GAZPROMENADE /7: Il nodo del Caspio

di Matteo Zola

Il nodo geopolitico della questione energetica si stringe sul Caspio. L’Azerbaigian, si è detto, ha risorse per al massimo dieci anni ancora. Se si è investito nel doppio progetto Nabucco (gas) e Baku-Cheyan (petrolio) è perché ci si attende una collaborazione da parte del Kazakistan, in tal senso va interpretata la costruzione dell’oleodotto Transcaspico che collega Baku ad Aktau, in Kazakistan.

Gli equilibri geopolitici sono destinati a spostarsi verso oriente nei prossimi dieci anni, con il progressivo esaurirsi del petrolio azero. Il Kazakistan è lo snodo centrale delle strategie geopolitiche del domani, e già la Cina ha realizzato un progetto per un oleodotto che dovrebbe partire proprio da Aktau.

La Russia conserva però il transito del petrolio kazako tramite il Cpc pareggiando di fatto i conti con l’Occidente. Un vantaggio l’Europa lo ottenne il 3 aprile 2007 quando fu firmato l’accordo per il Costanza-Trieste. Nel maggio dello stesso anno si raggiunse un accordo europeo con il Kazakistan. Ma la Russia pareggiò nuovamente i conti accordandosi con Bulgaria e Grecia per la costruzione dell’oleodotto Burgas-Alexandroupolis.

Controllare il Caspio significa dunque ottenere il monopolio delle forniture energetiche spostando gli equilibri geopolitici euroasiatici. La guerra energetica, oltre che posando freddi tubi, si combatte calda nelle montagne del Caucaso: Cecenia, Georgia, Daghestan, Nagorno-Karabakh, Azerbaigian sono vittime senza voce. E quali saranno i destini dell’Ucraina, della Moldavia, del Turkmenistan e del Kirghikistan?

M.Z.

Chi è Matteo Zola

Giornalista professionista e professore di lettere, classe 1981, è direttore responsabile del quotidiano online East Journal. Collabora con Osservatorio Balcani e Caucaso e EastWest. E' stato redattore a Narcomafie, mensile di mafia e crimine organizzato internazionale, e ha scritto per numerose riviste e giornali (Nigrizia, Il Tascabile, il Giornale, Il Reportage). Ha realizzato reportage dai Balcani e dal Caucaso, occupandosi di estremismo islamico e conflitti etnici. E' autore di "Congo, maschere per una guerra", Quintadicopertina editore, Genova, 2015; e di "Revolyutsiya - La crisi ucraina da Maidan alla guerra civile" (curatela) Quintadicopertina editore, Genova, 2015.

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5 commenti

  1. Grazie per questa serie di post! Sono molto informativi e mi hanno chiarito tante cose. Mi rimane ancora un mistero come mai l’Ungheria è tra i paesi “amici” della Russia. Mi aspetterei un rapporto simile a quello della Polonia, e invece… Avete qualche idea? Grazie.

    • Scusa il ritardo nella risposta ma non siamo stati molto presenti… La Polonia ha una secolare conflittualità con la Russia (e con la Germania) che oggi la porta ad esprimere eccessive fobie. Durante gli anni dei Kaczynski tale paura arrivò al parossismo. L’Ungheria ha un’altra storia che certo però non spiega “l’amicizia”. Come tu dici, visti i fatti del ’56, ci sarebbe poco da esser amiconi col Cremlino. Infatti non lo sono, tantomeno oggi che a Budapest si sono scrollati da addosso vent’anni di partito socialista (erede diretto del regime) in luogo di un giovane europeismo incarnato da Fidesz. L’Ungheria però è in una posizione scomoda, è il primo Paese a ricevere il gas russo via Ucraina e deve fare attenzione -per dirla alla buona- a non pestare i calli al Cremlino che in fondo è lontano da Budapest (ma assai “vicino” a Varsavia). La carta (ripresa da Limes) inserisce l’Ungheria tra gli amici della Russia, e sono d’accordo con te nel ritenere questa valutazione fuorviante. Certo però non è “nemica” anche a causa -come dicevo- della sua posizione geoenergetica.

      • Quindi diciamo che è un paese amico solo nella politica geoenergetica. Così mi torna di più. Grazie della risposta!

        p.s. Mi ero scordata di scrivere che sono ungherese. (Ma ormai da un po’ che seguo la politica solo saltuariamente…)

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