IRAN: Tra non più e non ancora – parte prima

Ancora un’altra stagione di proteste in Iran, un’altra marea di manifestanti con i propri desideri. Un’altra ondata, di un altro colore, che si infrange contro la stessa risposta: violenta, nera. È una storia che sa di rosso e d’impazienza; il respiro irregolare di una nazione che, ciclicamente, tenta ostinatamente di desiderare. I risultati non sono sempre brillanti. Ma forse, in questo campo, brillare non è l’obiettivo ultimo. Il compito vero è lo sfogo, il raggiungimento del limite, l’esaurimento. Con la speranza che questa volta sia l’ultima. Almeno in questo ciclo. Almeno contro questo regime.

Ma da dove traggono origine le proteste iraniane? E cosa rivela la loro continua ricorrenza? Sono il risultato di una mano straniera o esistono, se si guarda al passato, indizi capaci di restituire il senso di un Paese che appare cruciale eppure rimane, nei suoi tratti più autentici, largamente sconosciuto? Ripercorrere brevemente il ciclo delle proteste nate dopo la Rivoluzione può aiutare a illuminare, almeno in parte, questo vuoto conoscitivo.

8 marzo 1979: la prima sottrazione

All’indomani della Rivoluzione del febbraio 1979, quando l’aria era ancora densa di promesse e possibilità, emerse quasi subito una prima frattura. Il 7 marzo il nuovo potere annunciò l’obbligo del velo per le donne nei luoghi pubblici e di lavoro: una delle prime urgenze della Rivoluzione si rivelava essere la ridefinizione del corpo femminile. Il giorno seguente, 8 marzo, migliaia di donne scesero in strada a Teheran. Non si trattava soltanto di contestare un indumento imposto, ma di opporsi all’idea che la Rivoluzione potesse trasformarsi così rapidamente in una sottrazione, in una limitazione silenziosa dei diritti appena immaginati.

Per sei giorni consecutivi le donne occuparono le piazze e le strade della capitale, portando con sé richieste chiare: libertà civili, diritti sociali, autonomia sul proprio corpo. Vi parteciparono donne diverse per età, provenienza e orientamento politico, unite da una consapevolezza comune: senza di loro, la Rivoluzione sarebbe stata incompleta. La risposta non tardò ad arrivare. Intimidazioni, aggressioni, accuse di essere strumenti dell’Occidente o residui di un passato da cancellare. Il dissenso venne delegittimato prima ancora che represso apertamente.

Eppure, per un breve momento, quella pressione funzionò. L’obbligo del velo venne ritirato temporaneamente, come se il nuovo potere stesse ancora misurando i propri confini. Fu un segnale precoce e potente: il primo grande atto di dissenso contro la neonata Repubblica Islamica. Un episodio destinato a durare poco nei suoi effetti immediati, ma enorme nel suo significato. In quelle giornate si intravede già una dinamica destinata a ripetersi: una società che tenta di esprimere desiderio e un potere che, ciclicamente, prova a contenerlo.

Quella finestra però si chiuse bruscamente. Nel settembre del 1980, l’invasione irachena, con il sostegno dell’intero “mondo libero”, trasformò ogni dinamica interna. Otto anni di guerra ridefinirono le priorità, riorganizzarono le energie, riscrissero il linguaggio pubblico. Tutto si orientò verso il fronte occidentale: risorse, attenzione, retorica. Il dissenso divenne tradimento, la critica un lusso impossibile, la protesta un gesto fuori tempo. Mentre il Paese si consumava nel conflitto, il regime trovò lo spazio per consolidarsi, per radicarsi, per trasformare l’emergenza in struttura. Quando la guerra finì, nel 1988, l’Iran che ne uscì non era più quello che aveva conosciuto quelle prime giornate di marzo. La Repubblica Islamica aveva smesso di negoziare i propri confini.

