TURCHIA: Il culto della personalità di Mustafa Kemal Atatürk

Il 10 novembre di ogni anno, alle ore 09:05, la Nazione turca si ferma per un minuto per ricordare la morte del suo leader Mustafa Kemal, sopraggiunta in tale data e ora nel 1938. Sebbene non sia considerata festa nazionale – sono altre le celebrazioni ufficiali comunque legate alla sua figura – l’Atatürk’ü Anma Günü racchiude in sé il culto della personalità che il leader turco è riuscito a costruire intorno alla sua figura.

Per chi ha l’occasione assistervi in prima persona, questo peculiare momento può risultare quasi spiazzante: le sirene e gli altoparlanti suonano, i conducenti si fermano e qualcuno scende persino dal veicolo, i commessi dei negozi smettono di servirti, i capannelli di persone nei caffè interrompono le discussioni. Passato il minuto, la vita ritorna a scorrere come prima.

L’onnipresenza di Mustafa Kemal in Turchia

Chi visita per la prima volta la Turchia non può fare a meno di notare la pervasività, nella vita quotidiana, della figura di Mustafa Kemal “Atatürk”. La via principale di ogni città porta comunemente il suo nome e ogni città possiede un museo a lui dedicato. Negli edifici pubblici – scuole, università, uffici della pubblica amministrazione – così come in quelli privati – cafè, barbieri, negozi – aleggiano quadri e sue iconografie in ogni stanza. Adesivi della sua firma o volto e “santini” sul cruscotto sono spesso parte integrante dei taxi e vetture che girano per le città, mentre non è difficile incontrare, in quelle meno conservatrici, giovani con tatuaggi richiamanti il leader turco. Senza parlare infine di imponenti monumenti e gigantografie del suo volto, spesso poste nei punti alti delle città  (come quelle di Izmir e Artvin ), e dell’onnipresenza della sua effige su ogni banconota e moneta della valuta turca.

Non è difficile capire il perché di tale culto della personalità, ancora radicato nella società a distanza di oltre novanta anni, se si guarda alla storia della Turchia. Esso ha infatti origine in parte negli stessi avvenimenti che hanno portato alla nascita dello stato repubblicano e, in altra, da un’abile costruzione e modellazione della narrazione storica e discorsiva fatta dallo stesso Mustafa Kemal, dai suoi fedeli compagni e dalle generazioni di futuri politici e non solo.

Guerra di Liberazione e l’affermazione di Mustafa Kemal

Nato nel 1881 a Salonicco da famiglia musulmana, la storia di Mustafa Kemal rispecchia sotto vari aspetti quella di molti ufficiali militari della sua generazione: educato e formato in scuole e accademie militari di stampo europeo, egli è entrato a far parte del Comitato Unione e Progresso dei Giovani Turchi nel 1908. Nonostante tra il 1908 e il 1918 si sia distinto per il valore militare in più occasioni sul campo, egli non ha ricoperto posizioni politiche (pur ricercandole) fino al 1919-20, quando è stato riconosciuto come principale leader della Guerra di Liberazione contro le potenze occupanti. Le forze di liberazione, fondate su ciò che restava dell’esercito ottomano e del disciolto Comitato Unione e Progresso, sono riuscite tra il 1920 e il 1922 a evitare la spartizione dell’Anatolia stabilita dal Trattato di Sèvres, definendo militarmente i confini del nuovo stato turco indipendente, riconosciuto poi con il Trattato di Losanna nel 1923.

È comprensibile come tali successi abbiano contribuito a consacrare la sua figura come eroe nazionale. Eppure, la sua opera e la sua influenza sul neo-indipendente paese era solo agli inizi: nei quindici anni successivi Mustafa Kemal è riuscito non solo a far identificare la lotta di liberazione e la stessa Repubblica con la propria figura, ma anche e soprattutto a forgiare un’intera nazione e un popolo sulle sue idee politiche e sociali – le cosiddette “sei frecce” del kemalismo.

Il culto della personalità

Se è indiscusso che già tra il maggio e il settembre 1919 praticamente ogni gruppo impegnato nella lotta di liberazione avesse riconosciuto Kemal come leader del movimento, è altrettanto chiaro come quest’ultimo abbia potuto contare, per l’impresa, tanto su un retroterra politico già in fermento quanto su un nutrito gruppo di giovani ufficiali che lo hanno affiancato. All’interno di questo gruppo, durante e nel post-Guerra di indipendenza, sono esistite molteplici posizioni e visioni per il futuro del Paese. A partire dai mesi precedenti la proclamazione della Repubblica, Mustafa Kemal avviò una centralizzazione del potere decisionale e politico nella sua figura, destando più di qualche malumore tra gli altri veterani del movimento dei Giovani Turchi.

Nei mesi successivi la Proclamazione della Repubblica, e ancor di più dopo l’abolizione del Califfato nel marzo 1924, tali fratture crebbero al punto da indurre alla creazione di un partito di opposizione in pochi mesi. Kemal avviò e portò a termine una campagna di epurazione nei confronti di tutti i vecchi leader che lo avevano accompagnato nella lotta di indipendenza. Al termine di queste purghe Atatürk fu libero di riscrivere la storia degli avvenimenti che portarono alla proclamazione della Repubblica. Lo fece in primis durante il primo Congresso del Partito Repubblicano nell’Ottobre del 1927, tenendo un discorso di più di 36 ore (il Nutuk) con cui presentò una propria versione degli anni 1919-1925, nella quale si dipinse come il solo eroe, discreditando al tempo stesso gli altri leader militari. È poi sempre in questi anni che il culto della personalità si instaura attraverso l’installazione di migliaia di statue in tutto il Paese. Per tutto il decennio successivo, tale culto della personalità divenne un fondamentale strumento per sostenere il regime e le sue dirompenti politiche modernizzatrici.

L’Eredità Kemalista

Il consolidamento del “mito” di Atatürk è proseguito con le successive Presidenze: un momento centrale è stata l’approvazione della Legge 5816 del 1951, tutt’ora in vigore, che prevedeva fino a tre anni di condanna per chi avesse offeso la sua figura pubblicamente. Ancora più rilevante dal momento che è stata approvata dal governo presieduto dal Partito Democratico, salito al potere l’anno precedente con le prime elezioni multipartitiche. Ma a contribuire all’aura di sacralità e inviolabilità della figura di Mustafa Kemal sono state anche e soprattutto le Forze Armate, le quali si sono fatte custodi e garanti del kemalismo come ideologia di stato, e che sono intervenute più volte (1960, 1971, 1980, 1997) nella politica a difesa di questo.

E non è un caso che vi sia stata una certa correlazione tra ogni intervento e un rilancio del culto della personalità del Leader turco. Lo stesso ruolo dei militari ha fatto sì che con il tempo anche gli stessi movimenti e partiti outsiders – come quelli ultranazionalisti, socialisti e islamici – abbiano cercato di legittimarsi facendo propria la figura di Mustafa Kemal, rivendicandolo come “uno di loro”. Quello di Atatürk e della Turchia è uno dei pochi casi in cui il culto della leadership è sopravvissuto a lungo termine alla morte del leader. Chissà se riuscirà a sopravvivere anche al “nuovo secolo della Turchia” proclamato da Recep Tayyip Erdoğan.

In foto: Anıtkabir, il Mausoleo di Mustafa Kemal ad Ankara, Turchia. Foto scattata dall’autore.

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