Il “Labirinto” degli anni ’90, per una memoria condivisa nei Balcani

La mostra itinerante “Lavirint 90ih“  esplora il decennio che ha rappresentato una svolta nella storia contemporanea dei Balcani. Aperta a Belgrado, sarà poi a Zagabria, Sarajevo, Skopje e Pristina, per diventare un museo e un centro regionale per la riconciliazione.

La mostra intitolata Lavirint 90ih, il “Labirinto degli anni ’90” è stata inaugurata il 15 giugno scorso presso lo spazio Miljenko Dereta (Dobračina 55), a Belgrado. L’apertura di questa mostra è il primo passo di un’iniziativa a lungo termine per istituire un centro regionale per la riconciliazione, l’educazione e la cooperazione, ma anche di un museo degli anni Novanta che ambisce a fornire uno sguardo nuovo e innovativo sulla decade in questione. La mostra resterà a Belgrado fino 14 luglio 2023, aperta ai visitatori tutti i giorni dalle 14:00 alle 20:00. Successivamente muoverà verso Zagabria, Sarajevo, Skopje e Pristina.

Il progetto

Alla base della mostra “Labirinto ’90” ci sono delle domande che, forse, ogni cittadino serbo e dei Balcani occidentali si è posto almeno una volta nella vita: esiste una via d’uscita dal labirinto degli anni ’90? Se sì, dove si trova? La mostra parte proprio dal bisogno di rispondere a queste domande, che sono state formulate per l’occasione dalla storica Dubravka Stojanović, dal filosofo Igor Štiks e dal direttore del centro culturale GRAD Dejan Ubović, ideatori della mostra. Per loro, infatti, si tratta di permettere ai visitatori di “vagare attraverso gli eventi degli anni ’90 accaduti dalla Slovenia al Kosovo, di perdersi in essi e di considerare questo decennio traumatico da diverse angolazioni”.

Secondo Igor Štiks, “i labirinti sono scomodi, ci perdiamo al loro interno, è difficile uscirne, ci restituiscono negli stessi posti, ci frustrano perché non troviamo l’uscita, portano ansia e bisogno di uscirne”. Il labirinto dell’esposizione non è solo una metafora, ma un’installazione immaginata da Dražen Grubišić, direttore del Muzej prekinutih veza, il Museo delle relazioni interrotte, di Zagabria.

La mostra sarà a Belgrado fino al 14 luglio, per poi spostarsi a Zagabria, Sarajevo, Skopje e Pristina, nella speranza di diventare un centro regionale per la riconciliazione, l’educazione e la cooperazione, ma anche un museo degli anni ’90, come hanno dichiarato gli organizzatori alla conferenza stampa per l’inaugurazione della mostra.

E’ curioso come una mostra itinerante, che percorre luoghi con un passato così ingombrante, ambisca a diventare un punto fermo, uno luogo fisso per dare a questi popoli, dopo trent’anni, un’altra occasione per trovare la pace. Perché le occasioni per farlo, qui, non bastano mai. Lo sa bene Dubravka Stojanović, che studia la Storia di mestiere e ne conosce i meccanismi: “La mostra è una risposta alle politiche che hanno posto l’etno-nazionalismo e lo sciovinismo al di sopra della giustizia sociale, i miti al di sopra della vita individuale e la discordia al di sopra della solidarietà quotidiana”.

La mostra

La prima sala che si incontra si chiama “Dom” (casa), e in essa sono esposti gli oggetti fabbricati un tempo in Jugoslavia: mobili e complementi d’arredo, suppellettili ed elettrodomestici come il telefono Iskra o il televisore EI Niš che trasmette programmi d’epoca. Seguono altri otto pezzi tra cui troviamo “Simboli”, che celebra la famosa partita tra la Stella Rossa di Belgrado e la Dinamo Zagabria, e “Obmana” (impostura) che parla della preparazione ideologica alla guerra attraverso il materiale propagandistico, manifesti elettorali e le prime pagine dei giornali jugoslavi dell’epoca.

