L'Occidente in crisi d'identità: dallo stato etnico al fondamentalismo culturale

L’identità è la grande malattia d’inizio secolo: la corsa (o rincorsa) all’etichetta da appiccicarci sulla fronte per dire a noi stessi e agli altri: “Io sono questo”. L’incapacità di vivere senza etichette è forse un risvolto della globalizzazione, che tutto spersonalizza, e della disumanizzazione delle nostre società che rendono l’individuo “oggetto” e non già “soggetto”. Sull’identità se ne sono dette tante, non ci addentreremo nel dettaglio. Diciamo solo che il concetto di identità è esclusivo: “Io sono questo, e solo questo. Tu sei come me. Oppure sei altro”. L’altro, il diverso, diventa con l’irrigidimento dell’identità un nemico. Poiché ogni identità fissa porta con sé una idea di cultura “rigida”.

Nessuna società, però, può dirsi monoculturale. Nessuna cultura può dirsi monolitica. Anche senza migranti, ad esempio, le nostre società sono portatrici di diverse culture (religiose, laiche, civili, politiche). La cultura cosiddetta “occidentale” nella quale noi ci riconosciamo, inoltre, altro non è che il frutto di ibridazioni precedenti.

Al tema dell’identità “rigida” si è venuto a intersecare un problema di ordine politico. La necessità dell’omogeneità culturale all’interno di uno Stato. Se lo stato nazionale riusciva a comprendere in sé le diversità, quello “etnico” -che oggi si diffonde- non lo vuole più fare. No, no, nessuna confusione: quello che chiamo “stato etnico” è quello in cui la presunta omogeneità culturale si fonda su una identità etnica più o meno artificiosa. Un fondamentalismo culturale che produce una “etnicità” fittizia. Il pensiero va alla Padania, di cui si è inventato un passato etnico (il celtismo) e una tradizione culturale che altro non è che “tradizionalismo”: cioè una rappresentazione cosciente di una identità culturale più o meno autentica. Il tradizionalismo rivela così che sono i figli a generare i padri secondo il loro bisogno, che il presente modella il passato.

La diffusione dello stato etnico e del concetto esclusivo di identità etnica ha prodotto abomini come le guerre jugoslave. Si pensi al caso bosniaco: quella che fu per anni definita dai media (faciloni e raffazzonati) come guerra “etnica” non ha in sé nulla di etnico, semmai di politico. Serbi, croati e bosgnacchi (musulmani) appartengono tutti a quella branca dei popoli slavi che si stanziò nei Balcani occidentali. Essi parlano tutti la stessa lingua e appartengono tutti alla stessa “etnia” definibile -se proprio abbiamo bisogno di etichette- “slavi del sud”. A dividerli è la cultura: i serbi sono ortodossi, la loro storia nazionale li ha sempre visti vicino al mondo orientale (russo e bizantino); i croati sono cattolici, dediti al culto mariano, in orbita mittel-europea anche a causa della dominazione austriaca; i bosgnacchi sono gli eredi della dominazione ottomana sui Balcani, isola culturale musulmana, portatori di un islam europeo. Eppure la differenza culturale ha generato e  legittimato una fittizia separazione etnica. Ora quei popoli possono vivere in pace poiché separati territorialmente: ognuno “a casa sua”. I Balcani sono il trionfo dell’idea di stato etnico e della reinvenzione dell’identità.

Il caso del Kosovo presenta un interessante paradosso. Quando nel Novecento si sono affermati i moderni stati nazionali, l’Occidente ha privilegiato l’idea di Stato a quella di etnia, la cittadinanza al “sangue”. Quando Slobodan Milosevic (certamente un criminale, ma non è questo il tema) si accanì contro la minoranza albanese del Kosovo che cercava una via per l’indipendenza, egli difese il concetto “occidentale” di sovranità dello Stato contro una secessione. Viceversa la Nato, espressione dell’Occidente, bombardò Belgrado e aiutò il Kosovo in nome della difesa di un’etnia (sappiamo benissimo che i motivi erano altri, ma non è questo il punto) e della formazione di uno stato etnico.

