TURCHIA: La barbarie di Erdogan e il suo suicidio politico

Chi si scrive ha guardato con preoccupazione, prima che con entusiasmo, alle proteste che da Istanbul hanno infiammato la Turchia. Preoccupazione per gli esiti di un protesta che potrebbe scappare di mano, venendo così strumentalizzata, oppure per l’intervento di un esercito che già quattro volte, nella recente storia turca, è intervenuto a rovesciare governi legittimi con la scusa di un pericolo talvolta “comunista” talaltra “islamico”. Chi scrive ha ritenuto Erdogan il “male minore” rispetto al regime militare. Addirittura, chi scrive, ha sperato che il governo dell’Akp potesse traghettare la Turchia verso una democrazia compiuta. Speranze infrante sotto i colpi di manganelli e  lacrimogeni.

Oggi che piazza Taksim è stata sgomberata con una violenza sproporzionata, oggi che gli avvocati dei difensori dei manifestanti sono stati tratti in arresto, oggi che la polizia ha fatto irruzione in tribunale, oggi che il governo ha minacciato di multare le emittenti che trasmettono immagini delle proteste, oggi che i “fratelli poliziotti” (come li ha chiamati il sindaco di Istanbul) violentano le ragazze che manifestano. Ebbene oggi l’unica cosa da fare è stare con la ragione e non con la forza.

“Adesso ti violento”. Le accuse di abusi sessuali sui manifestanti

Una forza che, esercitata sui deboli, è sempre segno di paura e vigliaccheria. E il governo Erdogan si è mostrato vigliacco nello scatenare la polizia con i risultati che sappiamo. E quando la polizia eccede, abbandonandosi a violenze che vanno ben oltre il mandato di “liberare la piazza”, è perché sa di agire impunita o ha l’avallo politico per seminare il terrore.  La versione online di Hurriyet (quotidiano di opposizione vicino al Chp) riporta la testimonianza di Erkan Yolalan, studente turco, che racconta: «Mi trovavo alle nove di sera a Besiktas. Non facevo niente, non gridavo slogan, non buttavo pietre. Appena mi hanno visto mi hanno afferrato. E sono scivolato nell’inferno. Ogni poliziotto presente ha iniziato a prendermi a calci e pugni. Per 150 metri, fino al bus della polizia, tutti mi hanno picchiato, maledetto, insultato. Non finivano mai». «Dentro il furgone – continua- le luci erano spente. Ho sentito la voce di una ragazza che supplicava: “Non ho fatto nulla, signore”, ma loro la picchiavano e lei pareva soffocare. Poi un agente in borghese le ha detto esattamente questo: “Ti sbatto per terra e ti violento, ora». La risposta della ragazza, con un filo di voce, ci ha spezzato il cuore: “Sì, signore».

Esagerazioni? Sappiamo che le polizie barbariche non esitano all’abuso se non vengono controllate con rigore da governi equilibrati. Lo abbiamo visto a Genova, senza andare lontano.

Multe per chi trasmette immagini delle rivolte

Il Consiglio Supremo della Radio e della Tv (Rtuk) turco, organismo di controllo nominato dal governo Erdogan ha multato le piccole tv che hanno trasmesso in diretta le manifestazioni di protesta. Lo riferisce ancora Hurriyet. Rtuk motiva così la sanzione: “hanno danneggiato lo sviluppo fisico, morale e mentale di bambini e giovani“. Una frase che tradisce il paternalismo di un governo che ha lasciato le libertà individuali lettera morta della sua Costituzione, mai applicandole né garantendole.

Dopo gli scontri di ieri notte a Istanbul i manifestanti si sono “ritirati” nel parco Gezi lasciando libera piazza Taksim occupata dalla polizia dopo otto ore di scontri e decine di feriti. Anche ad Ankara la polizia è intervenuta per sedare la protesta. Attualmente sono 47 le città in rivolta, pur con diversa intensità negli scontri.

Perché Erdogan lo fa?

Ora mettiamoci nei panni di Erdogan. Una simile reazione da parte del suo governo alle proteste equivale, ormai è evidente, a un suicidio politico. Nel migliore dei casi la sua leadership verrà messa in discussione da un Akp che non vorrà andare alle elezioni del prossimo anno con il fardello di queste violenze sul groppone. Nel peggiore dei casi il suo governo verrà rovesciato con modalità e conseguenze tutte da immaginare. Perché lo fa? Perché è un pazzo autoritario, spiegazione facile quanto inutile. Perché crede che i manifestanti siano una minaccia per il paese? Può darsi: il governo continua ad accusare i manifestanti di essere nemici interni della Turchia, cosa intende? Forse si riferisce all’opposizione kemalista più radicale, che vede la “laicità” minacciata e forse non disprezzerebbe un intervento militare a ristabilire “l’ordine”. Oppure a qualcosa di più profondo, quello “stato profondo” di cui abbiamo parlato in passato e ancora agisce in Turchia: un misto di servizi segreti, settori militari, cellule terroristiche che hanno segnato il Novecento turco. Sono solo ipotesi, ovviamente.

E’ possibile che le dichiarazioni di Erdogan, che a sentirle da qui paiono vaneggiamenti senza senso, siano messaggi rivolti a soggetti ben identificabili all’interno delle dinamiche di potere in un paese che, non essendo democratico, è oggetto di numerose tensioni esercitate dai diversi gruppi di potere. Erdogan parla di “lobby straniere” che vogliono “mettere le mani sull’economia turca”. Si riferisce forse a qualche “fondazione, a interessi finanziari stranieri? Forse ha in mente il nordafrica dove le rivolte sono state foraggiate da organizzazioni straniere? Ma la Turchia non è il Nordafrica, è un alleato atlantico e solo ora, dopo due settimane di silenzio, la Casa Bianca ha invitato Erdogan a “rispettare i diritti umani“. L’Unione Europea non è stata da meno: dopo non aver saputo (ma diciamo la verità, voluto) accogliere la Turchia, ora sta alla finestra e guarda gli eventi senza prendere una posizione comune.

Quali che siano le ragioni occulte che spingono Erdogan all’uso indiscriminato della violenza, è evidente che proprio la forza tradisce la debolezza. Ed è evidente che la violenza non è giustificata se colpisce persone inermi. E mentre il suo partito tace, compreso il presidente Gul, forse già si prepara sotto traccia la defenestrazione politica del primo leader islamico della Turchia.

 (FOTO: Bulent Kilic/AFP/Getty Images)

Chi è Matteo Zola

Giornalista professionista e professore di lettere, classe 1981, è direttore responsabile del quotidiano online East Journal. Collabora con Osservatorio Balcani e Caucaso e EastWest. E' stato redattore a Narcomafie, mensile di mafia e crimine organizzato internazionale, e ha scritto per numerose riviste e giornali (Nigrizia, Il Tascabile, il Giornale, Il Reportage). Ha realizzato reportage dai Balcani e dal Caucaso, occupandosi di estremismo islamico e conflitti etnici. E' autore di "Congo, maschere per una guerra", Quintadicopertina editore, Genova, 2015; e di "Revolyutsiya - La crisi ucraina da Maidan alla guerra civile" (curatela) Quintadicopertina editore, Genova, 2015.

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