il modello della “dittatura della maggioranza”, sostiene, “non è sostenibile nel contesto europeo”.
Le proteste hanno riportato al centro anche la questione della giustizia, uno dei punti deboli storici dello Stato bulgaro. Il Paese si trova in una fase istituzionale confusa: il procuratore generale è un facente funzione privo di piena legittimazione, il Consiglio superiore della magistratura opera in prorogatio e numerose indagini sono percepite come motivate politicamente. Come quelle che hanno coinvolto l’ex sindaco di Varna Blagomir Kotsev e l’ex vicesindaco di Sofia Nikola Barbutov, arrestati per corruzione, e scarcerati in questi giorni. La protesta contro l’uso selettivo della giustizia ha ripreso anche il tema dei mutri, i gruppi affaristico-criminali nati negli anni ’90 e ancora oggi influenti nei legami tra politica, sicurezza privata ed economia.
Autocritica da sinistra e il tabù della flat tax
Una parte della sinistra critica, pur sostenendo la piazza, sottolinea un punto cieco: la protesta attacca l’aumento delle imposte, ma non la struttura del sistema fiscale bulgaro, basato sulla flat tax al 10% per redditi e utili. È un modello che resta un tabù politico, benché FMI e Commissione europea ne chiedano da anni una revisione in senso progressivo.
Secondo questa prospettiva, i movimenti civici dominati dalla classe media urbana tendono a difendere situazioni di deregolamentazione delle imprese anche quando chiedono “giustizia” e “stato di diritto”, generando una frattura tra élite urbane e maggioranza sociale.
Il produttore e attivista Viktor Lilov sostiene le proteste ma mette in guardia contro derive estetizzanti o identitarie. In un intervento FB ha scritto: «Sostengo pienamente le proteste contro i progetti di bilancio, ma con slogan degradanti e logiche tribali non si costruisce un cambiamento sostenibile. Ho già partecipato a un simile esperimento nel 2013: abbiamo finito per rafforzare proprio il sistema che volevamo combattere»
Ora si delineano tre possibili evoluzioni: una revisione sostanziale del bilancio (promessa dal governo), in cui si sceglierà di eliminare o ridimensionare i capitoli più contestati, aumentando la trasparenza e rinunciando agli interventi più impattanti, con conseguente attenuazione della tensione sociale; una crisi politica che potrebbe sfociare in elezioni anticipate, qualora la manovra venisse modificata solo marginalmente, alimentando nuove proteste e rischiando di frantumare la già fragile maggioranza, rendendo concreta l’ipotesi di un voto nel 2026; oppure una fase di stabilità solo apparente, in cui il bilancio verrebbe approvato e l’euro introdotto secondo i tempi previsti, ma il malcontento rimarrebbe latente, pronto a riemergere in primavera, soprattutto in caso di ulteriori aumenti dei prezzi.
Foto: dal profilo Facebook di Kiril Petkov
East Journal Quotidiano di politica internazionale