La guerra di Crimea tra modernità e ancien régime

Toponomastica e oblio

È stata la guerra della “sottile linea rossa”, una guerra densa di miti e gravida di successive testimonianze toponomastiche: la guerra di Crimea echeggia un po’ ovunque in Europa, a Parigi nel boulevard Sèbastopol e il ponte de l’Alma, in Inghilterra ci sono villaggi che si chiamano Crimea o Balaclava, a Torino c’è un corso Sebastopoli, una via Cernaia, una piazza Crimea.

Quella di Crimea è forse la guerra più dimenticata nel progressivo processo di rimozione della storia di cui è vittima la cultura occidentale. Eppure fu la guerra che più di tutte fece da spartiacque tra modernità e ancien règime: mentre le potenze continentali si trucidavano vicendevolmente agli ordini di generali formatisi nelle guerre napoleoniche, gli inviati del Times commentavano giorno per giorno gli avvenimenti, inviando dispacci che impiegavano ben due settimane a giungere in patria ma che erano sempre più attesi da un’opinione pubblica ormai sviluppata e consapevole.

Le cause del conflitto

Ma andiamo con ordine, proprio perché dimenticati è bene ricordare quegli avvenimenti. Intorno al 1850 era diffusa in Europa la convinzione che l’Impero Ottomano fosse in sfacelo, e si aspettava il momento buono per fare un sol boccone dei Balcani. La Francia attraversava un momento di grande sviluppo in quello che era il secondo impero di Napoleone III. Il protagonismo francese preoccupava le potenze dell’epoca. Lo zar Nicola I era però confortato dalla convinzione che l’Inghilterra avrebbe appoggiato la Russia in funzione anti-francese. Secondo i conti dello zar, l’Inghilterra avrebbe guadagnato posizioni in occidente e la Russia in Europa orientale.

Ecco allora che, giocando d’anticipo, la Russia invade Valacchia e Moldavia, e attacca i turchi nel Caucaso. Diversamente da quanto lo zar si aspettava, l’Inghilterra e la Francia reagiscono comunemente mentre l’Austria non partecipa al conflitto ma si offre come intermediario diplomatico. Il tanto ammirato Cavour getta sul piatto 18.000 uomini per sedersi al tavolo coi vincitori mettendoli agli ordini del generale Alfonso Lamarmora (come si vede sul monumento di piazza Bodoni, a Torino). Diciottomila vite da sacrificare sull’altare della ragion di stato – lo stesso ragionamento fece Mussolini nel 1940 – che avrebbero consentito al Piemonte di affacciarsi nel club di quelli che contano. Ma i politici europei ragionavano allora in base a calcoli geopolitici astratti e obsoleti, con la testa alle guerre napoleoniche mentre moderne ferrovie e navi a vapore solcavano terre e mari rifornendo gli eserciti. Eserciti tuttavia organizzati con sorprendente arcaicità, in particolare quello inglese (e il vincitore di Napoleone, il duca di Wellington, era morto da appena due anni) comandato da lord Raglan, che aveva perduto quarant’anni prima un braccio a Waterloo. L’Europa che si accingeva a dilaniarsi in Crimea oscillava tra questi due poli, arcaicità e modernità, senza sapere quel che l’attendeva.

La sottile linea rossa

La battaglia simbolo della guerra si svolse a Sebastopoli, una battaglia che produsse miti ma che si risolse in un nulla di fatto, come in fondo la guerra stessa che – pur vedendo sconfitta la Russia – lasciò pressoché immutati gli equilibri continentali. Un’inutile carneficina.

La battaglia produsse però un significativa mitografia. Anzitutto fu la battaglia della sottile linea rossa, poi risemantizzata in un film di Terence Malick che la ambientò nella Seconda guerra mondiale con protagonisti soldati americani contro i giapponesi nel Pacifico. Un mito moderno, quello della sottile linea rossa. Moderno perché si tratta della prima invenzione giornalistica, il primo mito prodotto dai media. Ecco come andò: un reggimento di Highlanders scozzesi difese il campo di Balaclava da un attacco della cavalleria russa. Erano pochi, e Sir Colin Campbell li dispose a cintura del campo, in una fila profonda due uomini. Fu William H. Russel, corrispondente del Times, che osservando lo scontro da un vicino rilievo (il Sapouné, per la cronaca) lo descrisse -con una poesia oggi proibita ai reporter- come “a thin red streak tipped with a line of steel”, poi popolarmente riassunta in “sottile linea rossa”. L’epica descrizione dello scontro fatta da Russel accese l’immaginazione dell’opinione pubblica britannica che si diffuse in elogi dell’eroismo britannico originando un mito vivo tutt’oggi .

