BOSNIA: Braccio di ferro tra Dodik e Schmidt

Lo scorso 27 giugno, l’Assemblea Nazionale della Republika Srpska – l’entità a maggioranza serba della Bosnia Erzegovina – ha approvato una legge che nega l’autorità della Corte Costituzionale della Bosnia ed Erzegovina. Tale atto si somma alla legge, adottata la settimana prima, che nega l’autorità dell’Alto Rappresentante per la Bosnia ed Erzegovina, Christian Schmidt. A ciò è seguito l’annullamento dei due atti da parte dell’Alto Rappresentante. Dodik ha comunque controfirmato le leggi, e le due entità del paese vivono ora in realtà legali parallele. I toni sono molto aspri e non sembrano esservi soluzioni in vista.

La Corte Costituzionale e le ragioni dello scontro

La Corte Costituzionale bosniaca è composta da nove membri. Quattro ciascuno sono nominati dal parlamento della Federazione della Bosnia ed Erzegovina (FBiH), 2 da quello della Republika Srpska (RS) e inifine, tre giudici sono internazionali e vengono nominati dal presidente della Corte europea dei diritti dell’uomo. Tra questi Ledi Bianku è stato recentemente oggetto di insulti razzisti da parte dello stesso presidente della RS, Milorad Dodik.

Negli scorsi mesi, il ritiro dell’ultimo giudice a nomina serba ha di fatto paralizzato il lavoro della Corte. Il punto di rottura è arrivato con la decisione della Corte di riformare i propri regolamenti interni. La decisione è stata immediatamente contestata da Dodik, che l’ha definita incostituzionale e lesiva dell’integrità dell’entità serba.

Ferri corti tra Banja Luka e l’OHR

Dodik, oltre a rigettare l’autorità della Corte Costituzionale e chiamare tutti i rappresentanti serbo-bosniaci a fare ostruzione alle riforme richieste dall’UE,  ha minacciato di impedire l’accesso alla RS alla Procura di stato e alla Polizia speciale, l’Agenzia di stato per le investigazioni e la protezione (SIPA).

L’Alto Rappresentante per la Bosnia Erzegovina Christian Schmidt (OHR) ha definito illegale il voto del parlamento, nonché  un attacco agli Accordi di Dayton del 1995. Già il 30 giugno il presidente della RS aveva dichiarato di essersi autodenunciato assieme a Željka Cvijanović (membro serbo della Presidenza tripartita del paese) e ad altri parlamentari che hanno sostenuto il disegno di legge nell’Assemblea Nazionale.

Il primo luglio Schmidt (OHR) ha annullato la validità della legge contro la Corte Costituzionale, facendo uso dei suoi poteri esecutivi concessigli dai trattati di pace di Dayton (poteri di Bonn). Inoltre, Schmidt ha introdotto per decreto sanzioni penali dai 6 mesi ai 5 anni di reclusione per tutti gli ufficiali che si rifiutino di applicare le disposizioni dell’Alto Rappresentante e le decisioni della Corte costituzionale.

Una mediazione fallita e le voci della politica interna

Sempre nella giornata di venerdì 30, i serbi del SNDS, i croati dell’HDZ BiH e i rappresentanti della coalizione “troika” ossia i socialdemocratici dell’SDP, i conservatori di NiP e i liberali di NS, si sono riuniti a Konjic per cercare un punto di contatto. L’incontro tra i leader della coalizione di governo non ha però prodotto nessun accordo politico.

Il leader dei nazionalisti croati Dragan Čović ha detto di essere in linea di massima d’accordo sulla necessità di estromettere i giudici internazionali dalla Corte costituzionale. Tuttavia, si è detto contrario alla scelta di Dodik. Naša Stranka, Narod i Pravda e l’SDP sono invece concordi nel ritenere la legge un tentativo di minare l’assetto costituzionale del paese e di allargare la frattura tra le due entità.

Dal partito nazionalista bosgnacco SDA, oggi all’opposizione, Bakir Izetbegović ha condannato le azioni del presidente della RS. Nonostante le recenti critiche dell’SDA all’OHR, Izetbegović si è detto a favore delle azioni di Schmidt, sottolineando come quanto fatto finora non sia abbastanza per contenere le aspirazioni secessioniste di Dodik.

Ad usare toni molto forti è stato Denis Bećirović, membro bosgnacco della presidenza tripartita e vicepresidente dell’SDP, che ha rilasciato ha accusato Dodik di agire per conto di Mosca e di voler destabilizzare la pace del 1995. Immediatamente dopo il voto nella RS, Bećirović ha dato un ultimatum di sette giorni alla comunità internazionale per fermare Dodik.

Le reazioni internazionali

Le azioni di Dodik sono state condannate immediatamente dagli Stati Uniti e dal Regno Unito. Attraverso le proprie ambasciate, i due paesi hanno espresso il loro dissenso e hanno garantito il piento sostegno a Schmidt. A seguire, anche Italia, Francia e Germania si sono unite con una nota.

Nella giornata di mercoledì 5 luglio, gli europarlamentari David McAllister, Paulo Rangel e Romeo Franz hanno rilasciato una dichiarazione congiunta, in cui fanno appello all’Unione Europea perché metta Milorad Dodik sotto sanzioni per scongiurare la sua politica ostile allo status quo. Infine, a nome del Parlamento Europeo, hanno espresso la vicinanza dell’UE all’OHR e al suo operato nel paese.

Minacce di secessione, quanto c’è di realistico?

Dodik è noto per la sua vicinanza al presidente russo Putin. Da diversi mesi, la sua strategia di scontro frontale con il governo di Sarajevo rappresenta un potenziale fronte di instabilità nei Balcani. La sua retorica secessionista continua a tenere alto il livello di tensione nel paese, sebbene Dodik abbia sottolineato più volte come la sua lotta sia solo politica.

Nel frattempo, si è tornati a parlare di  possibili dispiegamenti di contingenti militari internazionali nel Distretto di Brčko.

Tuttavia, le possibilità effettive di Dodik sono limitate. All’interno dell’assetto costituzionale della RS, non vi è nessuno strumento legale per organizzare referendum di secessione dalla Bosnia. Difatti, sia nella FBiH che nella RS i referendum possono riguardare esclusivamente questioni amministrative locali.

Una secessione vera e propria sarebbe un atto di ostilità, un passo che Dodik  e i vertici della RS al momento non sembrano essere disposti a compiere tale passo. D’altro canto, l’Alto Rappresentante, oltre a poter annullare qualsiasi atto legislativo incompatibile con Dayton, ha il potere di deporre qualsiasi pubblico ufficiale – compreso Dodik. Per contro, rimangono diverse perplessità su come ciò potrebbe aiutare a rilassare le tensioni e riportare le istituzioni del paese al lavoro sulle riforme europee.

Uno stato disfunzionale senza prospettive

Dodik sta portando all’apice il suo boicottaggio delle istituzioni statali. Il risultato ottenuto finora è di aver isolato ancor di più la Republika Srpska, stringendo il proprio controllo all’interno dell’entità serba. Quello che al momento viene definito un attacco agli accordi di pace è in realtà il sintomo di un sistema politico disfunzionale, ostaggio di élite nazionaliste incapaci di fornire risposte alle difficoltà del paese.

Foto: dodik.net

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