Dopo aver ripercorso – nella prima parte di questo articolo – la traiettoria storica dei cicli di proteste in Iran, entriamo ora nel vivo della cronaca. Seguiamo il battito di un Iran sospeso, dove il dissenso non è più solo memoria, ma l’urgenza quotidiana di una nazione che cerca di abitare il proprio tempo e spazio.
L ‘acqua come soglia
Nel 2025, in diverse regioni dell’Iran, la mancanza d’acqua smise di essere un rumore di fondo e divenne presenza quotidiana. Fiumi ridotti a tracce, bacini svuotati, campi in attesa. La crisi idrica, accumulata negli anni, non si presentò più come emergenza temporanea, ma come condizione strutturale, impossibile da ignorare.
Le proteste nacquero da gesti elementari: l’acqua per irrigare, per lavare, per restare. Non slogan ideologici, ma corpi che chiedevano continuità. In quelle piazze non si rivendicava un’idea astratta di futuro, bensì la possibilità di abitare il presente. La scarsità trasformò bisogni privati in una domanda pubblica, silenziosa ma insistente.
La risposta dello Stato seguì traiettorie note: controllo, minimizzazione, ordine. Ma qualcosa rimase sospeso. Le proteste legate all’acqua segnarono un passaggio diverso nel ciclo del dissenso iraniano: non la richiesta di cambiamento, ma la messa in discussione delle condizioni minime della vita. Quando manca ciò che sostiene ogni giorno, anche il linguaggio del potere inizia a perdere presa.
Ondata di dissenso e fragilità del presente
Dalla fine del 2025, mentre l’economia iraniana continua a scivolare in una crisi profonda — inflazione persistente, svalutazione della moneta, aumento dei prezzi dei beni essenziali — nuove manifestazioni attraversano Teheran e molte altre città del Paese. Ciò che prende avvio come protesta contro il degrado materiale della vita quotidiana si trasforma rapidamente in qualcosa di più ampio: una messa in discussione delle priorità politiche, un’espressione collettiva di stanchezza e di desiderio di cambiamento.
Questa ondata, che prosegue nel 2026, si configura come una delle più estese degli ultimi anni. Coinvolge lavoratori, studenti, commercianti, pensionati; non si concentra su un solo simbolo né su una sola rivendicazione, ma si distribuisce lungo una linea diffusa di insoddisfazione. Non è una protesta unitaria, né perfettamente coordinata: è piuttosto una somma di urgenze che trovano spazio nelle strade, nei bazar, nelle periferie urbane. Al centro non c’è solo la politica, ma la sensazione condivisa che la vita stia diventando sempre più stretta, meno abitabile.
Dall’altra parte, la risposta dello Stato si articola su più livelli, e continua a evolversi. Da un lato, si intensifica la repressione sul terreno: interventi delle forze di sicurezza, arresti, uso sistematico della forza contro i manifestanti. In diverse città si registrano vittime e feriti, inclusi giovani e minorenni. Le piazze diventano spazi instabili, dove la presenza fisica del dissenso viene costantemente contenuta e ridotta.
Dall’altro, il controllo si sposta sul piano comunicativo. Le autorità ricorrono nuovamente a limitazioni dell’accesso a internet e alle reti mobili, con blackout mirati o prolungati. La frammentazione dell’informazione diventa parte integrante della gestione della crisi: isolare, rallentare, rendere opaca la circolazione delle immagini e dei racconti.
Queste proteste si svolgono dentro un contesto regionale e internazionale sempre più teso. Il confronto diretto e indiretto tra Iran e Israele, gli episodi militari del 2025, le minacce incrociate e le pressioni esterne contribuiscono a ridefinire le priorità dello Stato. Risorse economiche, attenzione politica e retorica pubblica si orientano sempre più verso la sicurezza e il conflitto.
Per una parte crescente della popolazione, questo spostamento pesa. Le spese militari, le sanzioni persistenti, l’isolamento internazionale non vengono percepiti come elementi astratti, ma come fattori che incidono direttamente sulla qualità della vita. Il legame tra politica estera e difficoltà quotidiane diventa più visibile, più concreto, meno mediato.
In questo scenario, la protesta non è solo interna né solo reattiva. È anche una risposta implicita a una sensazione di sproporzione: tra ciò che viene sacrificato e ciò che viene promesso; tra la retorica della resistenza e l’esperienza reale di chi resiste ogni giorno per vivere.
La scia di sangue
La violenza esercitata nelle piazze ha lasciato una scia di sangue la cui estensione resta, ancora oggi, difficile da determinare. Le cifre oscillano, frammentate da blackout di internet, censura sistematica e negazione istituzionale. Durante le proteste del 2022 seguite alla morte di Mahsa Amini, le organizzazioni per i diritti umani hanno documentato almeno 551 vittime; nel novembre del 2019, il cosiddetto Novembre Sanguinoso, le stime variano dalle 304 morti accertate da Amnesty International fino alle 1.500 riportate da Reuters, con alcune ricostruzioni che spingono il bilancio oltre le 3.000.
Nelle proteste attuali, tra la fine del 2025 e il 2026, l’incertezza è ancora più radicale: si parla di alcune centinaia di morti secondo fonti caute, di circa 2.000 secondo testimonianze interne al Paese, fino a stime che arrivano a 6.000 o addirittura 12.000 vittime secondo analisi indipendenti. Il quasi totale oscuramento delle comunicazioni rende impossibile una verifica definitiva. Ma questa opacità non è neutra: è parte integrante della violenza stessa. Perché dietro ogni numero non verificabile rimane un nome non pronunciato, una vita interrotta, una famiglia lasciata senza voce. E la distanza persistente tra le cifre ufficiali e quelle reali continua a funzionare come una forma ulteriore di repressione, silenziosa e duratura.
Tra non più e non ancora
L’Iran di oggi appare sospeso in una soglia fragile. Non è più soltanto il Paese della stabilità forzata, ma non è ancora quello di una trasformazione compiuta. Le proteste in corso non annunciano necessariamente un esito imminente, né pretendono di farlo. Segnalano piuttosto una continuità: il ritorno periodico di una domanda che non trova risposta definitiva.
In questo senso, ciò che accade nelle strade non è un evento isolato, ma un capitolo ulteriore di una storia che continua a insistere. Una storia fatta di pause, di ritorni, di tentativi. Non sempre di vittorie, ma di presenza.
E forse è proprio questa presenza — ostinata, intermittente, imperfetta — a definire il presente: una nazione che continua a cercare, senza sapere ancora dove potrà arrivare, ma senza rinunciare a desiderare.
East Journal Quotidiano di politica internazionale