ECONOMIA: Reddito minimo garantito, un’utopia possibile

«The european social model has already gone», tuonava Mario Draghi nel febbraio scorso, a pochi mesi dalla nomina a presidente della Banca centrale europea, sollevando un coro di critiche. La crisi, insomma, sta distruggendo l’economia europea e se la barca affonda si butta a mare ciò che pesa di più: lo stato sociale, appunto. Scuole e sanità pubbliche, pensioni e sussidi, sono un peso morto di cui liberarsi. Ma a finire a mare non sono numeri, bensì persone. E l’affondamento del barcone europeo sarebbe solo rimandato di qualche decennio. Ecco allora che è necessario andare alla ricerca di idee alternative, che tengano insieme sviluppo e democrazia, numeri e persone. Tra queste se ne fa largo una di sicuro interesse: si chiama “reddito minimo garantito”. Tre semplici parole.

A spiegarci cosa significano ci pensa un’associazione, la Basic Income Network (Bin), la cui branca italiana ha da poco licenziato un libro assai interessante, Reddito minimo garantito, un programma necessario e possibile (Edizioni Gruppo Abele, 2012). Gli autori ci dicono che per far fronte alla crisi economica (che è anche una crisi di cultura economica) il vecchio continente deve fare più welfare garantendo a tutti un reddito minimo, che si tratti di lavoratori o inoccupati, italiani o stranieri, giovani o vecchi. Utopia? Non proprio, poiché si tratta di un progetto concreto e che, in forme ridotte, è già stato realizzato in molti paesi europei. Sul tema però è facile confondersi, andiamo con ordine.

Negli ultimi trent’anni a essere radicalmente mutato è il sistema economico dei paesi cosiddetti “occidentali”. Da una centralizzazione della produzione e dell’informazione, si è passati a una delocalizzazione favorita dalla velocità delle comunicazioni. Nei paesi dell’area Ocse ci si è trovati così con il 71% dei lavoratori occupati nel settore dei servizi a fronte di un 24,9% impiegato nell’industria e di un 3,9% nell’agricoltura. Il tradizionale sistema di welfare si è trovato impreparato a questo mutamento e la crisi economica ha spinto molti paesi a tagliare la spesa per lo stato sociale.

Il welfare state europeo aveva già da tempo messo in atto varie misure, dette previdenziali, di protezione sociale e sostegno del reddito. Queste ultime in particolare sono state pensate per far fronte a uno sviluppo industriale che non riduceva la disoccupazione. Si è reso quindi necessario intervenire affinché il soggetto in stato di disoccupazione non diventasse un disoccupato strutturale, incapace cioè di reinserirsi nel mercato del lavoro. Negli ultimi anni, specialmente in America, si è affermata un’idea alternativa al welfare state classico, il cosiddetto workfare: si tratta di misure, per dirla con Jean-Claude Barbier, sociologo della Sorbona, «che condizionano gli aiuti sociali all’obbligo di lavorare per coloro che ne beneficiano». Al centro è quindi posto il lavoro. Il workfare è più leggero ma poco efficace come misura di protezione sociale e non tiene conto dei nuovi disagi che il modello economico post-fordista ha portato con sé: precariato, working poor, esclusione sociale.

Gli esperti del Bin ci spiegano come la centralità del lavoro nelle misure di welfare state si traduca in programmi per la ricerca di impiego, per la formazione, per il sostegno all’imprenditorialità, la creazione di nuovi impieghi e – last but non least – in immediati sussidi di disoccupazione. In tutta Europa esistono cose simili ma si legano a misure, dette assistenziali, che garantiscono un reddito minimo che può durare anche molti anni. Esse sono, in sostanza, misure che contrastano l’esclusione sociale volte a creare una rete (safetynet) che interviene quando ha termine il periodo di sussidio di disoccupazione. Si articolano in vari modi e vanno dall’erogazione di denaro all’esenzione fiscale, ai contributi per l’affitto e per le spese alimentari. L’idea di base è che un individuo debole non debba essere lasciato solo, in nessun caso. Si crea dunque un legame tra sussidio e reddito minimo, tra misure previdenziali e assistenziali. Il modello sociale europeo, fin qui, ha cercato dunque di armonizzare le esigenze dello sviluppo industriale a quelle dello sviluppo sociale o, almeno, di garantire protezione alle fasce svantaggiate. Molto resta da fare e, secondo gli autori del Bin, investire in welfare sarebbe una valida misura anticrisi, specialmente nel nostro paese dove  le cose – manco a dirlo – funzionano diversamente rispetto al resto d’Europa.

