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TURCHIA: La cultura degli Alevi

Nonostante un secolo di tentativi di omologazione e negazione, prima nel segno di un’unica “turchità laica” nazionale, ora di una identità dai forti connotati religiosi, la società della Turchia presenta un’irriducibile varietà etnica e culturale. Nel mosaico delle culture dell’Anatolia, ai più totalmente sconosciuto, hanno un posto di rilievo – anche in termini numerici, ma non solo – gli Alevi (o Aleviti). Questa minoranza, tradizionalmente radicata nel centro e nel sudest della penisola anatolica, ci ricorda come la Turchia sia molto più composita di quel che sembra quanto a etnie, religioni e culture.

Alevi e alevismo

Gli Alevi abitano tradizionalmente la parte centrale e sud-orientale del Paese (proprio quella colpita dal recente terremoto), ma sono ormai presenti in tutta la Turchia, e anche all’estero, come componente significativa dei cosiddetti “turchi della diaspora”. Si tratta di una consistente minoranza religiosa e culturale — le stime parlano di dieci/quindici milioni di individui, ma alcune si spingono a ipotizzarne addirittura venticinque, il 30% dell’intera popolazione della Turchia: un vero e proprio gruppo sovra-etnico, che include ad esempio sia turchi che curdi, connotato da una religiosità eterodossa. Gli Alevi si distinguono per una serie di usi e costumi caratteristici, che li differenziano dalla maggioranza della popolazione turca di fede islamica sunnita. Anche se alcuni caratteri tendono decisamente ad avvicinarli all’Islam sciita, la definizione della loro religiosità – che costituisce il nucleo fondante della loro identità – è tutt’altro che scontata ed univoca, e cambia a seconda dei punti di vista. Questo perché l’alevismo è decisamente sincretistico, composto da elementi eterogenei, stratificati in un originale insieme: tradizioni nomadi (probabilmente pre-islamiche), matrice prevalentemente sciita, contatti con il sufismo, forte senso della comunità, tratti ispirati addirittura al Manicheismo e al Cristianesimo. Di certo non si tratta di una dottrina dogmatica, tendendo anzi ad essere da un lato una pratica comunitaria, dall’altra una sorta di “visione del mondo”, quasi un cammino di crescita personale — in questo simile alla maggior parte delle filosofie orientali.

La musica e la danza

Nel caso degli Alevi, così come per molti gruppi minoritari, la musica, il canto e la danza sono tra gli elementi di più forte identità. Sono fondamentali per la comunità alevita, in primo luogo, ma lo sono anche per chi voglia conoscerli un po’ di più: una chiave d’accesso alla loro originale cultura e alla loro spiritualità. La cerimonia principale dell’alevismo si chiama cem, si svolge nella cemevi (la “casa della comunità”), non in moschea, e vede tra i suoi momenti principali il semah: come nel rito sufi mevlevi, esso prevede ampi momenti di musica e danza. Uomini e donne, diversamente che nell’Islam ortodosso (tanto sunnita che sciita), partecipano insieme alla cerimonia, e spesso danzano insieme. Il repertorio musicale, anch’esso caratteristico e peculiare, è un originale mix di “sacro e profano”: come il resto della cerimonia, incorpora elementi molto distanti dalla sacralità musulmana standard, appartenenti al mondo comunitario quotidiano. Spicca l’uso del saz, il liuto lungo anatolico, assunto a vera e propria icona dell’alevismo. Con il saz, spesso nella sua taglia più diffusa detta bağlama o in quella tipica alevita, un po’ più piccola, detta dedesaz, si suonano i brani destinati ad accompagnare la danza, spesso cantati su testi poetici mistici originali. Lo stile è così caratteristico e riconoscibile, grazie alla energica carica ritmica e alla forte impronta strumentale, da essersi guadagnato lo statuto di un vero e proprio “genere”, presente negli scaffali dei negozi di dischi, ricercato e ascoltato ben oltre i confini delle comunità religiose, indipendentemente dalla sua funzione cerimoniale e rituale. Insomma, ben lungi da essere solo una versione folkloristica e caratteristica dell’Islam, a cui più volte si è cercato di ridurlo, l’alevismo è un mondo con la propria cultura, espressività e religiosità, tutte da comprendere nella loro peculiarità.

Comprendere e riconoscere

Comprensione più che mai importante in una Turchia che, tanto sotto la Repubblica di tradizione kemalista che sotto l’attuale governo, sembra faticare a riconoscere, accettare e valorizzare la propria ricca pluralità. Ancora nel 2022 si sono verificati episodi di violenza e discriminazione ai danni di alcune cemevi, comunità e persone alevite, e le successive iniziative politiche hanno risvegliato le contraddizioni di un riconoscimento ufficiale dell’alevismo che vada incontro alle varie istanze — che siano culturali, religiose e civili. Tra i vari spunti possibili consigliamo, a tutti coloro che fossero interessati ad un approfondimento del mondo alevita, il documentario “Il leone e la gazzella” , prodotto una decina d’anni fa dall’Osservatorio Balcani e Caucaso, la lettura dell’articolo dal titolo “Aleviti: memorie di una minoranza dimenticata” , uscita nel 2014 sul magazine di East Journal MOST, e infine l’ascolto di due compilation dal titolo “Aleviler”, della fondamentale etichetta turca KALAN.

Chi è Sergio Pugnalin

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