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SERBIA: Belgrado sta mandando armi all’Ucraina?

È ancora calda la notizia di queste settimane, che vede al centro una fuga di documenti segreti provenienti dagli Stati Uniti. Secondo le informazioni diffuse, la Serbia avrebbe accettato il trasferimento di armi all’Ucraina.

Mercoledì 12 aprile, Reuters pubblica un rapporto esclusivo in cui analizza un documento che pare essere trapelato dall’intelligence statunitense. L’oggetto di queste carte è relativo ai piani di rafforzamento degli eserciti di Kiev, con il dettaglio delle consegne delle armi, le strategie e lo stato delle truppe in vista di uno scontro con la Russia. Da queste, si evince che la Serbia ha deciso di armare l’Ucraina, nonostante la dichiarata neutralità del paese nella guerra e il rifiuto di apporre sanzioni a Mosca.

Il documento

Il documento è contrassegnato come secret e NOFORN, ovvero non condivisibile con stati e forze armate straniere. Datato 2 marzo con il sigillo dell’ufficio del Joint Chiefs of Staff, porta il titolo “Europe | Response to Ongoing Russia-Ukraine Conflict” ed elenca con dei grafici le posizioni dei governi europei in risposta alle richieste di assistenza militare dell’Ucraina.

Le carte del Pentagono suddividono le scelte intraprese in categorie: paesi impegnati a fornire addestramento e aiuti letali; paesi che avevano già fornito addestramento, aiuti letali o entrambi; paesi con la capacità militare e la volontà politica di rifornimento. Gli unici due stati contrassegnati con un “No” in tutte le voci sono Austria e Malta. Tuttavia, la documentazione è al vaglio di un’attenta valutazione per accertarne la veridicità.

Il caso della Serbia

Nello specifico, il documento evidenzia che la Serbia ha rifiutato di fornire addestramento alle forze ucraine, ma che si era impegnata ad inviare aiuti letali o li aveva già forniti, con la volontà politica e la capacità militare di garantire armi a Kiev in futuro. Tema spinoso considerati i stretti rapporti tra Belgrado a Mosca.

La divulgazione di queste informazioni arriva peraltro dopo la diffusione ad inizio marzo su un canale filo-russo di Telegram di documenti che mostrano la presunta spedizione di 3.500 razzi terra-terra Grad G-2000 da 122 mm in Ucraina nel mese di novembre. Questi sarebbero stati fabbricati da Krušik, società statale serba per la produzione di attrezzatura per la difesa. Secondo i media, il trasferimento sarebbe avvenuto dalla Serbia alla Turchia e poi in Slovacchia, fino ad arrivare sul territorio ucraino – i documenti includevano inoltre un certificato di spedizione e uno di utente finale del governo ucraino. A questo, si aggiunge un video condiviso sul sito web del quotidiano russo Mash, che mostra un magazzino militare a Bratislava dove sarebbero conservati questi razzi.

A seguito di questa notizia, la portavoce del ministero degli Esteri russo, Maria Zakharova, aveva chiesto spiegazioni a Belgrado. Da qui, la risposta e la parziale smentita del ministro della Difesa serbo Miloš Vučević: «Se le società private acquistano armi nei mercati di paesi terzi e poi le vendono ad altre società in altri paesi, questa non è una domanda per Serbia. Questo è il commercio internazionale».

Il network delle armi

In Serbia, secondo la Legge sull’esportazione e l’importazione di armamenti ed equipaggiamenti militari (n. 107/2014, art. 14), le autorità devono essere informate in ogni momento sull’utente finale delle armi e degli equipaggiamenti militari esportati dal paese – per permetterne il tracciamento, ogni fase di spostamento viene garantita da autorizzazioni, tanto che agli acquirenti viene raccomandata la firma di una dichiarazione per non venderle a terzi.

Questo dettaglio entra perciò in collisione con la risposta del ministro e con lo stesso meccanismo articolato di passaggi di consegne da un paese all’altro. BIRN ha verificato i soggetti coinvolti in questa filiera di scambi, concludendo che la società intermediaria serba in questo accordo era SOFAG, di proprietà della figlia di Slobodan Tešić, trafficante d’armi serbo interdetto dagli Stati Uniti per corruzione e violazione degli embarghi sulle armi.

Secondo i documenti pubblicati dai media russi, nell’affare sarebbe coinvolta anche la società USA Global Ordnance, di proprietà di Mark Morales – uno degli attori più rilevanti nella linea di rifornimento del Pentagono e dei suoi alleati, in particolare all’Ucraina. BIRN riporta che le armi acquistate dalla società di Morales provengono in genere principalmente da produttori di proprietà statale nei Balcani e nell’Europa orientale. Nonostante la smentita collaborazione con Tešić, le inchieste degli ultimi anni evidenziano possibili ponti di comunicazione con aziende associate alla sua figura.

Il fattore credibilità

La vicenda appare critica sotto diversi punti di vista, dato che mina l’attendibilità dei vari attori coinvolti. La fuga di notizie e di presunti documenti statunitensi, in primis, è percepita con allarmismo per la sicurezza nazionale da Washington. Dopo il caso WikiLeaks, si tratterebbe infatti di un nuovo scandalo internazionale. A Belgrado, dopo le rivelazioni della Reuters, il presidente della Repubblica Aleksandar Vučić ha smentito la notizia, ribadendo che la Serbia non ha inviato e non invierà armi a nessuna delle parti in causa. Il ministro della Difesa ha aggiunto che questi documenti sono, oltre che falsi, finalizzati a portare la Serbia al conflitto.

La posizione di difesa conferma una situazione non facile per la Serbia: da un lato, la neutralità nella guerra e il mancato appoggio alle sanzioni verso la Russia; dall’altro, la possibilità di avvicinarsi sempre più alla dimensione europea, confermata dall’appoggio alle risoluzioni delle Nazioni Unite contro Mosca per l’invasione in Ucraina. Un equilibrio sempre più precario, ora messo ulteriormente in difficoltà dai documenti dell’intelligence americana.

Foto: Shutterstock

Chi è Ivana Ristovska

Nata nel 1996 a Štip (Macedonia del Nord), vive in Piemonte. Laureata in Scienze Internazionali a Torino, con una sosta francese a Sciences Po Lyon e una formazione pregressa in Comunicazione Interculturale. Attualmente operativa nel settore della progettazione ambientale. Attività che trova posto accanto ad un costante sguardo verso la storia e il presente dell'area balcanica. Ne parla qui su East Journal.

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