La stagione degli studenti universitari

Negli ultimi anni del secolo precedente, a due decenni dalla Rivoluzione, un altro ciclo di tensioni prese forma nelle strade e nei cortili universitari di Teheran. Nell’estate del luglio 1999, una protesta nata dal basso, inizialmente contro la chiusura di un giornale riformista, si trasformò in un movimento di massa guidato dagli studenti. Quella chiusura, un segno tangibile del restringersi dello spazio di libertà, fece esplodere la voce di migliaia di giovani, che rifiutarono di tornare alle lezioni e scesero in piazza. La reazione delle forze di sicurezza fu brutale: attacchi notturni ai dormitori, violenze, arresti di massa, almeno un giovane ucciso e centinaia feriti mentre le strade di Teheran diventavano campo di battaglia. Quella settimana di proteste segnò una frattura profonda: non solo tra regime e opposizione, ma dentro la stessa promessa riformista che molti studenti avevano creduto possibile.

Quattro anni dopo, nel giugno 2003, un nuovo movimento studentesco riemerse, questa volta sostenuto da ampie richieste di riforme democratiche e di giustizia per le violenze passate. Le manifestazioni, iniziate con slogan contro il presidente Mohammad Khatami e le politiche che molti ritenevano insufficienti, crebbero in dimensioni e radicalità: studenti, insegnanti e lavoratori si unirono nelle strade di Teheran e altre città, chiedendo fine alla brutalità della polizia, libertà di stampa, istruzione libera e un governo più aperto. Di fronte a queste richieste, le forze dell’ordine risposero con cariche, proiettili di gomma e arresti. Anche questa ondata venne soffocata con durezza, ma non senza lasciare un’impronta profonda nelle coscienze di una generazione che continuava a cercare spazi di espressione e trasformazione sociale.

Questi due capitoli di protesta, separati nel tempo ma uniti nello spirito, raccontano di un continuo tentativo di rinegoziare la relazione tra potere e società, tra gerarchie imposte e desideri di libertà. In entrambi i casi, gli studenti si trovarono in prima linea, portando nelle strade non solo richieste politiche, ma il peso di aspettative represse, dimostrando che il bisogno di un cambiamento autentico non veniva meno.

Il tempo della verifica

Nel 2009, in seguito alle elezioni presidenziali che confermarono Mahmoud Ahmadinejad al potere, una parte significativa della società iraniana espresse pubblicamente il proprio dissenso. Le contestazioni nacquero attorno alla percezione di un processo elettorale non trasparente, ma si ampliarono rapidamente, assumendo un significato più esteso: la richiesta di riconoscimento, di partecipazione e di fiducia nel patto tra cittadini e istituzioni. Il colore verde, adottato dai manifestanti, divenne un segno di appartenenza e di visibilità. Le proteste coinvolsero ampi strati della popolazione, soprattutto nelle grandi città, e si svilupparono attraverso cortei, raduni e forme di mobilitazione pacifica. La risposta dello Stato fu ferrea: controllo, arresti, limitazione dello spazio pubblico, morti. Il movimento non produsse cambiamenti immediati, ma lasciò una traccia duratura nel modo in cui la società iraniana iniziò a percepire se stessa e il proprio rapporto con il potere.

Tra il 2011 e il 2012 si aprì un nuovo ciclo di proteste, meno riconoscibile da simboli unitari, ma non per questo meno significativo. Le mobilitazioni emersero in un contesto segnato da difficoltà economiche, restrizioni politiche persistenti e un senso diffuso di immobilità. Le richieste erano spesso frammentarie: diritti civili, condizioni di vita, possibilità di espressione. Le piazze tornarono a popolarsi, non solo a Teheran ma anche in altre città, mostrando una continuità di tensione più che una rottura improvvisa. Anche in questo caso, l’apparato statale rispose con misure di contenimento e repressione, riducendo progressivamente lo spazio della protesta.

Questi eventi, letti insieme, non raccontano una sequenza di fallimenti né una progressione lineare verso il cambiamento. Indicano piuttosto una dinamica ricorrente: momenti in cui una parte della società tenta di verificare i confini del possibile, di misurare la distanza tra promessa e realtà. Non sempre per ottenere risultati immediati, ma per riaffermare la propria presenza. In questo senso, le proteste del 2009 e del 2011–2012 si inseriscono in una continuità fatta di tentativi, pause e ritorni, più che di svolte definitive.