Lord Cardigan e lo yacht

Di quella stessa battaglia è “la carica dei Seicento”, così descritta dal poeta Alfred Tennyson: Nella valle della morte / cavalcarono in seicento”. Versi famosissimi che consegnarono la battaglia alla leggenda. E pensare che tutto nacque da un disguido. Quando il generale lord Raglan si accorse che i russi stavano avanzando da dietro le alture che cingono Sebastopoli, emanò l’ordine che lord Cardigan andasse incontro ai nemici impedendo loro di piazzare l’artiglieria. L’ordine fu precipitosamente consegnato dal capitano Nolan. Quando Cardigan lo lesse, chiese spiegazioni su quali fossero i nemici poiché dalla sua posizione non poteva vedere dietro le alture e tutto ciò che vedeva era l’artiglieria russa già piazzata sulla linea del fronte in faccia a lui. Le spiegazioni di Nolan furono laconiche: “il nemico è avanti a voi”.

Lord Cardigan non era molto amato, né in patria né dall’esercito. Deputato a soli ventun’anni, si comprò il grado di tenente colonnello. Com’era uso nell’antico regime, le cariche erano in vendita. Nonostante ripetuti scandali e duelli, la sua amicizia con la famiglia reale gli valse il comando di un reggimento di ussari. In divisa si distinse unicamente per la sua arbitrarietà: punì un ufficiale che aveva osato ordinare una bevanda plebea come la birra, ferì un uomo a duello usando una pistola truccata (ma venne assolto dalla Camera dei Lord grazie a un cavillo procedurale). Tutti episodi largamente ripresi dalla stampa e che lo resero ridicolo e odioso, quale era, agli occhi dell’opinione pubblica. Trasferitosi in Crimea, trascorreva il tempo a bordo del suo yacht a vapore ancorato al porto di Balaclava mentre i suoi uomini morivano di freddo e colera. Divenne celebre la sua domanda a un reporter del Times che lo incontrò la sera di un’altra battaglia, quella di Inkerman, quando (il Lord, non il giornalista) chiese: “Come mai sparavano?”.

Ricevuto l’ordine, però, quella volta non poté sottrarsi ma – non avendo ben chiaro quale nemico dovesse attaccare – si lanciò sconsideratamente al galoppo con seicento ussari contro l’artiglieria russa. Riuscì incredibilmente a raggiungere le postazioni nemiche senza però rompere la linea del fronte. Infine ripiegò, sano e salvo, con ancora 195 uomini a cavallo. Quando la notizia giunse in patria, divenne un eroe. Anzi, divenne un mito.

L’eredità della guerra e i maglioni per l’inverno

Così, in quel mondo sospeso tra antico e moderno, il marketing approfittò della situazione e l’industria tessile lanciò un nuovo capo di abbigliamento, il “cardigan“, la maglia di lana abbottonata che ancora oggi porta il suo nome. Il successo fu enorme anche perché glli industriali promossero una campagna pubblicitaria che voleva il nobile lord così vestito mentre condivideva il freddo e la battaglia coi suoi soldati. La concorrenza non fu da meno e lanciò il “balaclava“, un passamontagna di lana. Anche lord Raglan, generale che in Crimea ci morì di colera in una Sebastopoli infine conquistata, passò alla storia come capo di abbigliamento. In particolare per un tipo di manica, alla “raglan appunto, a sbuffo e avvoltolata. Il povero generale le portava così poiché, come si è detto, un braccio l’aveva lasciato a Waterloo.

Della guerra di Crimea restano vestigia d’abbigliamento, più che ricordi di epiche battaglie. Fu un crocevia della storia, un fondersi di elementi di modernità (reporter di guerra, marketing, opinione pubblica e gossip) e arcaicità di cui resta scarsa memoria. Tracce restano nella toponomastica e in qualche capo d’abbigliamento ormai fuori moda ma anche nella lingua. In particolare in piemontese la battaglia di Sebastopoli, o di Balaclava che dir si voglia, combattuta in prossimità del fiume Cernaia (dallo slavo cerno, “nero”), ha forgiato una parola dialettale piuttosto curiosa: “cèrnaja“, appunto, che significa fracasso, disordine.

Chi è Matteo Zola

Giornalista professionista e professore di lettere, classe 1981, è direttore responsabile del quotidiano online East Journal. Collabora con Osservatorio Balcani e Caucaso e EastWest. E' stato redattore a Narcomafie, mensile di mafia e crimine organizzato internazionale, e ha scritto per numerose riviste e giornali (Nigrizia, Il Tascabile, il Giornale, Il Reportage). Ha realizzato reportage dai Balcani e dal Caucaso, occupandosi di estremismo islamico e conflitti etnici. E' autore di "Congo, maschere per una guerra", Quintadicopertina editore, Genova, 2015; e di "Revolyutsiya - La crisi ucraina da Maidan alla guerra civile" (curatela) Quintadicopertina editore, Genova, 2015.

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