La sala “Souvenirs” espone banconote dell’iperinflazione, mappe territoriali, libri nazionalisti. C’è anche la sala “Nepristajanje” (rifiuto) che rievoca tutti i movimenti contro la guerra e le persone che si opposero al regime, salvarono vite, i giornalisti coraggiosi, i soldati che si rifiutarono di sparare, ma anche il ruolo del teatro SARTR nella Sarajevo assediata. Poi “La notte”, con le foto degli attacchi aerei della Nato nel 1999, ma anche, in contrasto, dei rave party che costellavano la voglia di normalità dei giovani ex-jugoslavi . Qui sono esposte inoltre una pistola, simbolo della mafia e dei suoi tentacoli, e delle protesi mammarie al silicone, sintesi del consumismo kitsch degli anni 2000.

Il pezzo centrale della mostra è intitolato, lapidariamente, “1995“. Sulle pareti di una stanza buia, sul cui soffitto è stato appeso un grande fiore di Srebrenica, scorrono le immagini delle operazioni militari “Bljesak”, “Oluja” e tutto ciò che precedette gli accordi di Dayton che sancirono la fine della guerra. Nel labirinto c’è spazio anche per la “Realtà virtuale”, grazie alla quale, con occhiali 3D, è possibile esplorare – e capire – cosa fosse il tunnel di Sarajevo, l’unico collegamento della città con il resto del mondo durante l’assedio, attraverso cui transitavano cibo, medicine, aiuti umanitari.

Il pezzo “Felicità” obbedisce al proprio nome mostrandoci la foto di un uomo vestito da Babbo Natale durante l’assedio di Sarajevo, intento a distribuire dolci ai bambini. Ma la brutalità della guerra fa capolino subito dopo, riportando il visitatore allo scenario crudo di quei tempi. Dopo il Babbo Natale di Sarajevo, infatti, ci si imbatte nelle foto dei bambini serbi in posa per il Natale 1992 con i giocattoli ricevuti: armi. Poi di nuovo uno sprazzo di felicità, nel vedere i gioiosi sposi di Sarajevo, che camminano mano nella mano sotto una rete che li protegge dal fuoco dei cecchini; ma anche il Bensedin – il sedativo usatissimo all’epoca – presentato come oggetto da collezione accanto a una scatola di caramelle. Insomma, un vortice di immagini contrastanti che dipinge la guerra degli anni Novanta – e tutte le guerre – per quello che è stata, e per quello che sono davvero: una spirale di violenza e dolore che distrugge la vita di milioni di persone, sventrando città, popoli, speranze.

Non a caso, l’ultima tappa della mostra si chiama “Violenza”. In essa ci si immerge nella violenza estrema che imperversava in quegli anni terribili: la distruzione di Vukovar, la deportazione dei serbi durante l’operazione “Oluja”, il camion refrigeratore portato in superficie dal Danubio con i corpi dei civili albanesi, la casa Karaman in Bosnia, in cui le donne bosniache vennero sistematicamente torturate e stuprate, il ponte Grdelica bombardato dalla NATO mentre alcuni civili lo stavano attraversando a bordo di un treno.

Il labirinto della memoria

Entrare nel labirinto e percorrerlo liberamente fornisce ai visitatori la possibilità di osservare quel decennio traumatico da più angolazioni, ma soprattutto dal punto di vista delle persone la cui vita è stata distrutta, spesso in poche ore. Forse, però, nessuna mostra potrà mai rappresentare compiutamente un decennio della storia dell’umanità, e in particolare gli anni ’90, con il loro lascito indelebile e duraturo nella regione. Gli autori della mostra lo sanno bene, ed è per questo che essi invitano i visitatori a integrare l’esperienza dell’esposizione con ciò che manca, con quello che dovrebbe essere mostrato e, soprattutto, con quello che deve ancora essere compreso. Perché solo guardando al recente passato, è possibile conoscere il presente e immaginare un futuro diverso

Foto: nova.rs

Chi è Paolo Garatti

Storico e filologo, classe 1983, vive in provincia di Brescia. Grande appassionato di Storia balcanica contemporanea, ha vissuto per qualche periodo tra Sarajevo e Belgrado dove ha scritto le sue tesi di laurea. Viaggiatore solitario e amante dei treni, esplora l'Est principalmente su rotaia

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