In Italia, terminato il periodo di sussidio, le persone vengono abbandonate a se stesse e chi non riesce a rientrare nel mercato del lavoro è destinato alla povertà con il rischio evidente di passare da uno stato di esclusione lavorativa a uno di esclusione sociale. Il libro mostra le sperimentazioni messe in atto nelle varie regioni italiane, ma si tratta di misure destinate a particolari e limitati soggetti: siamo ben lontano dall’idea di reddito minimo garantito come diritto universale. Eppure, ci dicono gli autori, si tratta di un obiettivo possibile. Certo, dipende quanto lo Stato è disposto a spendere. O a risparmiare.

Già, perché secondo gli esperti della Bin, un reddito minimo garantito andrebbe a procurare risparmi importanti. La vecchia storiella che “in Italia non ci sono i soldi” non regge più. Si può fare, spiegano gli studiosi del Bin, ed ecco come. Citando Un nuovo contratto per tutti, ricerca dell’economista Tito Boeri, condotta con Pietro Garibaldi, si evidenzia come la necessità primaria sia quella di riformare gli ammortizzatori sociali, procedendo a una razionalizzazione e a una drastica semplificazione dell’intero sistema che sostituisca le particolari forme di sussidio, indennità, integrazione, mobilità, attualmente diverse da categoria a categoria, in un unico sistema di base. Accanto a questa operazione andrebbe introdotto un reddito minimo garantito.

Gli autori calcolano che per il sussidio di disoccupazione (che prevedono della durata di 18 mesi, su base contributiva) il costo sarebbe di circa 8 miliardi di euro per la messa a regime. La spesa per il reddito minimo, fissato a 450 euro, graverebbe per circa 6 miliardi di euro l’anno. Tali costi andrebbero a produrre risparmi sotto altri versanti, uno su tutti quello della sanità. Una persona in difficoltà economica è più esposta a malattie, non ha possibilità di fare prevenzione e, in casi estremi, si arriva persino al rischio malnutrizione. Tutte situazioni che ricadono sulla sanità pubblica e che un tenore di vita dignitoso andrebbero a limitare. Non meno rilevante sarebbe la ricaduta sulla criminalità e, tasto dolente, sul lavoro nero.

Gli esperti del Bin, interrogati sulla questione, dichiarano che il ricorso al lavoro nero, essendo una forma di reddito priva di benefit previdenziali, sarebbe una scelta non conveniente a fronte di un reddito minimo garantito che, ovviamente, verrebbe tolto in caso di frode. «Sappiamo che nei paesi dove c’è il reddito minimo garantito il lavoro nero è stimato in percentuali bassissime».  Inoltre il timore che qualcuno possa approfittarsi del sistema «non può ricadere sui molti che hanno bisogno» e «spetta alle forze dell’ordine vigilare e punire i trasgressori». L’idea, insomma, non può essere sacrificata sull’altare dei furbetti. Altra critica che generalmente si muove all’idea del reddito minimo garantito è che un soggetto, avendo questa forma di paracadute sociale, sia meno incentivato a svolgere lavori a basso salario che, comunque, sono ritenuti necessari. «E perché devono esistere lavori a basso salario?» rispondono gli autori «con l’introduzione di un reddito minimo si incentiverebbe anche l’aumento dei salari, inoltre si contrasterebbe la precarietà, poiché una persona sarebbe nella possibilità di rifiutare un lavoro senza garanzie, con contratto temporaneo e mal pagato».

