TURCHIA: Al voto con le unghie e con i denti

Dopo mesi valsi come anni, il momento tanto atteso è arrivato: la Turchia va al voto questa domenica 14 maggio e quale che sia il risultato delle elezioni presidenziali e legislative, anche se potrebbe farsi attendere portando ad un ballottaggio il 28 dello stesso mese, non potrà che avere un impatto determinante sul futuro del Paese.

Le ultime settimane sono state caratterizzate da comizi fiume e battaglie (metaforiche e non) all’ultimo sangue, sia per l’Alleanza del Popolo (Cumhur Ittifaki) capeggiata da Kemal Kılıçdaroğlu, formata dal partito repubblicano CHP e altri 5 variegatissimi partiti uniti dalla loro voglia di sconfiggere il nemico, che per l’Alleanza della Nazione (Millet Ittifaki), a sostegno di quel nemico, il forse uscente Recep Tayyip Erdoğan.

Una campagna elettorale feroce

La posta in palio è così alta che procedere in maniera pacifica è stato praticamente impossibile. Ben presto durante la campagna elettorale si è respirata violenza, tanto fisica quanto verbale.

Sebbene ci siano stati momenti migliori per la salute di Erdoğan che spesso in queste settimane ha sofferto di malori occasionali, il più grave in diretta tv durante un’intervista a Kanal 7, malori che lo hanno costretto anche a cancellare alcuni degli eventi in programma, quando riesce ad essere sul palco, il Reis continua a radunare folle oceaniche che si strapperebbero i capelli, anzi, che darebbero la vita pur di affidargli il Paese altrettanto a lungo. La sua dialettica è stata più spietata che mai: in un discorso alla Moschea Blu di Istanbul nel venerdì di fine ramadan, Erdoğan ha definito Kılıçdaroğlu un “cadavere politico“. Durante il suo comizio ad Antalya, sulla costa mediterranea, ha affermato che alle urne lo “sotterrerà“.

Durante un altro di questi raduni dall’atmosfera galvanizzante, quello nella conservatrice Rize, sua città natale, Erdoğan ha etichettato i suoi avversari come sostenitori delle comunità LGBTQI+, opponendogli la sacralità della famiglia musulmana. L’attuale ministro della giustizia Bekir Bozdağ ha rincarato la dose affermando che “il futuro della Turchia e l’integrità delle sue famiglie devono essere preservati da ogni perversione”. Un messaggio che parla chiaro alle comunità più rurali, considerando che, come ricorda il giornalista di Middle East Eye, Ragip Soylu, nella sua newsletter Turkey Unpacked, quello dell’omosessualità è un tema assai delicato per la società turca e lo conferma un recente sondaggio secondo il quale più del 70% dei turchi avrebbe tendenze omofobe. Non è mancato il razzismo contro le minoranze: in un altro comizio, Erdoğan ha definito i suoi oppositori come “appartenenti a un’altra specie”.

Dall’alto del suo savoir faire, il forse neo presidente in pectore Kemal Kılıçdaroğlu si è spogliato dell’appellativo di Gandhi rispondendo a tono, pur mantenendo la calma, facendo proprio dell’appartenenza alla comunità degli Alevi il suo punto di forza. Parlando in particolare a quei giovani della cosiddetta Generazione Z che andranno alle urne per la prima volta e che sono nati e cresciuti sotto il governo di Erdoğan senza mai vedere delle alternative, Kılıçdaroğlu ha pubblicato un breve video proprio dal titolo “Alevi” diventato virale su Twitter come il più visto al mondo con quasi 30 milioni di riproduzioni in 4 giorni. Il video dice: “Non parleremo più di identità, parleremo di risultati. Non parleremo più di divisioni e differenze. Parleremo delle nostre alleanze e dei nostri sogni comuni. Ti unirai alla nostra campagna per il cambiamento? Siete pronti a distruggere questo sistema divisivo dalle sue radici?“. Remi Banet ha raccolto alcune delle  testimonianze di questi giovani, e la cosiddetta Generazione Z non voterà per Erdoğan per una semplice ragione: sono stufi della continua politicizzazione di qualsiasi aspetto della loro vita. Uno studente gli ha confessato: “Quando Erdoğan sarà andato via, i giovani potranno finalmente pensare solo a studiare ed esprimersi liberamente“.

