grazia Politkovskaja

RUSSIA: La grazia di Putin a uno degli assassini di Anna Politkovskaja

Uno degli uomini coinvolti nell’omicidio di Anna Politkovskaja, Sergej Chažikurbanov, ha ottenuto la grazia dopo aver combattuto sei mesi in Ucraina. Non è l’unico. Anche questa è diventata una pratica (terribile) del regime di Putin.

La grazia di Putin

Lo scorso martedì, Baza (canale Telegram) ha reso nota la notizia della grazia di Sergej Chažikurbanov, che sarebbe dovuto uscire dal carcere nel 2034 (al massimo nel 2030, per buona condotta). Secondo quanto riportato dal canale, sarebbe stato dispiegato in Ucraina come comandante di un gruppo di ricognizione russo alla fine dello scorso anno, raggiungendo il grado di comandante di battaglione. Dopo sei mesi di combattimenti nell’Ucraina occupata, ha prolungato il suo contratto con il Ministero della Difesa russo. Non dovrà scontare il resto della pena. Pena che, tra le altre cose, stava scontando in una “colonia per impiegati” nella regione di Rjazan’, e che non gli impediva di incontrare regolarmente a Mosca ex colleghi e malviventi.

Il suo avvocato, Aleksej Michal’čik, ha accolto con piacere la notizia, poiché, già nel 2009, credeva nell’innocenza del suo cliente: “è stato corretto un errore giuridico”, così ha detto in un’intervista telefonica.

Come scrive il New York Times, la grazia a Chažikurbanov fa seguito a una serie di decisioni simili prese dalla Russia, che evidenziano come il Cremlino sia disposto a rilasciare criminali condannati, compresi assassini e stupratori, purché aiutino lo sforzo bellico in Ucraina.

E gli assassini graziati per la loro partecipazione alla guerra non sono pochi. Molti muoiono al fronte, i casi di altri non hanno risonanza fino al loro ritorno dalla guerra. Ma, secondo quanto riporta Agenstvo, sono almeno 17 le persone colpevoli di reati gravi che hanno ottenuto la grazia per i loro servigi. Già ad aprile scorso, Vlasidlav Kanjus, condannato a 17 anni per l’omicidio dell’ex fidanzata, è stato graziato dal presidente per essersi arruolato nell’esercito. Ecco il (nuovo) paradosso della giustizia russa. Del resto, come afferma Peškov, questi uomini “stanno espiando la loro pena con il sangue, sotto i proiettili e le granate”.

Gli attivisti per i diritti affermano che la pratica di graziare i criminali condannati per aver prestato servizio in Ucraina potrebbe avere un effetto disastroso sulla società russa: è una “piramide totalmente invertita”, per essere graziati (dopo un crimine grave, non un furto al supermercato del quartiere) è necessario uccidere il maggior numero di persone, molto spesso tornando a compiere esattamente gli stessi crimini che li avevano decretati colpevoli, e dimostrando in questo modo il fallimento dello stato, che sa dell’esistenza della giustizia solo perché esiste la definizione sul vocabolario.

Una “mostruosa ingiustizia”

Nel 2014, dopo otto anni e tre processi farsa, vennero stabilite le pene per i cinque uomini, già giudicati colpevoli per l’omicidio della Politkovskaja: Rustam Machmudov, il killer (sparò con una Makarov, l’arma delle forze dell’ordine), e lo zio Lom-Ali Gajtukaev, l’organizzatore (morto in carcere nel 2017) furono condannati all’ergastolo. Ibragim e Džabrail Machmudov vennero condannati rispettivamente a dodici e quattordici anni di carcere, Sergej Chažikurbanov, ex capitano del RUBOP di Mosca (dipartimento di polizia per la lotta al crimine organizzato), che partecipò alla preparazione dell’omicidio, ricevette una pena di venti anni.

Nel corso del tempo molti hanno chiesto a gran voce un’indagine approfondita sul suo omicidio: nel 2018, infatti, la Corte europea dei diritti umani ha emesso una sentenza in cui si affermava che nell’indagine sull’omicidio della giornalista non erano stati individuati i mandanti (ad oggi ancora ignoti), anche se, sia le prove che le circostanze riconducono alla Cecenia e ai suoi leader. Inoltre, secondo la sentenza della Corte, il governo russo aveva violato l’articolo 2 della Convenzione europea dei diritti dell’uomo (diritto alla vita).

La notizia della grazia a Sergej Chažikurbanov, che non collaborò alle indagini, non testimoniò e non ammise la sua colpevolezza, ha sconvolto la redazione di Novaja Gazeta e i familiari della Politkovskaja, che sono rimasti indignati: “è una mostruosa e arbitraria ingiustizia, una profanazione della memoria di una persona uccisa per le sue convinzioni e la realizzazione del suo dovere professionale”. Non c’è più nessuno a cui chiedere giustizia, inutile perfino cercarla.

La debolezza dello Stato russo si riflette in una simile “ricerca di aiuto”, dove il servizio militare diventa il battesimo del ritorno alla vita da cittadino libero, che lava via tutti i peccati di coloro che restano assassini, che torneranno a fare quello che facevano prima, prendendosi così gioco delle vittime, dei parenti, degli amici, e della società.

Chi era Anna Politkovskaja?

Giornalista investigativa di Novaja Gazeta – media oggi considerato “agente straniero” dalla Federazione Russa – Anna Politkovskaja venne uccisa nell’androne di casa sua con quattro colpi di arma da fuoco il 7 ottobre 2006. 

Per i suoi reportage, che, tra le altre cose, attestano la violazione dei diritti umani nella regione cecena, da parte di autorità locali e gruppi indipendenti, Politkovskaja ha ottenuto riconoscimenti internazionali. 

Figura da sempre invisa al regime, paladina della stampa indipendente, aveva già ben individuato e compreso la politica del presidente Putin, figlio del KGB. Con il suo lavoro di lucida testimone voleva rendere di dominio pubblico le azioni di corruzione tipiche dell’establishment russo, gli abusi di potere, così la costante violazione dei diritti civili da parte delle autorità.

Nel corso della sua vita subì minacce e intimidazioni, finì più volte in galera, venne sequestrata per 48 ore, e, nel 2004, quando indagava sulla liberazione degli ostaggi nella scuola di Beslan (Ossezia del nord), fu persino avvelenata.

Due mesi dopo la sua morte, l’International Press Institute la inserì tra gli eroi del giornalismo libero, premiando il suo coraggio e la sua determinazione, così come la sua lotta per i diritti umani.

“Siamo solo un mezzo, per lui. Un mezzo per raggiungere il potere personale. Per questo dispone di noi come vuole. Può giocare con noi, se ne ha voglia. Può distruggerci, se lo desidera. Noi non siamo niente”. [A. Politkovskaja, La Russia di Putin, trad. Claudia Zonghetti, Adelphi, 2005]

Foto presa da Gariwo La foresta dei giusti

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