IRAN: Hijab, cronologia di un’ossessione politica (2)

Il Settecento iraniano è il secolo della guerra civile (il nord contro il sud, i nomadi contro i sedentari), dell’isolamento politico e del peggioramento della condizione femminile e del hijab. L’altopiano iranico esce dal conflitto interno dopo circa 70 anni e scopre un mondo profondamente mutato. Nel frattempo le potenze europee avevano conquistato gran parte dell’Asia e il colonialismo era diventato un concetto consolidato. Bisogna tenere in considerazione che l’Iran rimane praticamente l’unico paese della zona (e non solo) a non essere mai colonizzato dalle potenze straniere e a mantenere, fino a un certo punto, la sua indipendenza politica.

L’ottocento, la dinastia Qajar 

In quei decenni l’indumento esterno più comune delle donne nell’Iran urbano era il chador, un pezzo di stoffa ampio, avvolgente e senza maniche che copriva tutto il corpo, e in aggiunta a questo raramente veniva indossata una maschera per il viso nota come Picheh (soprattutto tra gli arabi e gli afghani locali). Successivamente, durante la crisi economica, alla fine del XIX secolo, le donne urbane religiose più povere non potevano più permettersi il velo. Tuttavia, va tenuto presente che gran parte della popolazione iraniana è stata rurale e nomade per gran parte della sua storia fino al ventesimo secolo. 

L’inizio della sfida delle donne alle norme tradizionali del velo in Iran è solitamente collocato nell’anno 1848, quando si dice che una delle leader dei Babi (una religione fondata nel 1844 dal Báb, un mercante iraniano diventato profeta, persistita nell’era moderna sotto forma della Fede Baháʼí), Fatemeh Baraqani (Táhirih), si sia tolta il velo durante una riunione dei Babi a Badasht. Fu uccisa insieme a molti altri Babi nel 1852 e il suo atto rimase un incidente isolato, ma catturò l’immaginazione dei tradizionalisti, per i quali “svelamento” ed “eresia” erano d’ora in poi strettamente intrecciati. 

Un più ampio coinvolgimento delle donne urbane negli affari pubblici dovette attendere il boicottaggio del tabacco del 1892, nel corso del quale le donne manifestarono in piazza contro il governo. Continuarono a partecipare alla vita pubblica durante la Rivoluzione Costituzionale, ma il velo venne mantenuto durante la maggior parte di queste manifestazioni: quando un piccolo gruppo di donne si tolse il chador durante una manifestazione, la maggior parte delle altre donne prese le distanze dall’azione di “un branco di prostitute”. Quanto agli uomini, alcuni modernisti come Mirza Aqa Khan Kermani e Malkam Khan attaccarono il velo forzato nella seconda metà del diciannovesimo secolo, ma ebbero scarso impatto sul modo di vestire della maggior parte delle donne iraniane delle zone urbane. Dall’altra parte le donne urbane di classi povere svolgevano “alcuni lavoretti” nella società, come indicato nei censimenti del 1856 e del 1900. Oltre a servire come schiave domestiche, serve e balie, le donne lavoravano come badanti, ostetriche, insegnanti di bambini piccoli e piccoli commercianti, ma, in generale, i lavori delle donne povere erano umili e soggetti a maltrattamenti. Gli uomini delle città avevano il diritto di divorziare dalle mogli, la poliginia era accettata, gli uomini avevano la custodia dei figli in caso di divorzio, la quota di eredità degli uomini era doppia rispetto a quella delle donne e le mogli non avevano la custodia dei figli alla morte del marito. Ma soprattutto, uccidere una donna sospettata di adulterio era accettabile (è il cosiddetto “delitto d’onore”).

La Rivoluzione Costituzionale 1905-1911

Dopo la rivoluzione costituzionale un numero crescente di iraniani istruiti, membri dell’élite, si è recato in Europa ed è rimasto colpito dal ruolo svolto dalle donne nelle società europee. Le stesse donne iraniane furono incoraggiate dalla loro partecipazione alla rivoluzione costituzionale e alle sue conseguenze. Durante la rivoluzione, la lotta per l’emancipazione femminile aveva fatto parte della lotta costituzionale, ma nel secondo decennio del Novecento apparve a Teheran e nelle maggiori città un movimento femminile autonomo. Le donne, per lo più delle classi superiori, fondarono associazioni e scuole e pubblicarono giornali in cui sollevavano questioni come la poligamia, il velo e il matrimonio precoce. Il loro attivismo portava spesso ad attacchi da parte dei tradizionalisti, che equiparavano l’emancipazione delle donne alla corruzione morale. Negli anni ’20, alcune singole donne iniziarono ad apparire senza velo, nonostante la pressione culturale. Nel 1924, Qamar-ol-Moluk Vaziri, divenne la prima donna in Iran a esibirsi senza hijab davanti agli uomini.