Il tema del contrasto alla precarietà è forse uno dei più interessanti. Più che di contrasto sarebbe forse più corretto parlare di reinvenzione della precarietà. Citando il filosofo André Gorz, «il carattere sempre più intermittente del rapporto salariale va trasformato in una nuova libertà, un nuovo diritto per ciascuno d’interrompere la propria attività professionale. Il che, beninteso, esige la garanzia di un reddito». La precarietà, dunque, come occasione di libertà. Una libertà  che diventerebbe spazio di democrazia garantito dallo Stato, appunto detto “democratico”, capace di governare e distribuire equamente la propria ricchezza a tutti i cittadini. Un sogno possibile se pensiamo che, a fronte dei 14 miliardi di euro l’anno previsti da Boeri e Garibaldi, sono ben 60 i miliardi che, secondo la Corte dei Conti, sono costati al nostro paese a causa della corruzione.

Una panacea quindi? Certo che no, ma un’idea alternativa, concreta e possibile, da prendere in considerazione e cui dare maggior rilievo di quello dato nel nostro paese fino a oggi.

Chi è Matteo Zola

Giornalista professionista e professore di lettere, classe 1981, è direttore responsabile del quotidiano online East Journal. Collabora con Osservatorio Balcani e Caucaso e EastWest. E' stato redattore a Narcomafie, mensile di mafia e crimine organizzato internazionale, e ha scritto per numerose riviste e giornali (Nigrizia, Il Tascabile, il Giornale, Il Reportage). Ha realizzato reportage dai Balcani e dal Caucaso, occupandosi di estremismo islamico e conflitti etnici. E' autore di "Congo, maschere per una guerra", Quintadicopertina editore, Genova, 2015; e di "Revolyutsiya - La crisi ucraina da Maidan alla guerra civile" (curatela) Quintadicopertina editore, Genova, 2015.

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8 commenti

  1. Bonaiti Emilio

    Quali sono “i molti paesi europei” nei quali è garantito il reddito minimo? E con quali importi e modalità?

    • Belgio, Lussemburgo, Austria, Norvegia, Paesi Bassi, Germania, Francia, Gran Bretagana… non mi sembrano proprio pochi!

      Ma noi in Italia siamo dei trogloditi, con un popolo che si merita Berlusconi. Ancora c’è gente che è per giunta critica nei confronti del reddito minimo garantito (spesso si confonde – specie in italia – col reddito di cittadinanza, di cui sono un sostenitore più del reddito minimo garantito… che ha una struttura simile a quella degli autori del volume qui “presentato”, nonostante appunto venga chiamato reddito minimo). Peccato che la maggior parte delle crisi, che sono strutturali (l’economia è frutto di scelte politiche, non è metafisica, in crisi ci andiamo perchè c’è chi vuole che ci sia, in modo tale da ricattare lavoratori abbassando salari, deterritorializzando le imprese nei luoghi dove la manodopera è a bassissimo costo e così via), sono tutte di sovrapproduzione… e questo perchè? proprio perchè la gente non può consumare. non ha i soldi. “non vi è produzione senza consumo” è un regola dell’economia politica, non certo dell’economia marxista. col reddito di cittadinanza la gente può consumare, e consumando si produce, è una normalissima circolazione di capitale, keynesismo allo stato puro (capitalismo dal volto umano si diceva una volta… certo, sempre capitalismo è, ma la rivoluzione mi sa che può attendere, e allora tanto vale piangere con un occhio e accettare il keynesismo). ma siccome viviamo nel mondo dell’ultra speculazione, dell’ultra profitto, e abbiamo un popolo di minchioni che si fanno mettere piedi in testa da 4 politici fascisti,corrotti ed incompetenti, servi del grande capitale e dell’imperialismo straniero, noi siamo tra i pochi in europa a non avere neanche una cosa come il reddito di cittadinanza/minimo garantito.

