UCRAINA: Anche gli oligarchi preferiscono l'UE

Era aprile 2010 quando il neoeletto presidente ucraino Janukovich e il suo collega russo Medvedev firmavano l’accordo di Kharkiv con il quale veniva prorogata la presenza militare russa a Sebastopoli in cambio di uno sconto sul prezzo del gas. Le pacche sulle spalle ed il clima cordiale facevano intuire che l’Ucraina era ritornata sotto l’ombrello protettivo di Mosca, dopo la parentesi della Presidenza Jushenko. Incredibile pensare che quel Janukovich sia lo stesso che oggi punta dritto verso l’UE.

Come più volte ricordato sulle pagine di East Journal al vertice europeo del 28 e 29 novembre a Vilnius, con tutta probabilità sarà firmato l’Accordo di Associazione  (AA) ed il Deep and Comprehensive Free Trade Agreement (DCFTA) con i quali l’Ucraina entrerà nello spazio di influenza europea. Una trattativa, quella per giungere a questa fase, che Janukovich ha portato avanti a lungo accettando compromessi che durante la campagna presidenziale nessuno avrebbe immaginato. Ma allora, cosa è successo a questo camaleontico presidente? Ragion di Stato? Pragmatismo? O forse solo fiuto per gli affari?

È qui che entrano in gioco gli oligarchi, coloro i quali gestiscono buona parte dell’economia ucraina e che, in molti casi, sono i principali finanziatori di Janukovich e siedono, come Borys Kolesnykov e Renat Akhmetov, sugli scranni parlamentari riservati al Partito delle Regioni. L’interscambio commerciale con l’UE ha superato di molto quello con la Russia e anche le esportazioni, che tradizionalmente guardavano più a est che ad ovest, ormai puntano altrove. Stando ai dati ufficiali nel 2012 l’Ucraina ha avuto un interscambio con l’UE di 37,7 miliardi di euro dei quali 12,9 di esportazioni. Con la Russia l’interscambio è stato di 24,1 miliardi, dei quali 12,2 di esportazioni. La scelta quindi di guardare ad ovest sembra quasi obbligata e gli oligarchi lo sanno. Non è un caso che a gestire il Ministero dello Sviluppo Economico e del Commercio, il dicastero responsabile delle riforme economiche richieste dall’Europa, vi sia stato da marzo a dicembre del 2012 Petro Poroshenko. Janukovich ha scelto questo oligarca, che in passato era stato un sostenitore politico e finanziario della Rivoluzione Arancione e di Jushenko, poiché ben accetto in Europa  e a dimostrazione che tutta l’élite economica è compatta e spinge verso l’UE. Poroshenko è anche il proprietario della Roshen, la casa dolciaria bandita da Russia e Bielorussia per fantomatiche ragioni sanitarie: standard che si alzano o si abbassano per questioni politiche!

Vi sono poi altre motivi che portano i businessmen ucraini a preferire Bruxelles a Mosca. L’UE porta con sé dei valori e dei principi: il rispetto del rivale politico, la non eliminazione fisica o giudiziaria dell’avversario elettorale, e soprattutto il non accanimento selettivo contro le attività imprenditoriali di chi è stato sconfitto politicamente. Per vent’anni è stato l’opposto. Ora gli oligarchi si stanno accorgendo che un patto che sancisca la pace definitiva è più redditizio di una guerra permanente tra fazioni rivali. Probabilmente se Janukovich non avesse vinto le elezioni sarebbe lui ad essere in carcere invece che la Tymoshenko ed un’uguale forma di damnatio spetterebbe ai suoi sostenitori politici. Gli attuali detentori del potere non vogliono che la storia si ripeta, soprattutto perché sanno che potrebbero essere loro le prossime vittime di questo sistema, e gli accordi di associazione con l’UE sono una garanzia in tal senso.

Altro motivo che non si può trascurare è il fatto che gli oligarchi ucraini, finora, sono stati considerati dei mafiosi in Europa, e tale preconcetto, molto vicino al vero, ha fatto sì che difficilmente potessero essere accettati come partner commerciali o investitori. Con l’Ucraina controparte privilegiata dell’UE anche loro verranno sdoganati e potranno finalmente affacciarsi negli affari continentali. Sono quindi loro che, tra i tre litiganti, Ucraina, UE e Russia, godono davvero!