Dinastia Pahlavi – Reza Shah

Reza Shah fu un ufficiale militare, definito un “grande uomo che ha modernizzato Iran” ma anche “un drogato di oppio con un brutto carattere che ha portato la modernità in Iran uccidendo i suoi avversari”, che sosteneva “un’occidentalizzazione a tutti i costi” e si opponeva all’influenza dei religiosi. Salì al potere nel dicembre 1925 grazie a un colpo di stato militare: in un primo momento ha incoraggiato le donne ad apparire in pubblico senza il velo come metodo di modernizzazione del paese seguendo l’esempio di Mustafa Kemal Atatürk in Turchia. La riforma non solo ha permesso alle insegnanti e alle studentesse di non portare il velo, ma ha permesso alle studentesse di studiare insieme agli studenti. Tutte queste riforme furono osteggiate e criticate dal clero sciita.

Nel 1935, Reza Shah fondò il Kanoun-e Banovan (Centro delle Donne) e con il sostegno dei sostenitori intraprese una campagna per preparare l’opinione pubblica a favore dello disvelamento. Nel 1936 giunse il momento di annunciare ufficialmente la politica del kashf-e hijab (disvelamento). Con decreto segreto del primo ministro furono emessi ordini ai governatori provinciali di preparare il terreno per il “disvelamento” e alla polizia fu ordinato di collaborare. L’occasione scelta per la dichiarazione ufficiale della politica fu segnata l’8 gennaio 1936 alla cerimonia di laurea del collegio femminile dove la regina e le figlie dello Shah apparvero per la prima volta in pubblico completamente senza velo. Lo Shah chiese alle donne di lavorare nell’istruzione e ha ricordato loro che la futura felicità del paese era nelle loro mani. Molti uomini e donne istruiti delle classi alta e media accolsero con favore la politica di disvelamento e così, ironia della sorte, l’Iran fu il “primo paese con maggioranza musulmana a imporre l’abbigliamento occidentale alle donne”. 

Nel frattempo però, per far rispettare questo decreto, alla polizia è stato ordinato di togliere fisicamente e con forza il velo a tutte le donne che lo indossassero pubblicamente. Di conseguenza, molte pie donne tradizionaliste scelsero di non uscire di casa per evitare scontri, e alcune donne conservatrici si suicidarono per evitare di togliersi l’hijab a causa del decreto. Lo Shah avviò una serie di altre riforme a beneficio delle donne, ma fondamentalmente la politica di “disvelamento” polarizzò la società. La nuova legge voleva essere una misura progressiva a fornire a molte donne la scelta dell’abbigliamento in pubblico, ma gli oppositori non ebbero alcuna voce in capitolo. Tra il gennaio 1936 e l’abdicazione del monarca nel 1941 da parte degli Alleati durante la seconda guerra mondiale, la polizia e la gendarmeria usarono la forza fisica per far rispettare il divieto, violando così la sfera privata più intima di quasi metà della popolazione.

La problematizzazione dell’abito

Alla fine le regole del codice di abbigliamento furono allentate e dopo l’abdicazione di Reza Shah nel 1941 il divieto di indossare il velo fu abbandonato, sebbene la politica del “disvelamento” rimase tale per tutta l’era Pahlavi. Tra il 1941 e il 1979 indossare l’hijab non fu più reato, ma restò un vero e proprio ostacolo alla scalata sociale, un segno di arretratezza e di classe. Il velo, per non parlare del chador, pregiudicava le possibilità di avanzamento nel lavoro e nella società non solo delle donne lavoratrici ma anche degli uomini, che erano sempre più tenuti a comparire con le loro mogli alle funzioni sociali. Alberghi e ristoranti alla moda si rifiutavano di ammettere donne con il chador, scuole e università ne scoraggiavano l’utilizzo, sebbene il foulard fosse tollerato. Era comune vedere ragazze di famiglie tradizionali, che dovevano uscire di casa con il chador, arrivare a scuola senza di esso e poi indossarlo di nuovo tornando a casa. Una delle eredità durature di Reza Shah, quindi, fu la problematizzazione dell’abito come parte integrante alla politica iraniana.

Negli anni 70, il chador era solitamente a fantasia o di un colore più chiaro come il bianco o il beige: i chador neri erano tipicamente riservati al lutto e divennero un abbigliamento quotidiano più accettabile solo a partire dalla metà degli anni 70. Tuttavia, nel periodo precedente alla rivoluzione del 79, l’uso del chador nero al di fuori della città di Qom era associato alla fedeltà all’Islam politico ed era stigmatizzato da molte aree della società iraniana. Durante quest’epoca, tradizionalisti come Fadaian-e Eslam (i Devoti dell’Islam) chiesero una nuova imposizione del velo obbligatorio, ma i loro sforzi fallirono.

foto: www.arshehonline.com

Chi è Emad Kangarani

Nato nel 1985 a Teheran, giornalista e scrittore, nel 2011 si trasferisce a Milano per continuare gli studi presso l'università Cattolica. Al momento è docente d'inglese in una scuola superiore a Milano. Collabora con East Journal dal settembre 2022 dove si occupa dell'Iran

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