Se lo stato etnico è esclusivo, esso non è conforme ai concetti di democrazia, cittadinanza, diritti umani, che appartengono alla cultura cosiddetta “occidentale” in nome della quale si fanno guerre in Asia centrale, si finanziano regimi in Africa, si buttano le bombe su Belgrado. Ecco che allora sorge un dubbio: forse l’Occidente è in crisi d’identità, per questo ne cerca sempre di nuove. E non può che trovarle nel radicamento in un passato che si traduce in radicalismo. Forse lo stato etnico è il sintomo peggiore di questa malattia, di questa crisi. Una crisi che si può superare guardando al futuro, inventando un futuro che non sia la copia del passato. Un futuro in cui possano valere le parole dell’antropologo francese Jean Loup Amselle: l’identità è una scelta.

Chi è Matteo Zola

Giornalista professionista e professore di lettere, classe 1981, è direttore responsabile del quotidiano online East Journal. Collabora con Osservatorio Balcani e Caucaso e ISPI. E' stato redattore a Narcomafie, mensile di mafia e crimine organizzato internazionale, e ha scritto per numerose riviste e giornali (EastWest, Nigrizia, Il Tascabile, Il Reportage). Ha realizzato reportage dai Balcani e dal Caucaso, occupandosi di estremismo islamico e conflitti etnici. E' autore e curatore di "Ucraina, alle radici della guerra" (Paesi edizioni, 2022) e di "Interno Pankisi, dietro la trincea del fondamentalismo islamico" (Infinito edizioni, 2022); "Congo, maschere per una guerra"; e di "Revolyutsiya - La crisi ucraina da Maidan alla guerra civile" (curatela) entrambi per Quintadicopertina editore (2015); "Il pellegrino e altre storie senza lieto fine" (Tangram, 2013).

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6 commenti

  1. Oh ragazzi, è un’opinione. Liberi di dissentire, anzi: spero qui di seguito ci saranno reazioni. Mi piace che East Journal sia un luogo dove anche le opinioni dei lettori possano incontrarsi ed esprimersi. Buona lettura M.Z.

  2. Opinione interessante. Io penso che l’identità dei popoli esista e vada conservata. Penso però anche che è vero che la stiamo progressivamente perdendo, soprattutto in occidente. Per questo poi nascono identità artificiali come quella della Lega: sono reazione allo smarrimento globalizzante attuale.
    Ciao Matthew.

  3. Sicuramente l’Occidente (per come lo conosciamo – o meglio, per come lo conoscevano i nostri padri) non esiste più, poiché insieme al muro è crollato anche l’Occidente, questo è innegabile. La nuova identità occidentale va costruita, e va costruita come identità europea. Solo in una logica – questa sì – federalista ed europea potremo sopravvivere.

    La Lega.

    Concordo con V. sul termine “artificiale” in riferimento all’identità leghista. Meno sull’etichetta di “reazione allo smarrimento occidentale”.

    La Padania leghista poteva forse essere vista come una reazione etnica durante i suoi inizi (con Miglio e il primo Bossi). Oggi la sua matrice culturale è una macchietta tutta italiana, una barzelletta etnica alla quale credono forse un centinaio di uomini e donne del Nord. La Lega è un partito politico che punta tutto su istanze e paure – secondo me – NAZIONALI. Il resto – i bagni nel Po, tutte quella paccottiglia protoceltica – fa parte del costume. Un pò come le bandiere cubane alle feste di Rifondazione.

    Insomma, se parliamo di identità etniche, di omogeneità culturale, di difesa dagli “altri”, non mettiamoci in mezzo pure la nostra Lega. Che è una cosa seria (e pericolosa) “come partito politico nazionale”. Una pagliacciata come “partito secessionista, federalista, identitario”.

  4. Vero: “quando nel Novecento si sono affermati i moderni stati nazionali, l’Occidente ha privilegiato l’idea di Stato a quella di etnia, la cittadinanza al sangue.”
    Focalizzandosi sull’Europa con la Comunità Europea si è provato a fare più o meno la stessa cosa, ma in scala maggiore: ossia, oltre agli stati nazionali, infondere un senso di appartenenza sovranazionale. In questo caso continentale. I vantaggi sono visibilissimi per chiunque legga i giornali o gironzoli senza le famose fette di prosciutto sugli occhi.
    Però -si sono domandati parecchi- è possibile che una entità come l’Europa susciti sentimenti di appartenenza e lealtà civica? D’altronde andrebbe a farsi benedire l’idea di Volk (quindi identità) come qualcosa che esiste prima ed a prescindere dalle strutture statali (lingua, religione etc.) ma in esse trova la più facile collocazione. Al momento parrebbe che al di fuori di uno stato nazionale non sia tanto facile realizzare una identità collettiva quindi processi/progetti politici realmente percepiti come propri dalla cittadinanza. D’altronde è faccenda faticosa e che obbliga tutti a revisioni talvolta scottanti. Più comodo trincerarsi in localismi reali (identità nazionali) o inventati (identità nazionali di nazioni assurde tipo la Padania). Rifugi nel breve consolanti tuttavia alla lunga rischiosissimi.
    Sul fatto che esistano stati messi meglio -più predisposti al passo avanti europeista e “non etnico”- e altri più timidi (eufemismo scolastico per: duri) il dibattito è in corso.
    Salùt…

