Dževad Karahasan: il valore della memoria

Dževad Karahasan, una delle voci letterarie più importanti a livello europeo, si è spento all’età di settant’anni lo scorso 19 maggio. Scrittore, drammaturgo e saggista bosniaco, nacque a Duvno (ora nota come Tomislavgrad) nel 1953, e si rese noto per i suoi contributi alla narrativa e al teatro. Studiò letteratura comparata e filosofia, ricoprendo poi varie posizioni accademiche. Fu docente a Sarajevo fino al 1993 – anno in cui dovette abbandonare la capitale bosniaca a causa del continuo assedio. Esperienza che ha avuto un ruolo centrale nella sua vita, ed è raccontata nel suo libro più famoso “Sarajevo centro del mondo” (Il Saggiatore, 1994; titolo originale “Diario di un trasloco”).

L’uomo, il riconoscimento

Nelle sue opere, Karahasan ha permesso una nuova frontiera di indagine sul mondo. Una ricerca che esplora i temi della storia, dell’identità, della memoria e della complessa interazione tra culture e religioni. La sua scrittura si presenta come uno specchio della natura multiculturale della Bosnia-Erzegovina e approfondisce gli effetti della guerra e del conflitto sugli individui e sulle società.

Narratore e lucido pensatore, la sua produzione letteraria gli valse, tra gli altri, il Premio Goethe – riconoscimento dall’alto valore conferito ogni tre anni dalla città di Francoforte. Un premio dedicato alla tolleranza e alla comprensione, che avvalora il fondamentale impatto dell’opera letteraria di Karahasan: visionaria, inclusiva, mediatrice – in uno scenario, quello della Bosnia-Erzegovina, che contiene, nei suoi confini, uno sconfinato panorama di differenti tradizioni.

«[Leggendo Karahasan], rimani stupito dalla chiarezza e dalla bellezza del suo linguaggio, dalla sicurezza con cui unisce storia e presente, arcaico e Zeitgeist [spirito dei tempi, ndr], tensione e lentezza. Un narratore di livello mondiale, non solo europeo. E nel profondo, un bosniaco». Così viene ricordata la sua penna dalla scrittrice svizzera Ilma Rakusa su Zeue Zürcher Zeitung.

Una letteratura cosmopolita

Le opere di Dževad Karahasan sono un vero patrimonio storico-culturale. Approfondiscono le conseguenze della guerra, facendo luce sul trauma della separazione dalla propria quotidianità, vissuto dal popolo bosniaco negli anni Novanta. Attraverso la sua scrittura, pone domande sulla natura della violenza, sulla resistenza dello spirito umano e sul ruolo della memoria nel plasmare le identità individuali e collettive.

Nella lettura dei testi di Karahasan, è evidente la ricchezza multiculturale e multireligiosa della Bosnia-Erzegovina. Risorse che, lo ha sottolineato, necessitano di coesistere e di comprendersi per superare le divisioni etniche che separano la società. Offre un’esplorazione sfumata delle complessità e delle sfide affrontate da comunità che cercano di ricostruirsi dopo un conflitto devastante.

Nel suo ultimo libro, “Uvod u lebdenje” (Introduzione al galleggiamento), ambientato nella Sarajevo del 1992, attraverso il suo protagonista Peter Hurd, Karahasan si interroga sull’esperienza dell’assedio vissuto nella capitale. Parallelamente alla narrazione dei fatti inconfutabili, si rivolge alla psiche dei suoi personaggi e ai loro dilemmi morali. In un’intervista rilasciata alla giornalista Anđelka Cvijić del quotidiano Danas, ricorda come la guerra a Sarajevo sia stata «un ambiente ideale per conoscere la sensazione di galleggiamento, perché tutto era stato portato all’esasperazione, al contempo rimanendo distaccato, fuori di sé». Rispondendo alla domanda sulla ragione per cui i “fantasmi nazionalisti” vengano ad oggi ancora alimentati nelle ex repubbliche jugoslave, Karahasan risponde con nitidezza: la paura dell’altro, la convinzione di essere popoli migliori, la glorificazione del passato. Schemi sociali e umani che allontanano gli individui. «Però credo fermamente che anche lì sempre più persone si stiano rendendo conto che il diverso, anziché rappresentare una minaccia, ci aiuta a conoscere e riconoscere se stessi».

Il mosaico dei Balcani occidentali attraverso la letteratura

L’uomo, il letterato e l’emblema di un territorio che, pezzo dopo pezzo con evidenti crepe, si compone in un complesso mosaico. La scrittura di Karahasan svolge un ruolo essenziale nel preservare e promuovere il patrimonio culturale dei Balcani. È per mezzo di romanzi, poesie e opere teatrali, infatti, che ha saputo catturare il folklore e i valori sociali della regione.

La letteratura ha il potere di promuovere l’empatia e la comprensione, di elaborare trami post-conflitto, incoraggiare il pensiero critico e il dibattito, dare un palcoscenico internazionale alle storie. Dževad Karahasan ha attivamente contribuito alla restituzione di una memoria collettiva, a difesa di principi quali il pluralismo culturale, il cosmopolitismo e la tolleranza. È un addio che lascia con sé un’eredità di estremo valore da preservare.

Opere tradotte in italiano di Karahasan: Istocni divan, Sarajevo 1989 [trad. it., Il divano orientale, Il saggiatore, Milano 1997]; e Dnevnik selidbe, Zagreb 1993 [trad. it., Il centro del mondo. Sarajevo, esilio di una città, prefazione di Slavenka Drakulic, Il saggiatore, Milano 1995], entrambi con traduzione e cura di Nicole Janigro.

Foto: Isolde Ohlbaum/Laif

Chi è Ivana Ristovska

Nata nel 1996 a Štip (Macedonia del Nord), vive in Piemonte. Laureata in Scienze Internazionali a Torino, con una sosta francese a Sciences Po Lyon e una formazione pregressa in Comunicazione Interculturale. Attualmente operativa nel settore della progettazione ambientale. Attività che trova posto accanto ad un costante sguardo verso la storia e il presente dell'area balcanica. Ne parla qui su East Journal.

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