UNIONE EUROPEA: Le contraddizioni dell’odierna politica industriale

DA BRUXELLES – La Commissione Europea, lavorando congiuntamente con Parlamento e Consiglio, ha prodotto alcuni documenti che vanno a comporre il pacchetto di obiettivi e misure relative alla Politica Industriale del nuovo Quadro Finanziario Pluriennale 2014-2020, oltre a collegarsi direttamente con i principali obiettivi di Europa 20-20-20 per il 2020. In particolare, la Communication on Industrial Policy e la Communication on new skills for new jobs puntano a focalizzare l’attenzione sulla promozione del settore dell’educazione in tutta Europa per rispondere alle nuove esigenze qualitative del mercato.

Quella che in realtà sembra un programma ed una progettualità sacrosanta e certamente benefica , appare ad un’analisi concreta come un paradosso e tutto ritorno alla semplice domanda: può il settore dell’istruzione superiore arrecare effetti positivi e anticiclici laddove questo si misura con una disciplina budgetaria restrittiva?

Alcuni esempi: la Grecia ha tagliato i fondi dedicati all’istruzione superiore per il 30%, il 20% l’Italia, una percentuale che varia dal 5 al 10% in Irlanda. Questo per quanto riguarda la sola Eurozona, mentre al di fuori di essa la Lettonia ha operato tagli per circa il 66% e il Regno Unito ha proceduto analogamente per un totale del 40% dei fondi trattenuti, immediatamente compensati con un analogo rialzo delle rette universitarie e l’aprirsi di una dura fase di contestazione studentesca.  Situazione invertita in Germania, dove il supporto pubblico all’istruzione superiore è invece stato aumentato sia a livello locale che federale.

Ecco allora che in questa asimmetria si realizza il paradosso che segnerà il futuro economico del continente: il brain drain operato dal cuore dell’Europa verso la sua periferia va necessariamente ad ampliare quel gap di produttività nel medio-lungo periodo costringendo in questi mesi cruciali per il futuro di molti Stati e dell’Unione, ad imporre misure di correzione a carattere strutturale che si suppone invece andrebbero eliminate per provocare una ripresa. Questo è in primo luogo vero per le piccole e medie imprese (e per quelle italiane in particolare), in quanto investimenti privati per l’apprendistato e l’aggiornamento professionale rappresentano qualcosa di difficilmente realizzabile da parte di una miriade di piccole attività imprenditoriali (i due terzi del tessuto produttivo del Paese, la sua spina dorsale ed il suo vanto e marchio economico), a fronte di una restrizione concomitante del credito e della domanda.

Tutta l’enfasi posta dalla Commissione sulla mancanza di personale qualificato per procedere ad un robusto rilancio economico sembrano destinate a restare parole sulla carta, incapaci di tradursi in fatti nella maggior parte dei casi. Guardiamo ancora al “capitalismo residenziale” spagnolo. Il primo “miracolo economico della manifattura” viene solitamente ad essere attribuito agli interventi operati dal lato dell’offerta e dalle riforme intraprese (es. pacchetto Hartz), oltre che in un contenimento dei salari e del potere di concertazione. Questo vale però soprattutto per un contenimento delle importazioni, mentre l’aumento della capacità di competere a livello mondiale ha buona parte delle sue basi nell’adozione dell’euro. Ora, la Spagna e altre economie del Sud hanno operato una de-industrializzazione, spostando il proprio focus economico sul mercato delle proprietà (real estate and land), piuttosto che sull’innovazione di produzione e di prodotto. Come risultato la produzione manifatturiera sul totale delle attività economiche tra 1994 e 2007 è calata del 4.8%; cifre simili, anche se meno drammatiche valgono per l’Italia.

Le piccole e medie imprese, nonostante siano la vera forza storica dell’Europa (figurarsi in un economia di trasformazione come la nostra), si trovano ora al limite del collasso, incapaci di sostenere oneri amministrativi e credit crunch che ne annullano la possibilità di sfruttare vantaggi comparati derivanti dall’esistenza di clusters  e distretti, a tutto vantaggio delle grandi compagnie (da sottolineare però alcune iniziative positive come la Call for Proposals on clusters and entrepreneurship in supporting of emerging Industries)  .

Siamo quindi giunti di nuovo al paradosso del taylorismo digitale, per cui la generazione più istruita di sempre in Europa fronteggia la peggiore crisi occupazionale dal 1929.

Chi è Matteo Zola

Giornalista professionista e professore di lettere, classe 1981, è direttore responsabile del quotidiano online East Journal. Collabora con Osservatorio Balcani e Caucaso e EastWest. E' stato redattore a Narcomafie, mensile di mafia e crimine organizzato internazionale, e ha scritto per numerose riviste e giornali (Nigrizia, Il Tascabile, il Giornale, Il Reportage). Ha realizzato reportage dai Balcani e dal Caucaso, occupandosi di estremismo islamico e conflitti etnici. E' autore di "Congo, maschere per una guerra", Quintadicopertina editore, Genova, 2015; e di "Revolyutsiya - La crisi ucraina da Maidan alla guerra civile" (curatela) Quintadicopertina editore, Genova, 2015.

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