Intervista a Pedrag Matvejevic

Il seguente articolo è apparso il 12 giugno sul Manifesto, è un’intervista di Tommaso di Francesco a Pedrag Matvejevic a seguito della condanna per aver definito “talebani cristiani” quegli scrittori che, con le loro penne, servirono la guerra di Milosevic e Tudjman. 

di Tommaso di Francesco, fonte Il Manifesto

“Talebani cristiani”. Così alcuni anni fa, in un articolo pubblicato anche dal manifesto, Predrag Matvejevic definì gli scrittori cristiani (serbi e in particolare croati e bosniaci) che aiutarono i nazionalisti a distruggere la multietnicità della Jugoslavia. Ora, tornato a Zagabria, rischia per quel testo cinque mesi di galera
«È stata per me una grandissima sorpresa. Pensavo che la cosa fosse risolta». Da Zagabria ci raggiunge la voce sottile, affilata di Predrag Matvejevic, lo scrittore di Breviario Mediterraneo, che dopo il suo lungo esilio-asilo dall’ex Jugoslavia e dalle sue guerre fratricide, ha preso il coraggio a due mani ed è tornato nel settembre del 2009 in Croazia.


Che cosa sta accadendo?
Anni fa ho scritto un articolo, poi rimotivato e pubblicato sia sul Piccolo che sul manifesto, che denunciava le responsabilità di una letteratura assassina, cristiana (croata con Ivan Aralica, che appoggiò Franjo Tudjman, serba con Dobrica Cosic, che sostenne il primo Milosevic e anche bosniaca). Una letteratura che aveva accompagnato e partecipato allo scempio nazionalista della Jugoslavia: li ho definiti «talebani cristiani», cantori integralisti di una patria etnica contro l’altra, che hanno contribuito ad insanguinare queste terre. Parlavo della loro responsabilità, dicevo che ci vorrebbe un tribunale più severo di quello dell’Aja, un tribunale di Norimberga. Sono tornato convinto che la cosa fosse stata messa a tacere, anche se c’erano state delle denunce, in particolare di Mile Pesorda, il poeta di Bosnia Erzegovina ultranazionalista croato. Il processo si era concluso con una condanna a cinque mesi di carcere. Nel frattempo, non ho ribadito l’accusa, ho solo dichiarato che non rinnegavo nessuna mia idea, che erano «talebani cristiani». Credo di esser stato ascoltato dal ministero della giustizia dove, qualcuno – non so chi – ha chiesto di annullare questa prima condanna. Ora, invece di annullarla, la Corte suprema croata l’ha confermata, obbligandomi di nuovo a rimanere così sotto controllo, sotto la minaccia che se ripeto il «reato» devo andare per cinque mesi in prigione.
Che clima respiri in Croazia? Come sono trattate le persone che come te si dichiarano ancora «jugoslave»?
Io non nascondo mai che ero e rimango jugoslavo. Non dimentico che qui c’era una sinistra, che partecipavo ad un gruppo politico che ha fatto una piattaforma per la Jugoslavia, il gruppo si chiamava in serbo-croato Ujd, Unione democratica per la Jugoslavia. Volevamo evitare la guerra fratricida, eravamo la sinistra che prima aveva creato la rivista Praxis, quella che sull’isola di Kurzola, dove veniva tutta la sinistra d’Europa, i filosofi della scuola di Francoforte. Lì Marcuse lesse L’Uomo a una dimensione ai sessantottini che arrivavano dall’Europa. I partiti comunsti europei ci consideravano dei dissidenti un po’ troppo trotzkisti e non partecipavano e non mandavano i giovani comunisti. Tranne il Pci di Berlinguer che inviò il bravo Mario Spinella.
Poi i Balcani sono precipitati, la Jugoslavia è scomparsa nel sangue, anche la sua lingua unitaria è stata bombardata, come ogni legame, compreso il ponte di Mostar centrato dall’artiglieria croata…
È così. Comunque la cosa peggiore che riguarda la mia denuncia, non è tanto l’ambiente ultranazionalista, ma tutti quelli che una volta si dichiaravno «titini» e che si strappavano capelli e lacrime ai funerali di Tito. Fa un brutto effetto per me che ho difeso e parlato – anche sul manifesto – dei dissidenti dell’est come Brodskij, Danilo Kis, Milan Kundera, Solzhenitsyn e Sacharov: pur non essendo d’accordo con alcuni di loro, difendevo quel diritto di parola, faceva parte del mio-nostro modo d’intendere il socialismo dal volto umano. Ora mi ritrovo sotto la minaccia di finire in galera per uno scritto. E addirittura per strada, come mi è accaduto nella piazza centrale di Zagabria, mi urlano contro: «Vattene via, jugoslavo», «Che cerci qui, cetnico (ultranazionalista serbo, ndr)», cetnico a me che sono nato a Mostar da madre russa e padre croato.