Foto: Delo.ua

Chi è Pietro Rizzi

Dottorando in Relazioni Industriali presso l’Università degli Studi di Bergamo, collabora con l’OSCE/ODIHR come osservatore elettorale durante le missioni di monitoraggio in Est Europa. Redattore per East Journal, dove si occupa di Ucraina, Est Europa e Caucaso in generale. In passato è stato redattore ed art director del periodico LiberaMente, e si è a lungo occupato di politica come assistente parlamentare e consulente giuridico per comitati referendari. Ha risieduto, per lavoro e ricerca, a Kiev e Tbilisi.

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5 commenti

  1. Una delle letture più interessanti sulla faccenda, finalmente con qualche numero a supporto, anziché le solite questioni su democrazia, regime…Però secondo me c’è pure un altro fattore che sta portando Yanukovich a guardare a ovest (e alla Cina). Il fatto è che i russi stanno facendo pressioni così forti e applicando ricatti in piena regola (tipo “dateci le vostre pipeline o scordatevi gli sconti sul gas”), che Kiev, magari anche non volendolo, deve per forza cercare altre sponde.

    Matteo

  2. Luca De Angelis

    L’Ucraina ha dato vita, circa un millenio prima di oggi, al termine Russia e il fatto che si stacchi dal grande fratello significa il profondo fallimento politico di Putin verso il prossimo occidente, sottolineato proprio in questi giorni dal blocco delle merci lituane in entrata in Russia. In centro a Kiev si distribuiscono prestampati in lingua ucraina per spiegare alla gente perche’ e’ utile e necessario che l’Ucraina entri in contatto con la UE. Dire che vengano letti con spasmodica attenzione forse sarebbe troppo ma sono comunque un segno dell’attesa che si sta creando ne l paese.

  3. Petro Poroshenko è stato ministro da marzo a dicembre 2012, sostituito poi nel nuovo governo da Ihor Prasolov, tuttora ministro in carica.

  4. Poroshenko non è entrato in carica nel marzo 2013, come da me erroneamente scritto, ma nel marzo 2012 (ringrazio Maura per l’attenta e giusta correzione). Nulla cambia tuttavia il ragionamento, anzi, mi permette di fare alcune considerazioni ulteriori. Poroshenko inizia la sua carriera politica alla fine degli anni ’90 nel Partito Social Democratico Unito, fedele a Kuchma. All’inizio del 2001 si avvicina, pur non unendosi alle sue fila, al Partito delle Regioni, ma alla fine dello stesso anno salta il fosso, percependo prima di altri il cambiamento della situazione politica, e diventa responsabile della campagna elettorale per le Parlamentari del 2002 per il Blocco “Nostra Ucraina” di Jushenko. Verrà ricompensato ottenendo la presidenza del comitato parlamentare per lo stanziamento del budget. Sostiene la Rivoluzione Arancione e, divenuto Presidente Jushenko, viene nominato Segretario del Consiglio Nazionale di Sicurezza e Difesa, posizione che ricoprirà sino al 2005. Rieletto in Parlamento nel 2006 ottiene la presidenza della Commissione Finanza. Nel 2007 non si candida in Parlamento ma viene nominato a capo del Consiglio della Banca di Ucraina (carica che tiene ininterrottamente fino al 2012). Nel 2009 è nominato da Jushenko Ministro degli Esteri, carica che mantiene sino all’elezione di Janukovich come Presidente. Solo due anni dopo Janukovich nomina Poroshenko Ministro del Commercio e dello Sviluppo Economico. Poco dopo le Parlamentari del 2012 si dimette da Ministro, mantenendo la vice Presidenza del Comitato parlamentare per l’Integrazione Europea senza appartenere formalmente ad alcun partito. Viene dato quasi per sicuro candidato alle elezioni amministrative di Kiev del 2015: ancora però non si sa se come indipendente, come candidato unitario delle opposizioni o come indipendente supportato anche dal Partito delle Regioni (quest’ultima ipotesi viene con forza negata ad ogni intervista, ma da qui al 2015 la strada è lunga…).
    Tutto questo per far capire che è l’emblema del nuovo oligarca-politico ucraino, di cui parlo nell’articolo, che preferisce il dialogo, il pragmatismo, il compromesso allo scontro frontale. E’ la coerenza che passa in secondo piano rispetto agli affari.