Il richiamo di Ciro

Nel 2016 il dissenso assunse una forma meno immediata e più simbolica. Attorno al mausoleo di Ciro il Grande, in particolare a Pasargade, si raccolsero cittadini che non rivendicavano soltanto diritti contingenti, ma qualcosa di più sottile e insieme più radicale: il diritto a una memoria alternativa. Ciro, fondatore dell’impero achemenide, divenne il punto di condensazione di un immaginario che precede la Rivoluzione e che, proprio per questo, sfugge alla grammatica ideologica del presente.

In quelle giornate non si protestava contro una legge specifica né contro un singolo evento politico. Si metteva in scena, piuttosto, una frattura simbolica: tra una narrazione ufficiale che pretende continuità e una società che, ciclicamente, cerca altrove le proprie radici. La risposta delle autorità — divieti, controlli, arresti mirati — confermò quanto anche il passato, se non allineato, possa diventare terreno di conflitto.

La cosiddetta “rivolta di Ciro” non generò un movimento duraturo né un programma politico definito. Eppure lasciò una traccia significativa: mostrò come, in assenza di spazi espliciti di opposizione, il dissenso possa rifugiarsi nei simboli, nella storia, nei luoghi. Non come sola nostalgia, ma tentativo di riappropriarsi di un linguaggio con cui dire ciò che, nel presente, resta difficile persino formulare.

La vita che presenta il conto

Alla fine del 2017, qualcosa iniziò a muoversi: non tanto per slancio ideologico, quanto per stanchezza. Le proteste che affiorarono in diverse città non nacquero da una visione comune, né da un progetto condiviso: erano piuttosto il risultato di un accumulo silenzioso. L’aumento dei prezzi, la precarietà diffusa, la sensazione di essere rimasti ai margini di ogni promessa resero visibile ciò che per anni era rimasto sommerso. Non c’erano grandi parole, né simboli riconoscibili: solo una domanda semplice e difficile da ignorare — come si vive, così?

Le piazze si riempirono di voci non abituate a stare al centro della scena. Province, periferie, luoghi che raramente entravano nel racconto ufficiale del Paese. La protesta non aveva un colore preciso, né un linguaggio uniforme; attraversava strati sociali diversi, uniti più dalla necessità che dall’ideologia. La risposta dello Stato fu, ancora una volta, quella del contenimento: presenza, controllo, silenziamento. Non tanto una repressione spettacolare, quanto una gestione dell’eccesso, come se il problema fosse l’esistenza stessa di quelle voci, più che il loro contenuto.

Nel 2018 e nel 2019, questo stesso malessere prese la forma di scioperi e mobilitazioni settoriali. Lavoratori, insegnanti, autotrasportatori, impiegati pubblici: figure diverse, richieste simili. Salari non pagati, diritti sospesi, contratti svuotati. Qui la protesta divenne meno visibile ma più persistente, meno rumorosa ma più radicata. Non si chiedeva un rovesciamento, ma una sopravvivenza dignitosa. Non una nuova narrazione, ma un aggiustamento minimo tra ciò che si dava e ciò che si riceveva.

Queste stagioni non produssero una svolta, né un movimento riconoscibile. E forse proprio per questo sono rivelatrici. Mostrano una società che non esplode, ma resiste per attrito; che non marcia compatta, ma continua a bussare, a intervalli irregolari, alla stessa porta. E la vita quotidiana che, periodicamente, presenta il conto. E lo fa senza slogan memorabili, senza eroi, senza illusioni di vittoria. Solo con la costanza di chi non ha smesso di aspettarsi qualcosa in più dal presente.

Quando il prezzo diventa sangue

Nel novembre del 2019, l’Iran entrò in uno dei suoi momenti più bui degli ultimi decenni. L’aumento improvviso del prezzo del carburante non fu che la scintilla: ciò che esplose fu una frattura sociale già profondissima. Le proteste si diffusero rapidamente, non solo nei centri simbolici del potere, ma nelle periferie, nelle città industriali, nei luoghi meno visibili del Paese. Fu una rivolta priva di leadership riconoscibile, senza un linguaggio unificato, ma proprio per questo radicale. Per la prima volta dopo anni, il dissenso non chiedeva riforme: esprimeva esaurimento.