      la precarietà in italia l’abbiamo per questo motivo. il problema non sono i contratti di lavoro a tempo determinato, che anzi possono sbloccarci dalla reale (e non quella di montiana natura) monotonia del posto fisso (lavorare meno, lavorare tutti), ma senza diritti sindacali, e senza un reddito tra l’immobilità durante un lavoro ed un altro) ecco che si viene a creare il problema del lavoratore fantasma, della neo schiavitù… ecco perchè dire che il lavoro fisso è monotono, oggi, senza tutti questi diritti, è da assassini, e chi lo dice meriterebbe di stare appeso a testa in già a piazzale loreto. e non mi si dica che sono violento, perchè c’è molta più violenza nelle politiche economiche, giuridiche e sociali di chi governa un paese e fa soffrire milioni di persone, che nelle azioni (nel mio caso parole) rivolte proprio a costoro.

      • grazie per i contributi, sono sempre ben accetti.

        riguardo i link postati: le tesi, tra l’altro limitate e minime rispetto alla descrizione degli altri paesi, mi sembrano veramente vuote (poi ad onor del vero ho letto solo il primo)

        i soldi si possono trovare facilmente, come si trovano facilmente i miliardi (ribadisco, miliardi) di euri che vengono spesi annualmente per le risorse militari, o al massimo non si spendono per quello e si spendono per sanità, istruzione, posti di lavoro e redistribuzione del reddito. e non mi si dica che è importante spendere in risorse militari, perchè non capisco cosa ci possa essere di bello nell’andare a rompere i coxxxxni agli altri popoli per i nostri interessi. anche perchè i nostri interessi – vedi guerra in libia – alla fine non li facciamo mai, facciamo quelli degli altri.
        per non parlare i tagli ai costi della politica. eliminiamo le province, che non servono a nulla, e ridimensioniamo le regioni, che a livello di costi sono praticamente degli stati (siamo ridicoli). e a livello di parlamento nazionale magari facciamo una manovra intelligente che non sia il semplice taglio – misero – agli stipendi, ma equipariamo il reddito annuo di un parlamentare a quello del cittadino medio. in questo modo in politica entrerebbero solo quelli realmente interessati al benessere del paese e che hanno a cuore la cosa pubblica, e non quelli che vedono nella politica un modo per acquisire potere e sistemarsi per la vita. in questo modo il loro reddito è legato a quello dei cittadini di questo paese, per cui se non vogliono morire di fame loro sono costretti a non fare morire di fame tutti gli altri.

        quando impareremo che la politica – scusate la ripetizione – ha il predominio sul resto, che l’economia ne è subordinata – e non ha nulla di metafisico – allora forse potremo fare qualcosa!

        inseguiamo modelli come il venezuela, anzichè quelli come l’america. vivremo in pace con noi stessi e con gli altri e ci sarebbe meno povertà in giro.

  2. Negli anni ’90 un mio amico olandese lavorava 4 mesi all’anno e per gli altri 8 riceveva un sussidio statale (più che generoso). Questo spettacolare welfare produceva anche qualche distorsione, come appunto i “disoccupati” volontari. Adesso non so se le cose siano cambiate da quelle parti, probabilmente qualche taglio ci sarà stato pure li. Però in Italia mi sembra difficile replicare un simile modello. In Olanda hanno tanti soldi e pochi disoccupati, da noi è il contrario. Che aumentare i redditi delle persone sia il modo migliore per fare ripartire l’economia è evidente, il problema è trovare le risorse, la coperta ormai è corta.

  3. siccome dovrei fare una ricerca ( in tempi molto brevi) è possibile ricevere da Lei, informazioni sul reddito minimo garantito della Spagna? grazie!!

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