Di contro, anche Kılıçdaroğlu ha riempito strade e piazze, in particolare quella di Izmir, lo scorso 30 aprile. Lo stesso dicasi per Ekrem Imamoğlu che, con ogni probabilità, sarebbe stato il leader dell’opposizione se non fosse stato interdetto: i suoi comizi a sostegno di Kılıçdaroğlu presidente sono stati altrettanto partecipati, ma uno degli ultimi, quello di Erzurum lo scorso 8 maggio, ha visto un lancio di pietre nel bel mezzo della manifestazione, con qualche ferito e mezzi di trasporto danneggiati. A tutto questo, Kılıçdaroğlu risponde riproducendo con le sue mani la forma di un cuore, vicendevolmente rivolte, lui per i sostenitori e i suoi sostenitori per lui, diventato il simbolo più pacifico di queste elezioni, la risposta al livore della destra e al dolore che attanaglia una popolazione ferita dalle catastrofi naturali quanto dalla crisi economica. “Se siete poveri oggi è solo colpa sua” ha ribadito in uno dei suoi ultimi video, riferendosi ad Erdoğan.

In questo continuo botta e risposta, Erdoğan ha annunciato un aumento del 45% sui salari dei dipendenti pubblici, tra monumentali cartelloni pubblicitari che lo definiscono “l’uomo giusto al momento giusto”, l’annuncio del primo viaggio di un astronauta turco nella storia del Paese, una propaganda che si insinua perfino nelle menti dei bambini. La corrispondente del Times a Istanbul Hannah Lucinda Smith, infatti, ha condiviso sul suo profilo Twitter le foto di un quaderno da colorare, parte del materiale elettorale dell’AKP. Tra i soggetti: il performantissimo ospedale di Başakşehir, all’estrema periferia ovest di Istanbul, la moschea di Çamlıca inaugurata nel 2019 col primato di nuova moschea più grande di Turchia, e la Togg, la prima autoelettrica turca.

E se vincesse davvero l’opposizione?

Ma Erdoğan può davvero andarsene così, come fosse stato un brutto sogno? Mettiamo il caso vinca l’opposizione, come un ultimo colpo di scena, il ritiro come candidato alla presidenza di Muharrem Ince, ex CHP, lascerebbe presagire spostando verso Kılıçdaroğlu il suo 10% dei voti: è improbabile che il Reis possa legarsi al trono rifiutandosi di abbandonare il palazzo, ma i suoi fedelissimi accetteranno la sconfitta? E come governare un Paese in cui metà dei cittadini l’avrebbe scelto, ancora una volta, e in cui buona parte dei seggi potrebbero essere riassegnati in ogni caso all’AKP?

Come fa notare Andrew Wilks di Al Monitor, lo stesso ministro dell’interno, Süleyman Soylu ha definito queste elezioni “un colpo di stato dell’occidente”, paragonabili al tentato golpe del 2016, e che i sondaggi che vedono i due candidati alla presidenza testa a testa sono un piano per eliminare la Turchia stessa.

Di certo, i rapporti con gli Esteri potrebbero cambiare drasticamente: mentre leader come il primo ministro albanese, Edi Rama, hanno condiviso veri e propri endorsement per la rielezione di Erdoğan, l’Europa guarda alle elezioni turche con una certa speranza. Dopo un ventennio che ha visto un deterioramento sempre più profondo dei rapporti, di pari passo alla regressione democratica del Paese, secondo il professore Ilke Toygur, con la candidatura dell’Ucraina per l’ingresso nell’Unione, l’Europa si concentrerà sempre di più sull’inclusione di diversi Paesi, ma è chiaro che non si tratterà di un processo rapido. Da parte sua, l’Europa può cominciare a pensare ad una liberalizzazione dei visti sia per i rifugiati approdati in Turchia in questi anni che per gli stessi cittadini turchi, finalmente più liberi di viaggiare.

I turchi che vivono oltre confine hanno già votato, con una presenza altrettanto numerosa e concitata che ha visto alcuni scontri, in particolare in Francia.

Alle urne l’ardua sentenza: in Turchia il voto si tiene in un solo giorno, dalle 8 alle 17, e già dopo le 21, ora di Istanbul, il quadro dovrebbe farsi più chiaro. Se si dovesse andare al ballottaggio, evenienza mai riscontrata prima per un’elezione presidenziale turca, ci aspettano due settimane più lunghe e interessanti dei due mesi che le hanno precedute.

Foto: Burak Kara /Getty Images

Chi è Eleonora Masi

Classe 1990, una laurea in Relazioni Internazionali ed esperienze in Norvegia, Germania, ma soprattutto Turchia, di cui si occupa dal 2015. Oltre a coordinare la redazione dell'area del Vicino Oriente per East Journal svolge il ruolo di desk per The Bottom Up mag. Ha ideato e prodotto il podcast "Cose Turche" che racconta gli ultimi 10 anni della Turchia dal punto di vista dei millennial che li hanno vissuti sulla loro pelle.

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