BOSNIA: Focus elezioni /7 – Il punto di Matteo Tacconi

di Matteo Tacconi

Riportiamo qui di seguito stralci dell’ampio articolo che Matteo Tacconi ha pubblicato su Affari Internazionali. Tacconi, esperto dell’area post-sovietica e balcanica, si è distinto per una serie di reportage dal Montenegro e dal Kosovo nei quali ha messo in luce i torbidi che in quei Paesi agitano la politica. Illuminante è il libro: “Free Kosovo”, edito per Castelvecchi, necessario per comprendere cosa significa oggi l’indipendenza del piccolo stato balcanico. Ringraziamo Matteo per averci dato disponibilità a pubblicare il presente articolo.

Moschea Ferhadjia, Sarajevo. Foto di Matteo Zola

In Bosnia si torna alle urne. Anche stavolta, come nelle precedenti tornate, il voto è percepito come decisivo per il futuro del paese. Decisivo in chiave interna, per le riforme e il superamento degli steccati che tengono i tre popoli della Bosnia ancora divisi, a quindici anni dalla firma della pace di Dayton. E decisivo dal punto di vista del processo di integrazione euro-atlantico, dove la Bosnia, rispetto agli altri stati dei Balcani occidentali, fatta eccezione per il Kosovo, sconta un evidente ritardo.

Fermi al palo
A fronte delle aspettative l’impressione è che la Bosnia difficilmente si schioderà dallo stato di torpore che la contraddistingue e che, negli ultimi anni, si è aggravato. Il punto è che il voto del 3 ottobre, così dicono i sondaggi, premierà i partiti etno-nazionalisti che già s’affermarono nel 2006 e che con il loro verbo massimalista hanno contribuito alla radicalizzazione dei rapporti tra le etnie. […] Non che prima i rapporti fossero distesi. Però i rappresentanti dei tre “popoli costituenti” della Bosnia – così li definisce il trattato di Dayton – erano riusciti comunque, tra mille diffidenze, a combinare qualcosa di buono, come ad esempio l’unificazione delle forze armate, prima divise su basi etniche, raggiunta tra il 2004 e il 2005.

Voto serbo, musulmano e croato
L’Alleanza dei socialdemocratici indipendenti (Snsd) avrà gioco facile nell’entità serba e il suo numero uno, Milorad Dodik, otterrà agevolmente la presidenza della Rs, alla quale si candida dopo quattro anni di premierato. Nonostante la carica di presidente dell’entità serbo-bosniaca sia notarile, Dodik continuerà a dettare tempi e ritmi della politica nella Rs. Così come continuerà, come ha fatto periodicamente in questi ultimi anni, a minacciare la convocazione di un referendum per secedere dalla Bosnia. […] Sul fronte bosgnacco Haris Silajdzic, capo del Partito per la Bosnia Erzegovina (SBiH), dovrebbe riconquistare il seggio musulmano nella presidenza tripartita, tenendo a bada l’assalto di Bakir Izetbegovic, candidato del Partito d’azione democratica (Sda), fondato dal padre Alija, fautore dell’indipendenza bosniaca e capo carismatico della comunità musulmana ai tempi dell’assedio di Sarajevo.

L’esasperato duello serbo-musulmano ha estremizzato anche l’orientamento dei croati, che frustrati dal ridotto peso demografico (la loro è la componente minore) e dalla complessa convivenza con i musulmani all’interno della FBiH, hanno ripreso a rivendicare la nascita di una terza entità e il controllo della loro roccaforte, Mostar, che ai sensi dell’attuale ordinamento devono governare insieme ai musulmani, lì minoranza, sulla base dei principi dell’alternanza.

Il ruolo dell’Ue
La crisi bosniaca dipende anche da fattori esterni. Il punto è che negli ultimi anni l’Alto rappresentante (Ohr), il proconsole della comunità internazionale a Sarajevo, non ha saputo più esercitare quei poteri di controllo e indirizzo previsti dal suo mandato. Dunque non è stato capace di orientare i processi di dialogo e le riforme, né di arginare i rigurgiti nazionalisti. […] L’erosione di prestigio e autorità dell’Alto rappresentante, unita al fatto che la sua presenza è avvertita con crescente fastidio dai bosniaci, stanchi del protettorato, ha accelerato l’idea di chiudere l’ufficio proconsolare e di rendere pienamente operativa l’altra carica di cui l’Ohr si fregia, più che altro nominalmente: quella di Rappresentante speciale dell’Ue (Eusr). I tempi, pare, sono maturi. Prossimamente, forse già nei prossimi mesi, l’Eusr rimarrà l’unico “guardiano” a Sarajevo. Il suo mandato sarà meno intrusivo di quello proconsolare – così da favorire l’alleggerimento del protettorato – e la mission iniziale sarà quella di pilotare la discussione tra le forze politiche sui temi dell’integrazione europea. 

Politici e oligarchi

Gli attuali interlocutori oltre a infiammare il nazionalismo e a cestinare ogni tentativo di riforma, sono anche poco raccomandabili dal punto di vista etico. Sfruttando le rispettive posizioni di potere Milorad Dodik, Haris Silajdzic e Dragan Covic, numero uno dell’Hdz, il partito croato tradizionalmente più influente, hanno costruito con metodi poco trasparenti – per usare un eufemismo – veri e propri imperi economici, come sottolinea l’International Institute for Middle East and Balkan Studies di Ljubljana in una recente analisi dedicata al voto bosniaco, dal titolo eloquente: The Vicious Circle of Politics, Mafia and Crime.

Ma il ricambio è prematuro. I trionfatori di ieri trionferanno anche domani. Per vedere la svolta in Bosnia bisognerà armarsi di pazienza e procedere un passo alla volta.

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