A distanza di più di un anno dall'anteprima a Cannes, l'ultimo film di Kirill Serebrennikov - russo, ma esiliato in Francia - approda in Italia.

CINEMA: La Moglie di Tchaikovsky, recensione del film dal 5 Ottobre in Sala

A distanza di più di un anno dall’anteprima a Cannes, l’ultimo film di Kirill Serebrennikov – russo, ma esiliato in Francia – approda in Italia.

Nel Maggio 2022 veniva presentato a Cannes l’ultimo lungometraggio in lingua russa che avrebbe avuto spazio nel concorso principale: La Moglie di Tchaikovsky di Kirill Serebrennikov. Da allora, nè Cannes, nè Berlino, e nemmeno Venezia hanno più concesso spazio ad opere in lingua russa (se non in sezioni collaterali, come Grace di Ilya Povolotsky). Anche la presenza di Serbrennikov è stata descritta dagli organizzatori come una “concessione”, un caso speciale, in quanto il cineasta non abita più in Russia da alcuni anni. Serebrennikov, del resto, è stato regolarmente ospite della croisette per i suoi lungometraggi precedenti, tra cui Leto (2018) sul frontman Viktor Coj della famosa band sovietica Kino, e Petrov’s Flu (2020).

Al contrario di qualsiasi preconcezione che il titolo potrebbe suggerire, La Moglie di Tchaikovsky non è propriamente un film biografico. Al rapporto matrimoniale breve di Antonina Miljukova con Pëtr Tchaikovsky spesso le biografie dedicano poco più di un paragrafo, soggiocando quello che resta solo un episodio breve alla sua possibile influenza per l’adattamento ad opera lirica dell’Evgenij Onegin di Puškin. Di conseguenza lo spazio per la fantasia di Serebrennikov resta ampio, e la storia di Antonina diventa una metafora della condizione femminile nella società, subordinata alle volontà di uomini, da cui consegue un delirante desiderio del matrimonio in quanto forma unica di appagamento del ruolo sociale. Una critica sociale che a tratti sembra desueta ed inattuale, ma che non riduce l’importanza delle tematiche.

Come Petrov’s Flu, anche La Moglie di Tchaikovsky utilizza piani sequenza vertiginosi ed elaborati, una colorazione verdognola che domina ogni inquadratura a suggerire un’atmosfera marcia, degradata, e non si cura minimamente di cercare un’aderenza storica o musicale, passando a brani moderni per alcune sequenze del film. A Cannes si è molto descritto il film come un’opera molto esplicita a livello sessuale – nella realtà dei fatti, di certo Cannes ha visto film molto più “grafici”.

Se alcune scelte stilistiche ed idiosincrasie proprie di Serebrennikov paiono fuori posto o comunque non appetibili per chiunque, è giusto ricordare anche alcuni momenti alti dell’opera. In La Moglie di Tchaikovsky si mescolano tante tendenze molto varie, scene “pop” si alternano a momenti lenti alla Čechov o luoghi comuni della cultura russa ottocentesca come l’ambientazione della dacia in campagna, o i salotti di San Pietroburgo. Le performance certamente sono l’aspetto più fenomenale, Alyona Mikhailova interpreta con passione e forza di carattere la protagonista e Odin Lund Biron appare a tratti identico all’iconografia tradizionale del compositore russo.

Kirill Serebrennikov sta già lavorando al prossimo lungometraggio, ispirato al romanzo Limonov di Emmanuel Carrère.

La Moglie di Tchaikovsky esce in sale selezionate il 5 Ottobre (qui l’elenco delle sale disponibili), distribuito di I Wonder Pictures.

Chi è Viktor Toth

Cinefilo focalizzato in particolare sul cinema dell'est, di cui scrive per East Journal, prima testata a cui collabora, aspirante regista. Recentemente laureato in Lingue e Letterature Straniere all'Università di Trieste, ha inoltre curato le riprese ed il montaggio per alcuni servizi dal confine ungherese-ucraino per il Telefriuli ed il TG Regionale RAI del Friuli-Venezia Giulia.

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