Quel che dici ricorda che ormai i Balcani sono stati cancellati, nascosti in una voluta zona d’ombra. Sono il buco nero dell’Europa…
Sì, come quando tutti erano distratti da quello che accadeva nell’ex Urss e intanto la Jugoslavia, dimenticata, scendeva nel baratro. Non interessava nient’altro, ora tutto è relegato al Tribunale dell’Aja. Figuriamoci adesso che è esplosa in Europa la crisi, a partire dalla Grecia, occidentale e capitalista, non dell’est, ma parte dei Balcani. È buio qui, mentre si trascina una nuova grande crisi ciclica che si allarga, della quale ha parlato per primo Carlo Marx. Ma con nuove, incredibili sorprese: il cosiddetto capitalismo finanziario ha messo in pericolo l’esistenza del capitalismo, e il cosiddetto neoliberalismo è costretto a rinunciare a varie forme di liberalizzazioni. Ma la sorpresa non è finita – mi preme dirlo ad un giornale di sinistra – perché queste contraddizioni del sistema dovrebbero fa crescere un movimento alternativo e la consapevolezza dei limiti dello sviluppo capitalistico. Invece si alimenta l’euroscetticismo, tornano le patrie etniche. E i poveri vogliono salvaguardare i potenti di turno e anche le banche invece di distruggerle, perché pensano che quelle salveranno risparmi e lavoro..
Nei Balcani poi la disoccupazione è spaventosa. L’Europa che fa?
Con punte del 40-50% in Bosnia Erzegovina, del 60% in Kosovo, dove il crimine è al governo, e ovunque. Da Pristina il mio traduttore mi scrive: «Lavoro all’università e guadagno 90 euro al mese» È ripresa l’emigrazione disperata. Mentre le mafie che hanno voluto e alimentato la guerra sono al potere e più ricche che mai. l’Unione europea pensa che tutto sia risolto, così si è inventata pochi giorni fa la Conferenza di Sarajevo, con l’ennesima promessa che prima o poi, ancora divisi, i vari paesi dell’ex Jugoslavia entreranno chissà quando in Europa. Giocano come si gioca con un giocattolo innanzi agli occhi di un bimbo, di anno in anno.
Come finirà il tuo caso?
Sono accolto malissimo dai nazionalisti. Invece sono orgoglioso dell’amicizia dei serbi di Zagabria che hanno tanto sofferto e che mi guardano come qualcuno che può aiutarli. Incontro i figli dei vecchi partigiani croati, molti della Dalmazia, e mi accolgono ringraziandomi d’essere tornato e schierandosi con me, anche un musulmano di Bosnia mi ha confortato e uno dei pochi ebrei rimasti. Sono gli unici miei sostenitori e ne sono orgoglioso. In una realtà dove regna la tendenza a rinnegare tutto, a paragonare – pensa – Tito al nazifascista Ante PAvelic, addestrato con le sue milizie e messo al potere da Mussolini. Come si fa a paragonare Tito a questa gentaglia. Ho dato una risposta a chi blatera di culto della personalità: sì, ma la personalità era molto più forte del culto. Ora il mio caso si risolverà solo con il sostegno dall’estero. Penso di avere anche la possibilità di rivolgermi alla Corte di giustizia di Strasburgo. Ma adesso non lo farò. Faccio finta di non sentire questa gente: mettetemi pure in prigione, cinque o sei mesi. Non sarebbe tanto male, potrei occuparmi dei miei libri. Ora ho finito il mio saggio sul pane, il mio «breviario» sul pane. Si chiama «Pane nostro», uscirà in Italia a settembre da Garzanti.

Chi è Matteo Zola

Giornalista professionista e professore di lettere, classe 1981, è direttore responsabile del quotidiano online East Journal. Collabora con Osservatorio Balcani e Caucaso e EastWest. E' stato redattore a Narcomafie, mensile di mafia e crimine organizzato internazionale, e ha scritto per numerose riviste e giornali (Nigrizia, Il Tascabile, il Giornale, Il Reportage). Ha realizzato reportage dai Balcani e dal Caucaso, occupandosi di estremismo islamico e conflitti etnici. E' autore di "Congo, maschere per una guerra", Quintadicopertina editore, Genova, 2015; e di "Revolyutsiya - La crisi ucraina da Maidan alla guerra civile" (curatela) Quintadicopertina editore, Genova, 2015.

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