  5. Io la metterei così: dividere la popolazione umana per “identità collettive” è una bischerata. Sul piano logico, prima di tutto: come si fa a stabilire criteri oggettivi per distinguere un italiano, oppure un turco o un polacco o un giapponese? Quali criteri si possono usare? Gli individui di queste comunità saranno diversi sotto molti aspetti, magari macroscopici, tipo lingua o religione (che però si possono apprendere e praticare), ma simili sotto molti altri: abitudini, interessi, attività ecc. magari senza neanche accorgersene.

    Poi su quello filosofico: simili concetti collettivizzanti sono indici di un modo di pensare aristotelico, per “essenze” (del tipo: come c’è l’essenza di “gattitudine”, che rende i gatti tali, a prescindere dal colore o dalla lunghezza del pelo, ci sarebbero le essenze collettive di “uomo italiano”, “bulgaro”, “turco” o magari “giudeo”) che per fortuna nelle scienze naturali – almeno dopo Darwin – è stato superato. Però in quelle umanistiche no, anche perchè senza i paroloni a effetto del tipo “identità”, “radici”, o “modernità”, molti intellettuali non saprebbero cosa dire (nel senso che non avrebbero uno straccio di idea).

    Sul piano politico: queste idee – proprio per la loro vaghezza – sono adatte alle strumentalizzazioni di tutti i tipi e per ogni interesse personale. A termini come “identità” o “radici”, basta aggiungerci aggettivi tipo “razziali”, “nazionali”, “cristiane”, o magari anche “di classe” e il gioco è fatto: abbiamo un bello slogan a effetto per creare una bella tribù di invasati, che rinchiude o ammazza o deporta chi si azzarda a non voler stare nella linea.

    Piuttosto che la divisione del mondo in “identità” (qualunque sia l’aggettivo che segue) avrebbe forse più senso quella tra società aperte, fondate sul dubbio, in cui è ammesso il dibattito, la libertà di espressione e autodeterminazione dell’individuo, e soprattutto la libertà di critica di chi sta al potere, e società chiuse, fondate su dogmi assoluti e intoccabili, in cui ogni uomo, come in una grande tribù, deve stare al proprio posto e comportarsi in un certo modo prescritto dai libri sacri. E naturalmente guai se si azzarda a contestare la dottrina e il sistema di potere costruito su di essi. Provate un po’ (come giochino per la sera) a dividere le comunità secondo questi criteri: vedrete che nel secondo gruppo ci vanno a finire un sacco di “identità collettive”, a prescindere dai loro diversi contenuti dottrinali, da quelle dei religiosi radicali a quella dei nazisti a quella della “società senza classi” sovietica, o della patria fascista, a quella della “repubblica islamica” iraniana.

  6. Ciao a tutti, grazie per i commenti. A rileggerlo forse l’articolo che ho scritto procede troppo per similitudini e l’impianto logico non tiene come dovrebbe. Credo però che il nodo sia chiaro. L’identità dell’individuo è sovradeterminata. Una sovradeterminazione su più livelli: l’identità nazionale italiana è frutto di un’operazione culturale che nell’ultimo secolo e mezzo qualche frutto ha prodotto. Certo è una “invezione” non differente da quella “padana”. O da quella “europea”. La mia opinione è che ogni identità sia un prodotto culturale e sia nata per opposizone a un’altra (nel tempo e nello spazio). Questa opposizione degenera in radicalismo. L’individuo è supino di fronte all’identità sovradeterminata. Quello che nelle parole di Amselle cerco di dire è che senza identità sovradeterminate l’individuo sarebbe libero di scegliere chi essere: una proliferazione di identità dal basso, non rigide ma cariche delle contraddizioni che fanno crescere l’individuo sia moralmente che intellettualmente. Scegliere chi essere richiede di per se’ uno sforzo di comprensione del proprio ruolo nella società che potrebbe anche tradursi in maggior partecipazione alla vita pubblica, quindi alla cittadinanza e alla democrazia.

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