La risposta dello Stato fu immediata e brutale. Internet venne quasi completamente oscurato, le forze di sicurezza agirono senza mediazione, e in pochi giorni il numero dei morti salì a centinaia, forse migliaia. Il “Novembre Sanguinoso” non fu solo una repressione violenta: fu una frattura di fiducia irreversibile. Il prezzo del carburante si trasformò nel prezzo del silenzio, imposto con le armi. Quando la connessione tornò, il Paese non era più lo stesso. Era rimasta una consapevolezza muta: esiste una linea che, se attraversata, non consente più ritorni.

Pochi mesi dopo, nel gennaio del 2020, un altro evento incrinò ulteriormente il fragile patto tra Stato e società. L’abbattimento del volo 752 delle Ukraine International Airlines, inizialmente negato e poi ammesso, produsse un’ondata di sgomento che travalicò la logica della protesta politica. Le manifestazioni che seguirono non nacquero da una rivendicazione economica o ideologica, ma da una richiesta elementare: verità. In quel momento, il lutto divenne linguaggio pubblico. Non si gridava contro un prezzo, ma contro una menzogna.

Se il Novembre Sanguinoso aveva mostrato fino a che punto il potere fosse disposto a spingersi per contenere il dissenso, il caso PS752 mise in luce un’altra crepa: l’impossibilità di sostenere una narrazione ufficiale di fronte all’evidenza del dolore. Insieme, questi due eventi segnarono un passaggio decisivo. Non un’escalation, ma una trasformazione. Da quel punto in poi, la protesta in Iran non sarebbe più stata soltanto un gesto politico, ma una questione di memoria, di perdita e di dignità violata.

Quando un nome apre una crepa

Nel settembre del 2022, la morte di Mahsa Amini — una giovane donna curda arrestata dalla “polizia morale” con l’accusa di non aver indossato il velo in modo conforme e poi deceduta in custodia — non fu un evento isolato nella cronaca, ma la scintilla che mise a nudo una tensione silenziosa e diffusa da anni nella società iraniana.

Quella morte rivelò un problema strutturale: non era il velo in sé a essere in discussione, ma la sottrazione di una scelta personale, la compressione di un’esistenza dentro regole imposte. Le città curde furono tra le prime a reagire, poi la mobilitazione si estese a molte aree del Paese, assumendo forme diverse — cortei, sit-in, presenze giovanili nelle piazze, raduni nelle università.

La risposta istituzionale fu immediata e repressiva: blocco diffuso di internet, uso di forza nelle strade, arresti e tentativi di delegittimare la protesta come “istigata dall’estero”, un copione che si era già visto in altre fasi di dissenso nella storia recente dell’Iran.

Ma ciò che rese questo evento diverso fu la qualità della domanda che sorse nelle piazze e sui social: non solo contro un potere specifico, ma per un modo di esistere nel mondo che rifiutasse la costrizione dei corpi e delle voci. Il grido che si diffuse — “Zan, Zendeghi, Azadi” (Donna, Vita , Libertà) — non fu solo uno slogan politico: fu un modo di nominare l’esistenza. Non chiedeva semplicemente una riforma legale, ma l’apertura di uno spazio in cui un individuo — e in particolare una donna — potesse essere presente, visibile e libero di scegliere.

Questo richiamo si diffuse rapidamente anche oltre i confini dell’Iran, trasformandosi in un quadro simbolico che non si riduceva alle singole richieste di riforma, ma rappresentava un terreno di confronto profondo tra identità personale e ordine costituito. In molte strade, le manifestazioni non furono solo opposizione, ma affermazione di presenza: presenze di corpi, di nomi, di generazioni che non potevano più essere escluse dalla scena pubblica.

La mobilitazione, pur affrontando una repressione significativa, non si esaurì nei primi mesi del fenomeno. Leggere questa stagione non come un singolo episodio, ma come un punto di convergenza di richieste di visibilità, dignità e scelta personale, aiuta a comprendere perché questo movimento abbia segnato una tappa così lunga e intensa nella storia recente delle proteste iraniane.

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Chi è Emad Kangarani

Nato nel 1985 a Teheran, giornalista e scrittore, nel 2011 si trasferisce a Milano per continuare gli studi presso l'università Cattolica. Al momento è docente d'inglese in una scuola superiore a Milano. Collabora con East Journal dal settembre 2022 dove si occupa dell'Iran

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